“Dobbiamo correre il rischio di morire avvelenati se vogliamo scegliere il bene”.
Mons. Bregantini, Vescovo di Locri, in una delle sue visite a Catanzaro, al Centro Calabrese di Solidarietà ha raccontato una breve storiella che voglio riproporvi. «In un piccolo paese, una carestia aveva stremato la popolazione di contadini. In questo paese c’era però uno splendido albero, ricolmo di frutti succosi e luminosi, ma con un problema: i suoi due grandi rami frondosi portavano frutti da una parte velenosi e dall’altra buoni e non si sapeva quale fosse la parte buona. Un contadino, allo stremo delle sue forze, decise di correre il rischio e, morire per morire, era meglio tentare la sorte. Gli andò bene e mangiò i frutti buoni e, volendo ricordare quale fosse la parte buona dell’albero, tagliò l’altra. Ma il giorno dopo, recandosi a quell’albero, trovò che anche la parte buona era senza vita».
Bene e male sono indissolubilmente intrecciati tra di loro. Questo noi lo sappiamo da anni: nel momento in cui viviamo una relazione reale ed autentica con gli ospiti delle nostre Comunità, ci è immediatamente evidente la parte malata, ma possiamo comunque intravederne in nuce l’enorme potenzialità. È quello che succede anche a tutti noi, perchè questa dualità di opposti non trova vita solo al di fuori, ma dentro ognuno di noi esiste la propria parte-ombra, il proprio male.
So bene, a questo proposito, che ormai la tossicodipendenza viene definita una malattia, in cui il terreno genetico predisponente ed il terreno ambientale favorente portano a quella “vulnerabilità alla dipendenza” di cui oggi tutti parliamo. Ma che strana malattia quella che non conosce, dopo tanti anni, farmaci che guariscono!
Ancora una volta ribadisco, come Presidente della FICT e come Presidente da oltre 15 anni di un Centro di Solidarietà, che per poter aiutare le persone tossicodipendenti bisogna puntare non sulla malattia, non sulle sostanze, ma sulla persona. Tutti i nostri programmi puntano sull’accoglienza, sull’assenza di giudizio, sul modulare le frustrazioni, sul rieducare, ma sempre schierandosi accanto, facendo sentire amore, fiducia, disponibilità, facendo rifiorire all’interno dei cuori malati il desiderio di meritare quell’amore, quella disponibilità e quella fiducia. Sappiamo bene che non cancelleremo mai l’impronta profonda delle sostanze, il ricordo profondo del loro effetto gratificante, ma cerchiamo di contrapporre ad esse una forza rinnovata di fiducia in se stessi e di voglia di farcela, con le pratiche positive dell’auto-mutuo-aiuto che disgiungono le lacrime dalla rabbia, la rabbia che impedisce di vedere la propria responsabilità.
In tutti questi anni, ogni volta che i vari Governi si sono succeduti, e differenti parti politiche, in conflitto ideologico tra di loro, proponevano quantità più o meno abbondanti o dichiarazioni di leggerezza o pesantezza delle sostanze, noi abbiamo sempre cercato di riportare l’attenzione sulla centralità della persona. Non è uno slogan! E mai come in un’epoca come questa, tutto ciò diventa un principio cruciale. La centralità della persona è il fondamento, soprattutto se vogliamo partire dai livelli preventivi, che non possono avvalersi di toni terroristici, ma devono puntare su azioni diverse, mettendo i ragazzi al centro della propria esistenza e costruendo insieme ad essi pratiche di agire civile, di ascolto e non di emarginazione.
Perché dico in un’epoca come questa? Lo dico perché nella società consumistica post-moderna, l’individuo è sempre più solo e sulla sua testa cade la responsabilità totale del fallimento. Perché in un’epoca come questa la conflittualità e la competizione generano profonda insicurezza, perché l’Essere, in un’epoca come questa, è solo apparire e fitness e la nostra società offre rimedio per tutto sotto forma di pillole. C’è la pillola per fare l’amore, c’è la pillola per non arrossire, c’è la pillola per dormire, c’è la pillola per non sudare e ci sono varie sostanze per reggere lo stress o le altre prestazioni sociali. Anche ai bambini non vengono negate le pillole per il disturbo di disattenzione e iperattività, sempre più frequentemente diagnosticato e trattato con gli psicofarmaci.
L’additività è diventata il primo comandamento della nostra società. E tutto questo mentre il livello educativo della famiglia decade, perché le famiglie si sfasciano e non sono aiutate abbastanza. Tutto questo mentre il livello educativo della scuola si riduce e proprio quando si apre uno spazio conflittuale fra le due grandi agenzie formative, solo la televisione rimane a riempire il livello educativo e lo fa veicolando messaggi profondamente diseducativi.
C’è molto di più che la riduzione dei recettori della dopamina. Su questo terreno cresce e si ramifica il mercato delle sostanze, un mercato particolarmente florido, i cui proventi superano il PIL di molti Paesi mondiali. Un mercato a cui non interessa la leggerezza o la pesantezza, perché il suo unico comandamento è il profitto. In questo contesto, alle Comunità terapeutiche, ormai da anni, giungono i casi più disperati di tossicodipendenti cronici, in doppia diagnosi, i barboni, i senza famiglia. In questo contesto invece di operare in sinergia tra Pubblico e Privato, anch’esso in grave difficoltà per penuria di risorse, si lavora in conflitto aperto, soprattutto per il “budget”.
E così in realtà, sebbene venga definita una malattia, la dipendenza è trattata come ancella povera della sanità, forse sempre per l’antico peccato originale: «In fondo se la sono cercata!».
