Mar14

Approfondimenti: "Cosa direbbe Giorgio La Pira oggi?"

Approfondimenti:

 

Ho raccolto gli scritti di La Pira di cui sono in possesso sin da quando, un po’ più giovane, ho scelto di obiettare al servizio militare. In quegli anni La Pira fu illuminante per la mia formazione. Avevo pensato ad una rilettura “scientifica” e “sociale” dell’opera di La Pira, del suo pensiero economico e giuridico. Avevo ritenuto utile recuperare gli aspetti maggiormente dottrinali del pensiero di La Pira.

 

 

Poi stamane mentre correvo sulla splendida spiaggia di Melito, avendo di fronte agli occhi, in un splendida giornata, la maestosa bellezza dell’Etna innevato, nel ringraziare il Signore per la grandezza dei suoi doni, non ho potuto fare a meno di ripensare a questo piccolo grande siciliano, immigrato per forza, politico per amore, testimone per vocazione.

Ed allora mi sono reso conto che oggi più di ieri è necessario evitare di presentare questi testimoni luminosi come “grandi del passato”. Gli elogi a ciò che fu rischiano di rimanere altrettanti epitaffi, pietre tombali su un insegnamento che al contrario, deve rimanere vivo e presente materialmente in mezzo a noi.

Ed allora ho deciso di provare a riprendere alcuni passaggi fondamentali del servizio di La Pira e provare ad attualizzarne l’insegnamento. In altre parole mi sono chiesto “Ma se La Pira fosse qui oggi, cosa direbbe? Cosa farebbe?

Viviamo, ed è inutile sottolinearlo ulteriormente, un momento di grandissima crisi. Volutamente chi ha in mano i cordoni dell’economia e della politica tende a farci credere che si tratti di una crisi finanziaria, di risorse. In realtà, e lo sappiamo bene, questa è una crisi che abbiamo iniziato a costruire molti anni fa e che in questi giorni è esplosa nella sua piena drammaticità. Ad essere in crisi infatti è il concetto stesso di comunità,  quello che in questo momento a mio modo di vedere è maggiormente in crisi è il concetto stesso di comunità, laddove per comunità si intende quell’insieme di relazioni fiduciarie, quell’intreccio di rapporti tra pari che porta a quel senso di unitarietà che distingue un gruppo di individui, o meglio un insieme, una sommatoria di individui, da un gruppo di persone che stabiliscono di portare avanti insieme politiche unitarie.

Mi sono chiesto, Giorgio La Pira come si sarebbe posto di fronte a tale momento?

In primo luogo avrebbe probabilmente ribadito quale fosse la sua vocazione, in modo da spiegare chiaramente i motivi delle sue azioni.

L’episodio del Pignone è a mio avviso illuminante e straordinariamente attuale, rispetto a quello che ad esempio sta avvenendo in Calabria ed a Reggio Calabria, con la cosiddetta crisi del welfare e delle politiche sociali.

Di fronte alla minaccia delle ingiusta chiusura del principale stabilimento industriale di Firenze con il rischi di mandare sul lastrico centinaia di famiglie, La Pira non esitò a schierarsi dalla parte del più debole, senza curarsi delle conseguenze “politiche” e della già nota “prudenza democristiana”.

Furono tempi in cui si trovò combattere contro tutti. I suoi detrattori che non esitavano a chiamarlo con disprezzo “Un pesce rosso nell’acquasantiera” o “Comunista da sacrestia”. Il mondo economico dell’epoca che lo riteneva una sorta di minaccia “buonista” all’egemonia delle lobby industriali. Ma ciò che senz’altro lo fece soffrire di più furono i suoi stessi amici che non perdevano occasione per ribadirgli la necessità di maggiore prudenza, di un onorevole ritiro. Ma lui non ha mai vacillato, forte solo della certezza della sua fede.

In quel periodo, rispondendo ad un sollecito del suo amico Fanfani (allora Ministro degli Interni) che preoccupato per la piega che stavano prendendo gli eventi gli aveva ricordato, senza mezzi termini, che era un sindaco e doveva comportarsi da sindaco, La Pira non riuscendo a dormire, all’una del 27 novembre del ‘53, scrisse di getto una lettera, come chiamò lui stesso uno sfogo, che resta a mio avviso il migliore manifesto di ciò che un cattolico dovrebbe essere e fare.

“Anzitutto: vedi caro Amintore; io non sono un "sindaco"; come non sono stato un "deputato" o un "sottosegretario": non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro (ricordi l'offerta di De Gasperi?). 
Quanto al "sindaco" mi pare che il mio telegramma di una quindicina di giorni fa parla chiaro. 
E la ragione di tutto questo è così chiara: la mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell'Evangelo... mi sarete testimoni (eritis mihi testes) la mia vocazione, la sola, è tutta qui!”

