Feb19

Oltre il consumismo educare alla carità e al perdono (1) - di Stefano Bovero

La globalizzazione dei comportamenti di massa appiattiti sull'interesse personale e l'indebolimento e la relativizzazione delle istituzioni produce annacquamento del senso di responsabilità nei soggetti.

Oltre il consumismo educare alla carità e al perdono (1) - di Stefano Bovero

L'attuale periodo storico del nostro Paese appare specificamente caratterizzato da forti tendenze all'autoaffermazione o alla conservazione sociale provenienti da soggetti che fanno riferimento a vari centri di interesse e di potere, come lobbies, partiti politici, gruppi economici  e mediatici, mondo dello sport e dello spettacolo

Raramente da questi ambienti, ai quali i media riservano la maggiore diffusione, provengono esempi comportamentali che denotino un sentito e manifesto rispetto dei valori umani; raramente vi sono leggibili la lealtà, il rispetto e la tolleranza, a meno che non siano espressi per precisi interessi strategici o per “ordini di scuderia”.

Ciò sembra avvenire in misura più marcata proprio durante l'attuale, generalizzata e prolungata situazione di crisi economica e finanziaria, alla quale si unisce un diffuso allontanamento dalle morali basate su valori etici quali giustappunto il rispetto, la gentilezza e la considerazione reciproca. Queste tendenze hanno inoltre cominciato a determinare a loro volta un progressivo e preoccupante affievolimento delle stesse norme sociali che si rifanno ai principi costituzionali di legalità e di uguaglianza di fronte alla legge, fondamenta della nostra civiltà basata sull’ordinamento giuridico tipico di uno stato di diritto.

La promozione ed affermazione degli individui in nome di un malinteso senso di un'illimitata libertà personale si pone come una sorta di un recente passaggio socioculturale improntato all'amoralità e all'antiideologia, là dove in tempi precedenti tale fenomeno, pur presente in qualche misura, appariva temperato, se non combattuto, dalle morali forti tipiche delle ideologie, benché anch'esse apparissero anch'esse permeate di contenuti autoreferenziali ed autogiustificatori, i quali tuttavia non sempre si riducevano al perseguimento di meri interessi personali.

Il clima sociale che ne deriva assomiglia sempre più ad un'ultracompetitiva rincorsa generale finalizzata a conquistare dimensioni di successo/piacere/potere ad ogni livello sociale e produttivo, fenomeno questo che concorre a produrre un onnipervasivo e rarefatto clima di deresponsabilizzazione noetica tra i soggetti: questi ultimi, come ben appare dai comportamenti riproposti dalle immagini televisive dei “reality”, appaiono spesso condizionati in gran parte dalle loro stesse risposte ansiose, depressive e maniacali agli stimoli sistematici di tale clima, nonché adattati ormai da alcuni anni ad una relazionalità umana resa “fredda” ed egocentrata da una comunicazione interpersonale narcisistica vissuta sistematicamente attraverso cellulari e computer, per cui vengono sospinti a ricercare dimensioni di “libertà” e di autorealizzazione nelle improbabili isole felici degli artificiosi mondi dello spettacolo mediatico o delle dipendenze vecchie e nuove o della disinvolta fruizione di un'offerta consumistica di piacere sessuale sempre più differenziata e sofisticata, oppure ancora nell'infeudarsi ai poteri politico-mafiosi quando non nella violenza vera e propria. Non a caso la violenza, verbale o fisica, è infatti lo sbocco naturale delle pulsioni non più mediate, trattenute e trasformate dalla cultura del diritto, dell'etica e dell'interiorità.

Questo clima sociale, come è stato reso noto negli ultimi tempi, sta coinvolgendo in misura sempre maggiore membri di primo piano della stessa classe dirigente contribuendo a rinforzare una sorta di circolo vizioso, se non di vero e proprio cortocircuito, tra società civile e società politica proponendosi sempre più tipicamente come un clima da “basso impero”: il tramonto dei più basilari valori comportamentali tradizionalmente condivisi nella società, promosso dall'anarcoide ed amorale mondo dei media, dove si promuove tutto ed il contrario di tutto, genera nella società non solo confusione tra vita vera e fiction, tra informazione e spettacolo, tra sport ludico e sport bellico, ma ormai anche narcisismo, invidia e, da ultimo, una sempre più palese aggressività violenta attraverso lo stesso meccanismo dell'imitazione-suggestione.