Mi chiedo: dove finisce la persona in tutto questo? Divisa tra mercati, additività, competizione, vacatio educativa e responsabilità della propria sconfitta. Ma, tra poco, non dovremo prendere in carico solo la tossicodipendenza. Sta già succedendo: alle porte della nostra Comunità bussano nuclei familiari interi che vivono la profonda perdita di senso del loro vivere e ritengo che i progetti di comunità siano progetti globali, che se da una parte si prendono cura della salute dei propri ospiti, dall’altra parte tendono a lenire le ferite dell’anima, a fornire strumenti di resistenza ai futuri attacchi della vita.
La pillola, il farmaco che io riconosco come unica medicina per la tossicodipendenza, è una medicina spirituale che ha le sue radici nell’onestà, nella giustizia individuale e sociale, nell’impegno, nella solidarietà e forse è questa la medicina anche per una società profondamente malata che, come quell’albero del racconto, costruisce frutti velenosi accanto a frutti sempre più buoni. Dobbiamo correre il rischio di morire avvelenati se vogliamo scegliere il bene.
In un vecchio libro per bambini, o meglio, per gli adulti in relazione ai bambini, La storia infinita”, il piccolo Atreiu, che vuole salvare la principessa ed il mondo di Fantasia, deve affrontare il Nulla che avanza e che vuole cancellare quel mondo. Ma nella storia di Michael Ende non è la forza del Nulla il vero pericolo, ma tutto ciò che in ogni modo aiuta il Nulla nella sua avanzata. Il giovane eroe deve superare molte prove, ma la più dura, quella che fa tremare il cuore, non è affrontare il male all’esterno di sé, ma il male in sé, la prova cioè dello specchio della verità. Il mostro in noi è la parte più dura da reggere ed il nostro lavoro di educatori ci pone proprio di fronte, non solo ai nostri ospiti, ma ai nostri cattivi sentimenti. Del resto, come recita la nostra Filosofia: siamo qui proprio per questo, «perché non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi».
Non siamo qui a caso, siamo qui perché non siamo statue di sale, siamo qui perché lo vogliamo. Non è una passività l’essere qui, è una scelta, per ognuno diversa, ma che alla fine ci permette di coabitare in un mondo che ci piacerebbe altro dalla realtà che vogliamo trasformare con i nostri sforzi, siamo qui anche perché non siamo soli. E siamo ancora qui perché vogliamo continuare ad esserci ed essere un segno di speranza, non solo per gli altri, ma anche per ciascuno di noi e ognuno di noi si fa speranza per l’altro. Senza dimenticare mai che prima di ogni cosa, valore, ideale, ci sono i nomi, i volti, le storie. Non ci sono i poveri generici, ma coloro che incontriamo, non i malati, ma i volti conosciuti del dolore, non i problemi sociali, ma la storia concreta di chi ha incrociato il nostro cammino, non ci sono i programmi ma i cammini condivisivi. In un mondo infedele, che gran segno di fedeltà è questo!
Del resto come è possibile nasconderci da noi stessi? Quello che ci ha catturato in tutti questi anni sono gli occhi e il cuore degli altri, quel volto dell’altro che da solo non ha senso se non in una relazione frontale con l’altro da sè. Solo così la fiducia nasce, fiorisce, scaturisce e possiamo permetterci di rinunciare a ruoli, a titoli, a maschere, a poltrone, ad abiti di rappresentanza, e di condividere la nostra zona d’ombra, i nostri segreti, che diventerebbero mostruosamente giganteschi, incontenibili e incontrollabili se chiusi dietro un’immagine falsa del sé.
Solo incontrando gli altri, nella povertà del nostro essere, il nostro cuore si può permettere quel palpito doloroso e gioioso, o forse semplicemente spaventoso, che è l’immagine di Dio nell’altro. La mano dell’altro diventa quella mano tesa della Cappella Sistina che è forse l’immagine artisticamente più bella perché solo un uomo nudo può incontrare Dio. Dio stesso è stato nudo su una croce. Del resto è solo questo che ci permette di essere unici, non in serie e quindi invisibili. Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare l’immagine riflessa di noi stessi? Esseri doppi, in cui l’ombra e la luce costruiscono un tutt’uno, ombre e luci condividiamo: fragilità e grandiosità, gioia e malinconia, brutalità e tenerezza, paure e speranze, dubbi e certezze. Gigante e nano… un uomo… parte di un tutto… un tutto cosmico dove oggi sono nuvola, uccello, farfalla o tigre, pioggia, grandine, sole splendente, un tutto sempre in grado di offrire quella differenza come dono a se steso, agli altri, al mondo. Come un canto individuale, ma che si intona e trova ragione della sua presenza e il valore della sua espressività solo nell’insieme, nel coro dell’umanità. Come un’orchestra, dove ciascuno impara a conoscere, comprendere, rispettare e amare l’identità, il ruolo, la parte dell’altro e nello stesso tempo accogliere più profondamente il valore della propria presenza. Senza dimenticare mai che, all’interno di un’ensamble, la parola “IO” si rovescia, si arricchisce di un nuovo elemento, e diventa “NOI”. E solo in questo terreno, nel giardino del noi, le nostre radici si approfondiscono fino a trovare il vero nutrimento e permetterci di fiorire, di innalzare la nostra chioma di crescere come dono. Vivi come un dono, avendo ucciso in noi la morte dell’individualismo, della solitudine, dell’indifferenza, della rassegnazione. È retorica? Per me è quello che ho imparato nei miei primi vent’anni di vita… con il mio Centro.
Relazione presentata al convegno “I DANNI DELLA DROGA. Riflessioni e proposte” organizzato dal Centro di Solidarietà di Genova giovedì 18 ottobre 2007.
Data di pubblicazione on line: 7 novembre 2007
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Don Mimmo Battaglia è presidente della FICT