Ed allora è proprio questa sua vocazione di testimone dell’evangelo la grande direttrice delle sue azioni. Ed in questo senso non conta l’impegno politico, non importa se io sono chiamato a fare il sindaco, il deputato, l’avvocato, il medico, l’operaio o il postino. Conta che in ogni cosa che “faccio” non devo mai dimenticare ciò che “sono”. E’ questa a mio avviso la prima grande lezione che oggi La Pira ci regala. Si fa tanto parlare in questi giorni dell’impegno dei cattolici in politica, ribadendo, correttamente, che i cattolici debbono avere sempre a mente gli insegnamenti di Cristo ed orientare così le proprie scelte politiche. Ma questo che significa? Che tutti gli altri sono esentati? Nessuno di noi, al di là del proprio impegno sociale, è esentato dall’operare per il bene comune!

E questo significa, come insegna La Pira, operare quotidianamente scelte contro tendenza, anche imprudenti se necessario, lì dove per prudenza si intende guardare prima al proprio bene particolare che all’insegnamento evangelico.

“Non dire che bisogna essere prudenti” continua la lettera “c’è un momento nella vita in cui gridare è il solo dovere: coma San Giovanni nel deserto! Temere di che? Quando l'umiliazione e l'offesa dei deboli perviene sino al grado al quale è qui pervenuta non resta che lo sdegno, ardito, generoso, fiero per tutelare la personalità umana : del debole così offesa e così sprezzata!”

E’ possibile non vedere la straordinaria attualità delle parole di La Pira? Il nostro Consiglio Regionale ha approvato un bilancio preventivo che ha un buco di passa 40 milioni di euro nel settore delle politiche sociali e socio assistenziali. Soldi sottratti ai poveri, agli indigenti, agli anziani, ai minori, ai disabili! Dove sono oggi i cattolici? Chi grida nel deserto? Come possiamo accettare tutto ciò in silenzio?

Ne “La difesa della povera gente” pubblicato per la prima volta in “Cronache Sociali” nel 1950, La Pira ebbe a scrivere “(…) Forse che le parole di Gesù -«I poveri li avrete sempre con voi»- legittimano in qualche modo una struttura sociale -economica, finanziaria, politica- che ha tollerato nel passato e tollera nel presente, in dimensioni ancora così vaste, il cancro della disoccupazione e della miseria?

No: i poveri non sono una Eucaristia sociale: essi sono il documento vivente, doloroso, di una iniquità: sono il segno inequivocabile di uno squilibrio tremendo -il più grave fra gli squilibri umani dopo quello del peccato- insito nelle strutture del sistema economico e sociale del paese che li tollera: essi sono la testimonianza della ulteriore sofferenza che gli uomini (i credenti) infliggono a Cristo medesimo”

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono ragioni di natura legislativa, giuridica, economica che vanno rispettate. Che non si può tirare il sangue da una rapa, che la Regione deve effettuare obbligatoriamente i tagli.

Io lascerei rispondere allo stesso La Pira: “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. «leggi economiche» può farmi deviare da questo fine: devo sempre ricordarmi che il Vangelo non è un «libro di pietà» [anche!]: esso è anzitutto un «manuale di ingegneria» [parabola del costruttore, Mt. VII, 24-29]: cioè un rivelatore delle leggi costituzionali, ontologiche dell'uomo; le sole leggi che permettono una solida costruzione della vita personale, sociale e storica dell'uomo.” (L’attesa della povera gente-Cronache Sociali 1950)

O ancora: “quando Cristo mi giudicherà io so di certo che Egli mi farà questa domanda unica (nella quale tutte le altre sono conglobate): - Come hai moltiplicato, a favore dei tuoi fratelli, i talenti privati e pubblici che ti ho affidato? Cosa hai fatto per sradicare dalla società nella quale ti ho posto come regolatore e dispensatore del bene comune la miseria dei tuoi fratelli e, quindi, la disoccupazione che ne è la causa fondamentale?

Né potrò addurre, a scusa della mia inazione o della mia inefficace azione, le « ragioni scientifiche» del sistema economico fondato su un gruppo di pretese « leggi » inviolabili -si dice!- come le leggi vere, quelle della natura fisica.

Non potrò dire: -Signore, non sono intervenuto per non turbare il libero giuoco delle forze di cui consta il sistema economico; per non violare la norma «ortodossa» che regola la circolazione monetaria; ho lasciato nella fame alcuni milioni di persone per non diminuire il pane a 30 altri milioni di persone; ho dovuto «temporeggiare» perché certe regole di prudenza monetaria (cioè della «mia» prudenza monetaria) mi impedivano di rispondere organicamente e rapidamente alla domanda dolorosa di lavoro e di pane che mi veniva con tanta urgenza da tante labbra. No: non posso addurre a mia giustificazione queste risposte: il fatto resta: «ebbi fame e non mi desti da mangiare ».”