Questo confusivo imbarbarimento dell'etica condiziona a sua volta il mondo della società politica, che a sua volta retroagisce sulla società civile in una spirale di costante rinforzo che si autoalimenta e dove appare sempre più ostico individuare punti di riferimento valoriali che permettano di identificare precise e certe responsabilità politiche, giuridiche, morali e personali. La globalizzazione dei comportamenti di massa appiattiti sull'interesse personale (economico, sociale o sessuale) e, in contemporanea, l'indebolimento e la relativizzazione delle istituzioni produce annacquamento del senso di responsabilità e deprime nei soggetti le facoltà noetiche necessarie a costruire progettualità sociali e politiche evolutive, finalizzate cioè al bene comune (non è ferendo il presidente del Consiglio che si difendono le istituzioni, ma rammentando alla carica pubblica quali sono i limiti legali e costituzionali del suo agire).

Le stesse impietose statistiche sul crescente consumo e spaccio di droghe e di alcol e l'incidenza sempre più elevata di forti disturbi da dipendenza sessuale, virtuale e non, sembrano fare della società attuale, dei suoi valori privati e pubblici già condivisi e delle sue stesse regole politiche ed istituzionali un qualcosa che appare in fase di graduale dissolvimento entropico, di cui il proliferare dei film catastrofici alla moda come “2012” sembra rappresentare una sorta di generale metafora simbolica. Si direbbe trattarsi di quei segnali, sempre più leggibili, tra quelli che Arnold Toynbee catalogava come preannuncianti il tramonto di ogni civiltà.

Nello stesso tempo le modalità sociali con cui si cerca di riempire il vuoto etico nel nostro Paese attraverso la riproposizione di modelli interpretativi o comportamentali forti e non effimeri, vale a dire connessi a contenuti valoriali richiamantisi alla responsabilizzazione degli individui in nome di principi superiori, siano essi di matrice religiosa o di provenienza laica, sembrano continuare a restare riservati soprattutto al magistero della Chiesa cattolica, e per la sua autorità morale storica, e per la visibilità mediatica di cui essa dispone, e per la relativamente minore pervasività sociale operata dalle altre autorità morali (per esempio il Dalai Lama e le altre confessioni religiose, o lo stesso Presidente della Repubblica, inteso come custode dei valori morali racchiusi nella Costituzione).

Tuttavia i richiami morali “forti” provenienti direttamente da tali istituzioni consolidate scontano inevitabilmente la mutazione sociale che è avvenuta a partire almeno dagli anni Sessanta anche presso le soggettività più sensibili ed intelligenti: soggettività che si sono fatte progressivamente distanziate e sospettose e quindi hanno appreso a riflettere sulla realtà in modo complesso e non più dualistico, a farsi domande rispettando la sensibilità della propria coscienza anziché aderire acriticamente o fideisticamente a risposte provenienti da autorità “assolute”; e a sviluppare in modo anche originalmente personale la loro stessa sensibilità spirituale. Di qui, anche, il più ridotto seguito verso le istituzioni di cui sopra, o meglio, un seguito più attento e critico esercitato per mezzo della crescita delle sensibilità individuali e dell'esercizio del primato della coscienza.

Inoltre, la diffusione capillare di Internet sta promuovendo, accanto alla formazione di numerosi e diffusi gruppi virtuali accomunati dalla sterile frivolezza alla “Grande Fratello” televisivo, quando non da un vero e proprio edonismo amorale sadomasochista (come quello che anima i siti pornografici e pedofiliaci o quelli dediti al culto dei disturbi alimentari quali la bulimia o l'anoressia nervosa), anche altrettanto folti gruppi virtuali accomunati da una crescente volontà di riflessione e confronto in un proficuo incontro di sensibilità e di intelligenze su contenuti etici, spirituali e politici, giungendo talvolta a compattare veri e propri gruppi di pressione di massa con riflessi non secondari sulla stessa società politica.

La comunicazione virtuale dunque, nel bene e nel male, sembra avere la meglio su quella concreta, per cui lo stesso movimento di un'intelligenza sociale che rifugga dai disvalori appare sempre più racchiuso nella sfera privata, e la sua socializzazione non avviene più con i grandi movimenti concreti di massa, bensì tramite l'organizzazione di siti virtuali di massa (Facebook, Youtube, Twitter), oltre che con la comunicazione interpersonale mediante chats, blog, e-mails e sms. Questi mezzi stanno perciò veicolando sia la comunicazione di una libertà senza responsabilità (libertà dai principi e dai valori, egoica ed amorale), sia quella di una libertà con responsabilità (libertà per costruire rapporti e comportamenti fondati su valori che si richiamano all'intelligenza emotiva e morale).

