Una ricerca del CeIS di Reggio Emilia tra i genitori di consumatori inseriti in un percorso di recupero.
Il Ceentro di Solidarietà di reggio Emilia ha condotto una ricerca sulla base di un campione di 54 famiglie di consumatori di cocaina che negli ultimi 30 mesi sono approdati al Progetto di recupero “no cocaina”. Di queste 43 hanno collaborato attivamente al percorso terapeutico ma non tutte sono riuscite a convincere il figlio a intraprendere un percorso terapeutico. Degli 11 casi di conclusione positiva del trattamento 8 hanno visto la compartecipazione attiva dei familiari.
Sono famiglie “numerose” nel senso che al primo incontro del mercoledì sera arrivano con un corteo di parenti, amici o datori di lavoro. Questo è un fenomeno che non si registrava più con gli eroinomani, caratterizzati da situazioni di destrutturazione familiare recenti, per effetto della droga, o remote, da imputarsi alla multiproblematicità della famiglia o alla cronicità della dipendenza.
Sul versante economico si tratta, in prevalenza, di famiglie benestanti. Questo dato è interessante e specifico e non può essere spiegato con la richiesta di un servizio privato a pagamento senza invio al SerT. Infatti il servizio privato riguarda solo 7 casi dei 51 considerati.
Sono in misura significativa delle famiglie-impresa: i figli o vi partecipano in qualità di dipendenti o, se provano a uscirne, fruiscono dei benefici del capitale accumulato. Sembra ricorrente la situazione che vede la generazione dei genitori tutta protesa a impiantare, far crescere e mantenere l’azienda, accumulando un capitale che difficilmente vogliono o sanno godere. La generazione dei figli in modo complementare intercettando le proiezioni delle parti inespresse dei genitori si pongono nel ruolo di chi sfrutta, disperde e sperpera quanto faticosamente è stato realizzato.
Sono per lo più i padri a caratterizzarsi come dei self-made-man: di modeste origini con percorsi scolastici essenziali o brevi, a volte interrotti per rispondere ai bisogni impellenti della famiglia d’origine.
Le madri o rivestono il ruolo di collaboratrici nell’azienda o sono casalinghe. A volte le due condizioni si alternano in risposta ai bisogni dell’impresa. L’aspetto interessante è che le madri, in posizione più defilata rispetto ai coniugi, sono dotate di titoli di studio più avanzati. È come se scuola e lavoro fossero dissociati: il sapere non è funzionale all’affermazione professionale.
La coppia dei genitori è rimasta integra e non ha vissuto processi di separazione che in rarissimi casi. E come se il forte impegno lavorativo avesse contenuto le aspettative reciproche e avesse prevalso sempre la collaborazione per il bene dell’impresa.
Sono, anche per quanto sin qui detto, in prevalenza famiglie del tipo invischiato. Il padre agli occhi dei figli rappresenta un’icona: simbolo di imprenditività,di determinazione, coraggio, disciplina, sacrificio e dedizione al lavoro.
Alla fine risulta un modello inaccettabile perché inarrivabile, poco umanizzato, sacrificale. Sentendolo emotivamente lontano, esigente e ipercritico i figli, complice la madre insoddisfatta della scadente qualità di vita, vestono gli abiti dei sabotatori.
IL RAPPORTO COL CENTRO
Si configurano come famiglie dinamiche, abituate ad affrontare con celerità i problemi che si presentano e orientate al fare per risolvere le questioni. Si attivano quindi prontamente anche di fronte al problema della cocaina.
Al primo incontro le madri si presentano in preda all’ansia e all’agitazione. Sono loro le incaricate a descrivere la situazione anche perché sembrano le uniche a conoscerne i particolari. I padri, spaesati, sembrano delegare agli esperti la gestione dei sentimenti delle mogli. Sembrano disporsi come in silenziosa attesa del verdetto dei tecnici.
Sono accomunati, sia i padri che le madri, nella richiesta di risposte veloci ed efficaci, incapaci di pensare che l’affrontare le difficoltà personali e relazionali possa esigere tempi diversi da quelli di un’azienda.
Loro sono del genere di persone che non si tirano indietro: vogliono essere “collaborative”e, a volte, pretendono di sapere cosa bisogna fare o addirittura di decidere loro la strada da percorrere. Sperano di poter omologare la cocaina ai problemi d’impresa.
