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Approfondimenti: FICT, 30 anni dalla parte della vita

Intervento Don Mimmo Battaglia, Presidente FICT alla Tavola Rotonda della FICT -14/12/2011

Approfondimenti: FICT, 30 anni dalla parte della vita

Crisi e nuove povertà: Non sempre i poveri li avrete con voi”

La povertà sembra essere “tornata di moda”. Se ne parla di più:  analisi, convegni, seminari, persino trasmissioni televisive;  gli invisibili ritornano a farsi vedere. Che dura prova per la nostra, pur bene allenata, indifferenza. I poveri sono aumentati, ci dicono i sondaggi. La soglia della povertà si è abbassata, fanno eco i tg. I sociologi ci presentano i nuovi poveri, inventando una categoria. Si accende un barlume di scandalo a scoprire che questi “nuovi poveri” sono perlopiù italiani.

Passi l’idea dei poveri nei paesi sottosviluppati, in via di sviluppo, del terzo mondo, del sud del mondo o con qualunque altro eufemismo vogliamo definirli! Sono lontani e non danno fastidio, solo un leggero ronzio in fondo alla coscienza,  ma a quello ci si abitua e si va avanti.
Passi la scoperta dei poveri immigrati. Li incontri per strada, nei bus, negli uffici ma, nella maggior parte dei casi, riesci a non farti toccare, ad andare oltre senza pensieri. Tranne quando diventano un problema. Ma anche lì è facile prendere in prestito un’opinione da un giornalista, o dal politico di turno per trovare comode categorie, senza lo sforzo della comprensione, della scoperta, del pensiero critico. Basta dividersi tra buonisti e intransigenti ed il gioco è fatto. Noi torniamo tranquilli e loro, gli immigrati, restano lì senza disturbare nel  loro angolino, sulla strada, nei mercati, sulle spiagge, nelle carceri, sulle barche, nei CPT.
I nuovi poveri, però, ci inquietano un po’ di più. Sono italiani intanto, come noi.  E poi sono poveri perché lo sono diventati, prima erano uguali a noi. Sono un monito, una minaccia, un avvertimento: il prossimo potresti essere tu!
Vivono tra noi, come il titolo di un vecchio racconto dell’orrore e, allo stesso modo, ci fanno paura. Sembrano dirci: attenti, la vostra azienda potrebbe chiudere, i vostri figli e fratelli non troveranno un lavoro, i servizi sociali non vi aiuteranno, non hanno fondi e personale, la vostra banca potrebbe fallire: è già successo negli Stati Uniti! E come nel racconto dell’orrore sembrano moltiplicarsi, come un contagio, assediando le nostre sicurezze con l’inquietudine ed il timore di una possibilità.
I media, dal canto loro, fanno da cassa di risonanza per le nostre nuove paure, nutrendole e annaffiandole, giorno per giorno, con scenari apocalittici e titoli che poco fanno capire ma molto lasciano da temere: lo spread, il default, la crisi del sistema finanziario, il capitalismo al collasso, i tagli, le finanziarie, i sacrifici, lacrime e sangue. Non c’è da stare allegri!
Da buoni cristiani potremmo cercare un rifugio ed una risposta alle nostre inquietudini nelle pagine del Vangelo. Lì Gesù ci dice: “i poveri li avete sempre con voi”. Detta così sembra una minaccia. Forse avremmo preferito ci dicesse altro: i poveri non li avrete sempre con voi. Così. Più rassicurante.
Eppure, in barba ad ogni nostro timore, è forse questa la vera minaccia del nostro presente: i poveri non li avremo sempre con noi.
Mi spiego meglio: avere qualcuno con sé non indica una semplice presenza, un esserci fine a se stesso. Avere con sé indica un’appartenenza, uno schieramento, un condividere strade e destini: una scelta. Per questo risuona la minaccia: : i poveri non li avrete sempre con voi. Perché loro, i poveri, continuano ad esserci, ma noi non siamo dalla stessa parte.
Non siamo capaci di stare con i poveri. Non ne siamo capaci perché spesso siamo accecati da un bisogno costante di sicurezza e perciò costruiamo muri, cancelli, sistemi d’allarme. I nostri condomini sono blindati perché restino fuori. Scacciamo i mendicanti dalle coscienze, ma anche dalle strade: persino ad Assisi, città del più celebre mendicante della storia, è diventato un reato chiedere le elemosine. I poveri rovinano la facciata bella dei nostri salotti cittadini, meglio nasconderli nelle periferie , dietro ai cartelloni pubblicitari, lontano dalle luci.
Non siamo capaci di stare con i poveri perché amiamo l’umanità, ma le persone non le sopportiamo poi tanto. E allora proclamiamo il nostro progressismo di facciata, il nostro egualitarismo alla moda:  ma che se ne occupi chi di dovere: è responsabilità dello stato, della chiesa, dei comuni, del volontariato. Perché non fanno niente? È compito di altri, non ci compete …
Non siamo capaci di stare con i poveri perché non riusciamo a incasellarli: ci piacerebbe tanto riuscire ad ordinarli nei nostri schedari, ben divisi per categorie: disoccupati, carcerati, ragazze-madri, tossici, immigrati … ma non c’è verso. Non stanno fermi. Non si lasciano studiare, vivisezionare, sgusciano via dai vetrini del nostro laboratorio sociale, si spostano, cambiano numeri, facce, storie. Partono, tornano, si riproducono, urlano o tacciono, a volte muoiono. La povertà ha un solo volto ma troppe facce e come raccontava Tolstoj “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.”
Sono un cattivo sogno, il nostro incubo. Sono la nostra cattiva coscienza, perché sono uno specchio possibile, perché mettono in discussione persino il nostro modo di essere e fare il “sociale”, il nostro avere a che fare con il potere per garantire la mission, ma di averci a che fare talmente tanto, da rischiarne il contagio, l’identificazione.