Nella nostra società postmoderna, pertanto, non esistono dunque soltanto i disvalori, benché, come ha recentemente osservato l'attuale Pontefice, i fatti che li riguardano godano da sempre di un risalto mediatico nettamente maggiore di quanto ne fruiscano invece gli atti di disinteresse, di solidarietà, di amicizia e di altruismo. Il Male fa più notizia del Bene per cui i soggetti, il cui principio di realtà dipende ormai in gran misura dalle forme comunicative mediatiche, sono portati a farsi una rappresentazione della società in cui vivono considerandone innanzi tutto i problemi e le storture, gli egoismi e gli scandali, le inefficienze e le ingiustizie, quando non le autentiche infamie (un recente esempio tra i tanti: le persone sane operate da “disinvolti” chirurghi e rese invalide per sempre con il mero scopo di ottenere contributi pubblici), invece che avere presente l'operato efficiente ed efficace di amministratori responsabili o all'agire di chi si impegna, in silenzio ma concretamente e positivamente, nel campo educativo-preventivo e rieducativo-riabilitativo.

E tuttavia diventa difficile sfuggire all'impressione che i disvalori mai come oggi abbiano raggiunto una diffusione sociale così capillare e preoccupante nel nostro Paese, giungendo a contagiare praticamente ogni ambito della società e minando la fiducia anche verso istituzioni tradizionalmente affidabili: a partire da Tangentopoli che coinvolse tout-court tutti i partiti della Prima Repubblica, compresi quelli che vantavano le migliori tradizioni di buona amministrazione locale; a partire da quei sacerdoti e prelati cattolici trovati orribilmente e ripetutamente colpevoli di pedofilia continuata e reiterata; a partire dalle “disinvolte” e variegate scelte sessuali di politici di primissimo piano; a partire dall'uso generalizzato di droghe un tempo considerate “pesanti” (segnatamente: cocaina, ma anche eroina) ormai fattosi da tempo trasversale a tutti i ceti sociali e divenuto gradualmente adattivo e normale (forse non ha più nemmeno senso mettere le virgolette a questo aggettivo) anche e soprattutto presso la classe dirigente; a partire dall'uso amplissimo, fino all'abuso sistematico e rituale, dell'alcol tra i giovani ed i giovanissimi; a partire insomma da una cultura edonistico-consumistica che mai come oggi è giunta a considerare le stesse persone come oggetti sessuali da consumare con nonchalance, meglio se gratuitamente e, se del caso, forzosamente (diversamente, l'offerta a pagamento nel nostro Paese è comunque abbastanza “diversificata” da soddisfare tra gli 8 e i 9 milioni di “consumatori” di prostitute, un soggetto maschile ogni tre!).

L'oggettificazione utilitaristica delle persone nei rapporti umani e gli stessi rapporti che vengono vissuti insieme alla consumazione “rituale” di sostanze che creano dipendenza o comportamenti narcisistici e deresponsabilizzanti, appaiono come l'ultimo attuale atto, nel costume sociale, di quella sociocultura edonistica di massa che ha avuto negli ideali piccolo-borghesi della middle class, i ceti medi, il suo modello sociale di elezione nell'ultimo cinquantennio, come aveva sagacemente ammonito Pasolini.

L'uscita dalla povertà di massa nell'ultimo dopoguerra si era saldata fortemente con il mito del progresso economico e scientifico favorendo a livello sociale la lenta formazione di quella che è oggi divenuta una gigantesca cultura egoica sistematicamente nutrita di edonismo e sovreccitazione, ultracompetitività ed efficientismo, finalizzati ad un Fare e ad un Avere da “investire” prevalentemente nel consumo come unica gratificazione immediata contro il vuoto lasciato dall'abbandono o rifiuto reciproco nella relazionalità tra le persone.