MOTIVAZIONE ALLA RICHIESTA
Quasi sempre il problema è emerso ad un controllo delle transazioni bancarie: i conti in rosso, gli assegni scoperti, gli interessi passivi del conto corrente o l’ennesima richiesta di finanziamenti extra sono le spie più potenti del dissesto non solo finanziario.
A volte sono le compromissioni della salute fisica o mentale, i frequenti incidenti automobilistici conseguenti alla perdita di controllo nell’uso della cocaina a insospettire attivare dei controlli.
In certi casi invece è lo stress relazionale a provocare l’allerta: stato crescente di tensione, di aggressività e persino di violenza sia intrafamiliare che extrafamiliare che rendono la persona irriconoscibile.
Semplicemente, in altri casi, è l’improduttività sul lavoro a scatenare liti furibonde.
Altre volte, infine, sono i problemi con le forze dell’ordine ad allarmare la famiglia: ; guida senza patente; fermo per guida in stato di ebbrezza e ritiro della patente; arresto e detenzione per spaccio di droga. In quest’ultimo caso la famiglia arriva molta arrabbiata e piena di vergogna per lo sfregio all’immagine sociale così faticosamente guadagnata. Non è infrequente che il risentimento sia ugualmente ripartito tra il figlio e le forze dell’ordine colpevoli di essersi accanite sul figlio e aver lasciato correre con l’amico che lo accompagnava. E’ più facile pensare che il figlio sia un ingenuo, uno sprovveduto o addirittura un “coglione” piuttosto che arrendersi all’evidenza che la compromissione con le sostanze è andata ben oltre il loro immaginario.
HA SENSO L’APPROCCIO SISTEMICO?
Alla domanda se in tutti i casi fin qui descritti abbia senso l’approccio sistemico la risposta è positiva perché consente di intervenire in modo più adeguato in sistemi ad alto invischiamento. Ma anche perché, utilizzando la tecnica della “doppia descrizione”, permette di sbrogliare le matasse più ingarbugliate. Infine, ma non ultimo per importanza, è utile l’approccio sistemico perché consente di sfidare il quadro di premesse e di valori familiari che ha coltivato un “sé dopato”.
E LA TERAPIA FAMILIARE?
La terapia familiare è una straordinaria possibilità ma che richiede oltre alla motivazione anche una disponibilità economica suppletiva. L’esperienza insegna che può darsi l’ipotesi di una terapia familiare contestualmente al progetto “no cocaina” in altri è più praticabile a conclusione del percorso, in altri ancora è preferibile o possibile solo un lavoro sulla coppia costituita.
La terapia familiare in ogni caso serve se aiuta i componenti del sistema a differenziarsi a darsi dei confini generazionali e personali.
QUALE FAMIGLIA?
Resta aperta la questione di quale famiglia consideriamo destinataria d’intervento terapeutico laddove l’abuso di sostanze o la tossicodipendenza sia insorta in età adulta, a svincolo concluso, e il soggetto abbia costituito e, da molto tempo, una sua famiglia e i figli siano già adulti. Le indicazioni della letteratura, a questo riguardo, sono d’accordo nel considerare sempre anche la famiglia d’origine ma le accentuazioni sono diverse. Cirillo e altri avvertono di non cadere in inganno considerando l’insoddisfazione coniugale la causa della dipendenza. L’idea è che la coppia non sia stata all’altezza delle attese, abbia fallito cioè nel compito di lenire e curare sofferenze troppo antiche oppure le abbia solo cristallizzate. P. Rigliano considerando lo specifico dei cocainomani sostiene che vada visto il problema volta per volta. Se in anamnesi risulta che, prima del matrimonio, il rapporto con le sostanze o non si dava o era passibile di governo e d’uso a scopi ricreativi da parte del soggetto allora deve essere la famiglia costituita l’oggetto privilegiato d’analisi.
Sembra più importante in questo caso cogliere all’interno del ciclo evolutivo della famiglia il momento di passaggio e di crisi. E’ nel calendario il significato del messaggio che occorre decifrare.
Maria Pia De Stefano è psicologa e Responsabile dell’area famiglie del Centro di Solidarietà di Reggio Emilia
Data di pubblicazione on line: 22 novembre 2007
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