I bilanci, tutti i bilanci, non sono un mero strumento economico che risponde a leggi matematiche! I bilanci sono frutto di precise scelte politiche che un cristiano, qualunque sia il suo ruolo, deve fare esclusivamente alla luce del Vangelo.

Qualcuno potrebbe ancora obiettare che tutto ciò è utopia, che non è possibile raggiungere in terra l’obiettivo di debellare le miserie, tutte le miserie.

Qualcuno potrebbe dire che l’insegnamento di La Pira è completamente scollegato da ogni concretezza.

Eppure, tornando all’episodio del Pignone, ecco come descrive “l’evangelo applicato di La Pira” un sindacalista che si è visto al fianco questo “strano” mezzo prete.

“La Pira si rivelò per noi un punto d’appoggio insperato e prezioso, senza il quale la nostra mobilitazione rischiava di essere una protesta inutile. Il sindaco aveva capito che non si trattava solo di salvare alcuni posti di lavoro, ma di evitare l’ingiusta chiusura di un’azienda florida, che era uno dei motori trainanti dell’economia fiorentina, e che aveva le potenzialità per diventare un fiore all’occhiello per l’economia italiana: per questo si impegnò in una battaglia asprissima.

Non si trattava di un atto di carità ma di un piano industriale vero e proprio; un piano pensato, ragionato: La Pira passava ore, ogni giorno, con noi operai, e insieme abbiamo studiato a tavolino un modo per salvare l’azienda.”

Non si tratta di sentimentalismo, non si tratta di facile commozione. Si tratta di piegare la nostra intelligenza alle ragioni della nostra fede, la nostra razionalità alle ragioni del nostro cuore. La Pira ha risolto il problema del Pignone con un piano industriale, mica con le chiacchiere!

Certo è necessaria una grande forza nella fede, ma è una forza che va sostenuta, accompagnata, implementata. La Pira era solito “raccontare” il proprio programma di sindaco alle suore di clausura, coinvolgendole e chiedendo loro di accompagnarlo nella preghiera. Un uomo le cui azioni partivano e terminavano nel colloquio con Dio, la cui fede era costantemente implementata dalla preghiera e dalla forza dell’incontro con Cristo eucarestia.

Ma occorre saper pagare le conseguenze delle proprie scelte, occorre pagare l’oste come il buon samaritano.

Al termine della vicenda del Pignone i liberali tolsero l’appoggio alla giunta La Pira con la scusa che aveva concesso il Parco delle Cascine al PCI per la festa dell’unità (cosa che peraltro si ripeteva da anni). Memorabile fu in tale occasione il discorso che La Pira fece in Consiglio Comunale, ribadendo la propria piena ed irrinunciabile libertà:

“…io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia!

Ma non avete il diritto di dirmi: signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.).

È il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni ….

Se c'è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l'amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita.

Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c'è!

Quindi, signori Consiglieri, è bene parlare chiaro su questo punto! Ripeto, voi avete un diritto nei miei confronti: negarmi la fiducia: dirmi con fraterna chiarezza: signor La Pira lei è troppo fantastico e non fa per noi! Ed io vi ringrazierò: perché se c'è una cosa cui aspiro dal fondo dell'anima è il mio ritorno al silenzio ed alla pace della cella di San Marco, mia sola ricchezza e mia sola speranza!”

Ecco la vera forza di La Pira, quella che oggi dobbiamo ritrovare in noi stessi, quella straordinaria libertà di movimento che lo stesso La Pira indicava come la libertà che Cristo mi ha donato, l’unica ricchezza che possiedo, l’unica gioia che io godo, l’unica potenza di cui io dispongo”

E’ questa libertà di testimoni di Cristo, per quanto poveri ed infedeli, l’unica vera forza capace di cambiamento. Quella forza che ci toglie gli alibi che nulla può cambiare, che tutto è utopia, che non abbiamo alcuna possibilità su questa terra. Questo è a mio avviso l’insegnamento che oggi, in questo momento di straordinaria difficoltà, La Pira ci lascia.

Oggi La Pira direbbe le stesse cose di allora, perché la legge dell’amore di Dio è immutabile. Tocca a noi rendere viva la speranza cristiana nei nostri comportamenti e nelle scelte quotidiane.

Come direbbe La Pira "Il pane, e quindi il lavoro, è sacro; la casa è sacra, non si tocca impunemente né l'uno né l'altra: questo non è marxismo, è Vangelo".

Luciano Squillaci - Consigliere FICT

 

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