Mag07

Dipendenze: "Sulla riduzione del danno e l’aumento della libertà"

Dipendenze:

Dopo una discreta pausa, intesa come quantità di tempo,  eccomi qua ancora a riflettere sui temi della dipendenza. Oggi ciò che mi spinge a scrivere alcuni pensieri confusi, è stato l’incontro con un gruppo di ragazzi brasiliani che hanno impresso una svolta alla loro storia, che sembrava già scritta senza possibilità di cambiamento.

Tra venerdì e lunedì, due episodi di vita molto interessanti e strettamente connessi tra di loro hanno occupato le mie giornate.

Venerdì 3 alla Centrale di via Gorizia ho incontrato educatori e ragazzi del Gruppo di Mutuo Appoggio Pé No Chão, un’entità della società civile brasiliana,  senza fini di lucro che organizza attività educative, artistiche e culturali con bambini, adolescenti e giovani che fanno delle strade il loro principale spazio di lotta per la sopravvivenza nella città di Recife, nordest del Brasile.

Poi rientrando in sede il passaggio da Largo degli Alpini e la notizia sul quotidiano di oggi Lunedì 6 maggio,  dell’ordinanza del Comune sulla zona per contenere il “disturbo”  dell’uso di alcool e forse di altro ancora.

Storie che per diversi versi sembrano troppo differenti: ragazzi di strada paragonati a uomini di strada, brasiliani paragonati ad italiani, prospettive sul futuro da una parte, in un divenire di possibilità per i ragazzini brasiliani, mentre in una prospettiva malinconica per i frequentatori di Largo degli Alpini.

Ma alcuni punti di contatto di queste esperienze pur così diverse sono aimè evidenti.

Primo, la strada che diventa luogo di convivenza ma anche scenario di riscatto o di cronicizzazione a secondo dell’approccio che si vuole tenere con il tema con gli “oppressi”.

Secondo, il senso di oppressione che le diverse società concentrano sulle “persone scorie” della società definita liquida più o meno opulenta, secondo il parallelo del globo, in cui ogni individuo si trova a vivere. Neri in Brasile non è molto diverso da drogati o stranieri in Italia.

Nel confronto su come a Recife si affronta il problema dei ragazzi di strada, una delle prime domande che ci è stata girata da Josimar Borges, uno dei fondatori dell’associazione, è stata tranciante e al tempo stesso chiarificante: “ma voi nel lavoro con gli ultimi da che parte state con loro o con la municipalità?”

E poi ancora, “la questione dei bambini di strada da noi è un problema tipicamente politico al punto tale da richiamare la lotta di classe qui come vivete il problema della discriminazione?”

E mentre continuava a rammentarci l’approccio educativo generato dalla pedagogia degli oppressi (si badi bene non PER GLI OPPRESSI) di Paulo Freire, io continuavo a veder scorrere davanti ai miei occhi non solo Largo degli alpini ma anche tutte le politiche giovanili che si attuano nella nostra città.

Continuavo a rassicurarmi; la nostra città è piena di servizi dedicati, abbiamo una rete di scuole invidiabile, ogni anno scriviamo progetti per ridurre il disagio dei giovani. Ma ancora non ero quieto. Ma ecco uno spiraglio di spiegazione razionale.

Josimar dichiarare le tre regole fondamentali per fare del lavoro di strada una attività di emancipazione: primo ascoltare, secondo ascoltare, terzo ascoltare. La magia però non stava nell’ascoltare ma nella capacità di fare di questo ascolto una attività, che generando dalla volontà dei ragazzi,  produca iniziative di partecipazione attiva per la città o ancora meno della piazza o della strada in cui questi ragazzi vivono.

Ora pur capendo la diversità di prospettiva di vita di un 18enne da quella di un 40enne, non potevo non chiedermi cosa possono fare i frequentatori dei diversi Largo degli alpini di Reggio, per emanciparsi da questa oppressione del sistema che si vede costretto a sfornare ordinanze su ordinanze.

Non è possibile pensare ad un differente sistema di convivenza degli spazi della città evitando vecchie pratiche di migrazione da uno spazio all’altro ?

E’ vero che nei giovani incontrati venerdì mattina si vedeva nei loro occhi quell’entusiasmo di adolescenti che attraverso lo sviluppo di una qualità artistica, toccavano con mano la possibilità di un riscatto.

Allora ogni riduzione del danno non può non accompagnarsi all’idea di liberarsi dall’oppressione del momento, che sia la violenza del razzismo, il legame distruttivo con alcool o droga o l’assenza del lavoro quotidiano.

Ascoltare, ascoltare, ascoltare ma anche agire (fare) per vivere la responsabilità della propria libertà.

Ivan Mario Cipressi

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