Quest'ultimo fenomeno riguarda il venir meno di una disposizione d'animo positiva e accogliente verso gli altri, già più praticata nelle relazioni comunitarie che non in quelle societarie, e sempre più spesso compare anche negli stessi rapporti intrafamiliari e coniugali modificando fortemente orizzonti di senso già condivisi. Si tratta, in sostanza, della caduta del fondamentale atteggiamento di base della fiducia reciproca, depresso dall'ansia anticipatoria che l'altro non soddisfi i nostri bisogni o non sia all'altezza dei nostri desideri. In tal modo ogni soggetto viene spinto ad autocentrarsi sui propri bisogni vivendo anche il prossimo a lui più vicino come mero strumento per soddisfarli (un esempio concreto della ricaduta sociale di questo fenomeno: l'Assessorato comunale ai servizi civici della città di Torino ha rilevato in questi giorni che su una media statistica di dieci nuovi contraenti matrimonio celebrato nel 2007, ben cinque hanno già ottenuto la separazione a distanza di soli diciassette mesi, esattamente il cinquanta per cento).

Nella nostra personale pratica clinica evidenziamo i disturbi di molti pazienti letteralmente prigionieri dei propri consolidati risentimenti verso coloro che li hanno “consumati”, cioè strumentalizzati e ingannati sotto il profilo affettivo, pazienti che reiterano l'ansia tensiva di essere nuovamente abbandonati aggrappandosi ad un nuovo oggetto d'amore fino a sfinirlo con le loro ansie, con l'effetto fatale di esserne nuovamente abbandonati. La scarsa disponibilità a mobilitare una profonda risorsa emotiva come il perdono impedisce di superare le ferite ricevute e contribuisce a acuire queste ultime attraverso l'attaccamento ostinato all'offesa, al risentimento e alla vendicatività.

Ciò conferma ulteriormente l'esistenza di gravi carenze sociali in troppi soggetti: un'incapacità di de-centrare il proprio Io, una difficoltà profonda a mobilitare com-passione, empatia, comprensione ed aiuto realmente disinteressati. In una parola, una mancanza di carità.

In luogo di questa è comparso il fenomeno che ha allargato l'oggetto della pratica consumistica alle persone: il consumismo umano, proiezione di una coscienza narcisistica perennemente afflitta da delirio di onnipotenza, da una nuova hybris fatta di smania di accumulare potere e piacere, fenomeno che ha generato una soggettività costantemente autoreferenziale diretta a mobilitare invidia invece di condivisione e tolleranza; vendicatività invece di giustizia; ricerca ossessiva del successo o del potere personale invece di una competizione onesta e leale.

In particolare il successo e il potere si sono mostrati così profondamente seducenti al punto da generare un'autentica dipendenza da essi: nella politica, nel lavoro, nello sport e nello spettacolo, per quanto riguarda l'ambito pubblico; nelle amicizie e nella coppia per quanto riguarda l'ambito privato. In tutte queste dimensioni le relazioni umane sono state largamente contagiate da comportamenti che mostrano gli estremi del consumo reciproco e/o dell'abbandono reciproco. Troppo spesso le persone si cercano e stanno insieme per utilitarismo e piacere, si “consumano” l'un l'altra entrando raramente e con grande difficoltà in relazione profonda. E di fronte alla delusione o alla demotivazione affettiva da parte dei soggetti più sensibili, che nella coppia soffrono di più l'assenza di uno scambio emotivo profondo ed autentico, scatta con facilità la rinuncia al rapporto ed il loro abbandono da parte dei partner più superficiali, più portati a “pilotare” e a divertirsi che non a costruire e ad imparare dal/la compagno/a.

A tale fenomeno hanno già contribuito almeno un paio di generazioni attraverso modalità educative che, dopo aver reagito ad un opprimente autoritarismo durato secoli, sono gradualmente scadute in un permissivismo disorientante che ha buttato via insieme all'acqua sporca anche il bambino, cioè la pratica esemplare di valori positivi nelle relazioni interpersonali.

Sono così cresciute generazioni costrette ad orientarsi tra i doppi legami comunicativi e i giovanilismi dei loro genitori, punti di riferimento che parlano in un modo ma agiscono in un altro. E, cresciute a loro volta, queste generazioni si sono anch'esse inevitabilmente trovate spiazzate nel loro successivo ruolo di genitori con figli ancor più eterodiretti e suggestionati dai nuovi “valori” mediaticamente globalizzati e percepiti come un qualcosa cui doversi conformare (discoteche “tiratardi”, piercing, tattoos, spinelli, alcol, speed-date, appuntamenti pericolosi presi in “chat”, rapporti sessuali a rischio, ecc.) pena il sentirsi “tagliati fuori”.

