Mar30

Approfondimenti: Dal Welfare dei diritti al Welfare della carità: il rischio di un drammatico ritorno al passato

Approfondimenti: Dal Welfare dei diritti al Welfare della carità: il rischio di un drammatico ritorno al passato

Stiamo vivendo un momento storico di particolare gravità. Ormai siamo abituati a sentire parlare di crisi, al punto che quasi non ci spaventa più, ma probabilmente continuiamo a non cogliere appieno la reale portata del dramma di questi giorni.

Ci hanno fatto intendere che stiamo affrontando un problema di natura economico-finanziaria, una contrizione delle risorse che ha portato ad uno stato di crisi generalizzata. In altre parole i mercati internazionali non riescono più a mantenere il dovuto equilibrio, e di conseguenza ne risentono le economie dei singoli stati e, a cascata, ogni cittadino.

Se questo però è l’effetto, ciò che si continua ad omettere sono le origini storiche che hanno condotto a questo momento drammatico. La crisi di questi giorni ha radici lontane nel tempo, in un modello neoliberista che negli ultimi quarant’anni ha portato con sé fenomeni di spiccato individualismo, all’interno dei quali si è fatta strada l’idea, sempre più diffusa, che il bene particolare non coincide con il bene comune e che l’obiettivo di ogni singolo deve essere la ricerca sfrenata del ben-essere personale e del proprio ristretto nucleo familiare, anche a discapito della collettività quando è necessario.

Dietro la falsa promessa di un diffuso benessere, si è celato un cancro che è arrivato a divorare di sé ogni forma solidaristica determinando una società in cui tutto è misurabile in termini meramente economici. I valori portanti e le grandi idealità del passato hanno ceduto il passo ad un crescente edonismo, mascherato dietro un cinico senso di “necessità selettiva”: se io sto bene è inevitabile che qualcuno stia male…

Una discesa sfrenata verso il baratro che ha infine determinato una società di inconsapevoli “residenti”, che hanno totalmente abdicato al proprio ruolo di cittadini, limitandosi a salvaguardare la propria sfera individuale ed il ristretto nucleo familistico-amicale intorno a loro.

La crisi che stiamo vivendo è quindi prima di tutto etica e valoriale. Sono in discussione i principi stessi del vivere comune, peraltro mirabilmente sanciti dai primi 12 articoli della nostra Costituzione, che oggi più di ieri, appaiono sfocati e lontani nel tempo e nella storia, quasi si tratti non di diritti ma di utopie irrealizzabili.

Una sensazione di diffuso scoramento, di crescente disperazione, cui ovviamente non è estraneo il welfare ed il mondo delle politiche sociali, che più di tutto il resto sta pagando il dazio di decenni di non-politica, di visione di corto termine, di speculazioni sfrenate.

Dal 2008 ad oggi i sette principali fondi nazionali riguardanti le politiche di welfare per i più deboli (fondo nazionale politiche sociali, fondo per la non autosufficienza, famiglie, servizio civile, ecc.) si sono ridotti di oltre 2/3, mettendo a serio rischio un sistema già precario e povero di risorse.

Sembra esserci dietro un disegno preciso, lo smantellamento sistematico dello stato sociale, o perlomeno del modello di welfare che si è costruito faticosamente nel corso degli ultimi 50 anni e che ha visto lentamente concretizzarsi il dettato costituzionale.

Un modello che ha consentito il passaggio epocale da un sistema basato sulla compassione caritatevole e sull’assistenza corporativa, ad uno stato di diritto nel quale la dignità di ogni cittadino e le pari opportunità  rappresentano altrettanti punti fermi, concretizzati attraverso servizi specifici.

Nel corso degli anni abbiamo assistito ad una crescita dei servizi, sia in termini qualitativi che quantitativi, passati da un pioneristico buonismo volontario, a professionalità sempre più qualificate e specifiche. Oggi in Italia, grazie soprattutto agli sforzi del mondo del no profit, abbiamo un sistema di servizi sociali sicuramente all’altezza degli standard dei principali paese europei.

