Approfondimenti: Metadone, manetta chimica?
L’incontro d’équipe in comunità è cominciato da poco.
Il responsabile della C.T. Franco sta girando la testa di qua e di là, poi mi dice a bruciapelo:
“Si può finire la riabilitazione in comunità e andare al rientro con addosso ancora delle partite di metadone da prendere ogni giorno?”.
“Mi assale un dubbio”, commenta, “stiamo facendo tante cose e tanta fatica per niente?”.
La domanda piove sull’équipe, diventata di colpo muta, e resta appesa nell’aria per qualche minuto. Sorpresa, imbarazzo, nove cervelli in cerca di parole.
Rompo il silenzio e chiedo: “Chi si trova in questa situazione?”.
Il nome è presto detto.
“Come mai?”.
“L’interessato non vuol sentire di ridurre ed è d’accordo con il suo medico, perché va avanti così da una vita”, dice Franco, “anche il suo Sert è d’accordo”.
“Ma che senso ha?”.
“Ha una paura maledetta di star male e non c’è verso di convincerlo a sperimentarsi sotto i suoi milligrammi”, dice Barbara la sua psicologa.
“La paura è buona”, commento, “è mentalmente che non vuole andarsela a sentire. Se la sentisse davvero farebbe un bel salto di qualità. Il metadone gli è così diventato uno strumento chimico che gli fa da alibi a non sentirsi, come ogni persona nella norma si sente. C’è tanta gente come lui in famiglia e nelle città. Cosa pensate di fare?”.
Uno per uno dice la propria.
Noto con lo sguardo che tutti tirano indietro le spalle con senso di impotenza: accettazione di un dato di fatto che nessuno vorrebbe.
La domanda iniziale di Franco, alla fine, resta senza risposta.
Aleggia la domanda nascosta: un ragazzo così, sta in comunità a che fare?
Mentre tutti gli altri residenti a scalare, prima in accoglienza e poi anche in CT, si sono tolti il metadone, questo ragazzo non vuole assolutamente sentir ragioni.
Il ragazzo prende farmaci da sempre, fin da piccolo, e pare intenzionato ad affrontare tutta la sua vita a braccetto con le manette chimiche.
* * *
Non ho alcuna intenzione di riaprire discussioni e battaglie, ma solo di fare alcune considerazioni.
Una percentuale crescente di bambini e ragazzi viene avanti con il “passeggino chimico”.
Oltre a essere nativi internettiani sono pure abitanti delle foreste chimiche, in barba a ogni ecologia e a conclamata nutrizione di cibi a chilometri zero e zero inquinamenti.
I medici di base affrontano le ansie e le depressioni dei loro pazienti assegnando psicofarmaci piuttosto a man bassa, perché strumento rapido, efficace e con risultati subito percepiti dagli interessati. Psicofarmaci “pret à porter”, quasi da banco.
Dei risultati finali poi però devono interessarsi gli psichiatri che a volte registrano autentici disastri.
Una parte di questi farmaci per adulti, insipienza o stupida disattenzione, finisce nelle bocche e nei circuiti neurali di bambini e ragazzi. Talvolta vi è connivenza.
“Prendi, fa bene anche a te, se sei giù”.
Classico. Poi il nonno si accorge che le boccette sono vuote e non ci sono più pasticche, rubate dal nipotino.
Conclusioni semplici.
La vita dei cittadini è troppo medicalizzata e chimichizzata.
Non è accettabile un percorso riabilitativo dalla dipendenza, senza una sana, controllata e verificata sperimentazione per ridurre – possibilmente a zero – gli psicofarmaci succedanei, cioè che sono presi in alternativa alla droga.
La dipendenza da farmaci, psicofarmaci e droghe ha un costo reale per le tasche di tutti e molto spesso è improduttiva, il loro uso non risolve problemi di vita, di salute e di riduzione del danno.
Quel che è peggio, diventa uno strumento di controllo sociale.
Dove sono i radicali sostenitori delle libertà individuali al di fuori di ogni limite?
Se dallo spinello libero si arriva al farmaco obbligatorio, più a meno a spese di tutti cittadini, che senso hanno le battaglie libertarie?
Domande affatto retoriche. Non è una domanda retorica quella di Franco responsabile di comunità.
A che serve battersi per tirare fuori dei giovani dalla dipendenza quando si è inculcato loro, in modo tacito o esplicito, che la vita, senza farmaco inutile, non è vita?
Ammanettare chimicamente la vita!
Mi sento di denunciare questa aberrazione logica.
di Gigetto De Bortoli
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