Certo, nemmeno il genitore meno attento userà scopertamente un linguaggio pedagogico diretto a mal-educare, non dirà mai di volerlo fare, ma nella pratica, cioè con l'esempio personale, lo fa e spesso anche in modo decisamente disinvolto. Per cui, non solo la dimensione etica, ma anche gli stessi insegnamenti che la civiltà italica aveva sviluppato nel corso di secoli nei quali il reddito nazionale ed il Pil erano sensibilmente inferiori agli attuali, come il senso del sacrificio (“prima il dovere, poi il piacere”) ed il senso di responsabilità, hanno conosciuto un progressivo e drastico tramonto in una pratica sociale dominata dall'affermazione di un permissivismo radicale trasversale alla stessa cultura politica. Non a caso anche quest'ultima, tradizionalmente depositaria di un linguaggio pubblico-politico “serio” (anche se accompagnato da una pratica spesso opposta), è passata ad usare tout-court l'invettiva e il dileggio, quando non il palese insulto verso gli avversari, strizzando sempre più l'occhio ai comportamenti più irriguardosi che molti si concedono verso gli altri nella convivenza quotidiana (è appena il caso di ricordare che tutto questo conduce inevitabilmente ad un imbarbarimento violento dell'agone politico, come ha ammonito più volte il presidente della Repubblica Napolitano).

Già nei primi anni Settanta Konrad Lorenz denunciava il “rammollimento delle giovani generazioni” ne “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, e la fragilità di queste ultime appare effettivamente in tutta la sua drammaticità, in questi tempi di dipendenze diffuse,  soprattutto come incapacità a sviluppare resilienza, incapacità frutto di un'educazione mirata alla gratificazione immediata nella fruizione di beni e servizi anziché diretta ad insegnare la tolleranza e le strategie di fronte alle situazioni conflittuali e, in generale, di fronte alle difficoltà dell'esistenza. E, ancora, la violenza si pone fatalmente come scorciatoia imboccata da chi è stato mal/educato all'interno di questo clima.

Il disadattamento prodotto da questa sociocultura “positiva” ed ultrapermissiva ha prodotto nel tempo un'onda lunga di convincimenti emulativi che ha richiesto a più livelli nuovi e ripetuti “riti di passaggio” dell'età evolutiva:1) lo stordimento di massa con la musica oltre la soglia del dolore e l'esaltazione-attutimento dei sensi in attività edonistiche (abuso di droghe, alcol e sesso); 2) la promozione di comportamenti fondati sull'ebbrezza del rischio come le corse folli in auto o l'attività sessuale promiscua senza uso di precauzioni. È la stessa ebbrezza del rischio che ritroviamo alla base adrenergica del gioco d'azzardo compulsivo, ma che non ci appare così lontana da quella che spesso anima lo stesso gioco speculativo di Borsa, come hanno dimostrato le spregiudicate operazioni finanziarie che nel 2008 hanno infettato con i “titoli tossici” l'intero sistema economico mondiale provocando la più grande crisi economica globale dal 1929.

Non mancano nel nostro Paese gli esempi di spregiudicatezza compulsiva a sfondo economico-sociale come la disinvoltura con cui la proprietà della Parmalat, dopo il crack dell'anno precedente, ha continuato a celare i suoi beni pur di evitare di rifondere le migliaia di famiglie frodate; o la pratica della slealtà sistematica nello sport (vedi i corposi scandali di  “Calcioscommesse” e poi di “Calciopoli”, ed ovviamente la pratica del doping vecchio e nuovo praticato in moltissime specialità comprese anche quelle amatoriali). Si tratta di fenomeni alla cui base sembra agire un meccanismo eccitatorio, fatto di trasgressione e di regressione dell'Io, non dissimile da quello che anima le stesse, già citate, relazioni affettive “consumistiche” tra i sessi (anche all'interno dei matrimoni medesimi), dove le pulsioni egoiche non trasformate trovano assai presto sfogo in allegre “scappatelle” non appena la relazione rivela la sua naturale conflittualità e richiederebbe quindi cura e profondità di impegno e di sentimento.

Come abbiamo visto, la società politica fa sovente da “specchio” a questi comportamenti, là dove si è passati dalla contrapposizione tra le ideologie “forti”, in grado di rappresentare e veicolare idee ed opinioni diverse ma fondate sul perseguimento del bene comune, all'affermazione di una sostanziale anti-ideologia personalistica in cui traspare e prevale nettamente la hybris epocale di cui sopra, fattore che propaga contrapposizioni narcisistico-violente, cioè con toni sempre più estranei alle regole del gioco democratico.

Stefano Bovero, psicologo psicoterapeuta ed insegnante.

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