Ed è questo, al momento, il rischio più serio che corriamo. Non si tratta di una semplice riduzione di risorse dovute ad un momento passeggero di crisi. La sensazione è che sia in atto, ormai da qualche anno, una precisa scelta di disimpegno nel campo dei servizi, un disinvestimento che inevitabilmente prelude al ritorno verso il welfare privatistico basato sulla compassione caritatevole di chi sta meglio verso le diverse categorie di poveri e malati. Un sorta di sistema “riparatorio” che accettando come inevitabile una iniqua distribuzione delle ricchezze, lava le coscienze attraverso elargizioni liberali, filantropia e mecenatismo.

Tutto ciò mentre appare evidente come la forbice tra ricchi e poveri sia in costante aumento, e come siano sempre di meno i primi e sempre di più i vulnerabili a rischio povertà.

In altre parole, ed è questo il grande dibattito oggi in corso, si rischia di passare da un welfare universalistico fondato sul generale diritto di cittadinanza, ad un welfare per i poveri, sempre più “categoria” e sempre meno “cittadini”.

I tagli al welfare che dal livello nazionale a quello locale si stanno ripetendo senza fine, sulla base della falsa giustificazione della carenza di risorse, stanno ad indicare, senza mezzi termini, la scelta di un modello “spartano” di società, dove i più deboli o fragili, i vulnerabili, chi non riesce a stare al passo con gli altri, viene gettato giù da una moderna rupe, virtuale ma non per questo meno cruenta, fatta di emarginazione, pseudo-assistenzialismo, risposte parziali, servizi carenti.

In tutto questo il mondo del volontariato e del terzo settore ha una precisa responsabilità, che ha il dovere di assumere.

In un momento di svolta epocale, il volontariato, quale espressione più vivace e pulita della società civile, è chiamato ad assumere in pieno il ruolo di agente di sviluppo, tessitore di reti sociali, garante di legalità e trasparenza. In altre parole è proprio la moltitudine di uomini e donne che quotidianamente spendono il proprio tempo nella gratuità che deve acquisire piena consapevolezza del proprio ruolo, lavorando alacremente alla rinascita dello spirito comunitario sui territori.

Oggi non possiamo più limitarci ad una “buonista” azione volontaria. Siamo chiamati ad avere chiaro il contesto generale all’interno del quale il volontariato agisce e dove ha il dovere di reclamare il proprio ruolo di denuncia e di proposta. La sfida che ci attende non è più quella dell’assistenza o del dovere civico. E’ quella della costruzione della comunità del futuro. Una precisa dimensione politica, intesa nel senso di ricerca del bene comune, che siamo chiamati ad acquisire sui territori, uscendo con coraggio da logiche residuali e ghettizzanti che hanno speso relegato i volontari a “quelle brave persone che si occupano dei poveri”. La ri-costruzione delle nostre comunità passa dall’eliminazione delle categorie, dietro cui troppo spesso si nascondono le moderne caste, e dalla conseguente ri-scoperta della cittadinanza di ogni singolo, nella pienezza dei diritti e nella consapevolezza dei doveri.

Una società di “diversi uguali”, capace di riconoscere la ricchezza delle differenze nella pari dignità di ogni cittadino.

Sogno? Utopia?

No, solo il preciso progetto di un nuovo modello di welfare, alternativo a quello che vorrebbero farci passare come “inevitabile dolorosa conseguenza”.

Azione, testimonianza, coerenza e condivisione, da sempre pilastri fondamentali dell’azione volontaria e del terzo settore, rappresentano altrettanti segnali di speranza che fanno comunque credere nella possibilità di un finale diverso per una storia ancora da scrivere.

di Luciano Squillaci – Consigliere FICT

Posted in approfondimenti

Commenti (0)

Lascia un commento

LOGIN_TO_LEAVE_COMMENT