Beati i poveri, dice il Vangelo, non perché sia beata la povertà ma perché i poveri ci danno ogni giorno la possibilità di uscire da noi stessi per entrare in una relazione d’aiuto, di schierarci perché la povertà non esista più o quanto meno  riduca la presa dei suoi artigli.
Il nostro stare con i poveri dovrebbe essere anche combattere contro la povertà. Non è una proposta di beatitudine per la loro sofferenza attuale, ma è un invito,  a noi,  di muoverci in questo senso: lo stiamo facendo? I poveri aumentano. Dilagano come un’onda lunga. E noi? Si, abbiamo costruito fondazioni, associazioni, case di accoglienza. Sono risposte immediate alla fame, alla desolazione, alle dipendenze, all’emarginazione, ma possiamo fare di più?
In questi giorni sto pensando che in fondo quello che abbiamo costruito non è altro che un’elemosina ammantata di carità, e talvolta non siamo capaci di stare con i poveri perché non ci fanno guadagnare abbastanza. Eppure grazie a loro ci siamo fatti un nome, un’immagine pubblica rispettabile, abbiamo visto le nostre facce sui giornali e alla tv, abbiamo costruito il nostro podio sulle loro miserie e dall’alto di quel podio abbiamo smesso di guardare i loro occhi piegati, i loro bisogni;  abbiamo iniziato ad occuparci di noi stessi, dell’organizzazione da mantenere, dei soldi da recuperare, sempre troppo pochi.
Ciò che ci può salvare da una deriva di questo genere, di preferire cioè l’organizzazione alla mission, è che la povertà entri nelle nostre fibre, nel nostro cuore, faccia parte del nostro sangue.
Ma scegliere la povertà non può significare un vago sentimentalismo filantropico, una generica simpatia verso i disgraziati.
Scegliere la povertà vuol dire, come Francesco, sposare la donna che nessuno ha voluto in moglie, sceglierla tra altre, amarla, esserle fedele, viverla. E come altro potremmo sposare Madonna Povertà se non attraverso le nostre vite, il nostro quotidiano?
Nella crisi economica odierna c’è, forse la risposta: la saggezza orientale ci aiuta a tradurre “crisi” con la parola opportunità. Così questa opportunità in regalo è quella della sobrietà, della riduzione dei consumi, della riscoperta dell’essenziale. Sarà un dovere se non sarà una scelta.
E allora, sorella povertà, noi ti scegliamo, per amarti ed esserti fedele ogni giorno, perché solo quando entrerai davvero, non nelle nostre buone coscienze o nelle nostre ideologie politiche, ma nelle nostre vite, solo allora potrai essere la strada che indica la salvezza alla nostra storia umana ed a quella del mondo che viviamo.
Sarà solo così che, sentendoci  e scegliendoci poveri, oltre a riuscire a mantenere in vita in un’epoca così difficile le nostre comunità, potremmo diventare, poveri accanto ai poveri, voce potente dell’urlo che ancora non si ascolta, che chiede e pretende  giustizia sociale. Quella giustizia che deve cambiare, oggi,  le strutture relazionali fra i popoli e fra gli uomini, che chiede, da secoli, che invece di dare un tozzo di pane si combatta perché una giustizia umana, non fatta all’interno dei tribunali, invada la terra e costringa la politica ad arretrare e a fare avanzare spiritualità ed etica come basi dell’edifico comune dell’umanità.
I poveri non ce li avremo mai più con noi se continueremo a pensare e vivere da ricchi. Il ricco ha sempre qualcosa da perdere, ma non ne ha mai la volontà. Il povero no. Schierarsi dalla loro parte significa che anche noi siamo disposti a perdere qualcosa e non solo il superfluo.
Del resto la strada per la nostra povertà è già segnata, le organizzazioni sono in sofferenza e sappiamo bene che non possiamo rivolgerci al politico di turno. Questa volta, impoveriti insieme ai poveri, noi dobbiamo smettere come volontari di tappare i buchi di istituzioni che hanno scelto di salvaguardare e tutelare i più abbienti e trasformare il nostro operato che continuerà fino alle nostre ultime forze ed alle nostre ultime risorse, e chiedere che si facciano scelte coerenti. I governi stanno dalla parte delle minoranze ricche o, concretamente, ci mostrino di stare dalla parte delle maggioranze affamate. Si chiede ai cattolici un impegno politico, l’impegno non può esprimersi senza tenere presente da che parte stanno i cattolici: i cristiani stanno con Cristo e Cristo non è stato con i poveri, è stato povero. Il rischio è che i cristiani abbiamo perduto l’autentica cristianità , salvaguardando solo la formalità del rito.
E allora, con le parole del “povero” per scelta , Francesco, del povero che si è spogliato, voglio chiudere e salutare: “non pensare di aver vinto solo perché hai raggiunto la povertà, ma solo quando sentirai  amare quelle cose che prima ti parevano dolci, e dolci quelle che prima erano amare, avrai vinto con te stesso.

Don Mimmo Battaglia - Presidente FICT

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