Feb19

Oltre il consumismo educare alla carità e al perdono (2) - di Stefano Bovero

Carità e perdono possono essere considerati come due antidoti etici ai tradizionali modelli di comportamento sociale e politico basato su difesa-e-attacco.

Oltre il consumismo educare alla carità e al perdono (2) - di Stefano Bovero

Il quadro preoccupante che abbiamo delineato rischia seriamente di svuotare di contenuti positivi le stesse istituzioni, che, nonostante imperfezioni e problemi, costituiscono pur sempre quanto di meglio ha saputo costruire il popolo italiano nel corso della sua travagliata storia.

Non si può dimenticare che la nostra Costituzione, che oggi non ci si fa scrupolo di voler cambiare a tutti i costi (adeguandola ai valori odierni?) a suo tempo venne ritenuta tra le più equilibrate e moderne del mondo da insigni giuristi di fama mondiale. Diventa perciò difficile seguire progetti di riforme politiche che rischiano di trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda della temperie valoriale suddetta. Perché se un tempo le ideologie cercavano di sensibilizzare e coinvolgere le masse per mezzo di una serrata dialettica politica finalizzata comunque a promuovere utilità collettiva, oggi l'anti-ideologia dilagante utilizza spregiudicatamente le mezze verità e l'abuso disinvolto del potere politico per difendere interessi personali presentati con forza come interesse collettivo.

E se da un lato le massime autorità religiose e morali del Paese prendono in qualche modo posizione contro quegli atteggiamenti xenofobici che sempre più spazio stanno trovando nella società politica e civile, dall'altro diventa costernante constatare che, in nome della lotta ai disvalori di cui sopra, esse talora critichino o condannino gli stessi valori laici nati dal superamento storico dell'assolutismo politico, culturale e morale, in quanto portatori di valori relativistici. Ma si tratta di valori di cui la libertà di coscienza, intesa come primato della sensibilità individuale originata dalla tolleranza e dal confronto, rappresenta il vertice più importante e forse il migliore antidoto alla temperie odierna dove l'effimero, l'egocentrismo e le mezze verità si sono fatti politica per strumentalizzare il consenso elettorale e giustificare/sanare interessi personali illegali senza farsi più scrupolo di destabilizzare le stesse regole dello Stato di diritto.

Pur trattandosi di un valore tipico della cultura laica, la libertà di coscienza risponde infatti  in pieno al requisito noetico, e dunque spirituale, dell'autotrascendenza (per dirla con Viktor Frankl) ed appare perciò quanto mai lontana da quell'atteggiamento opportunistico ed amorale da cui la Chiesa è solita prendere le distanze definendolo con il termine di relativismo.

Si impone dunque un richiamo al discernimento etico e alla sensibilità delle coscienze. Esso deve passare certamente e necessariamente attraverso i mass-media (benché non controllabili nelle loro forme espressive e nei loro contenuti più alienati) facendo appello sia alla sensibilità religiosa sia a quella laico-umanistica della società, e cercando soprattutto di evitare dannose contrapposizioni tra queste ultime. Ma deve passare soprattutto mediante la rivivificazione degli obiettivi trasversali dell'educazione scolastica primaria e secondaria, cioè là dove è più materialmente e convenientemente possibile porsi come target non solo i metodi didattici per meglio adattare i giovani al mercato del lavoro, bensì anche coltivando sistematicamente la loro intelligenza emotiva e morale, vale a dire suscitando e facendo sperimentare ai ragazzi l'intelligenza dei sentimenti e degli stati d'animo indipendentemente dal fatto che essa possa essere messa in relazione con principi di natura religiosa o meno. Troppe volte, infatti, le dinamiche conflittuali tra gli adulti di tutti i settori della società odierna riflettono una forte immaturità causata dall'incapacità di tollerare le frustrazioni, incapacità che affonda le radici nelle le invidie e nelle gelosie egoiche primarie tipiche di vissuti infantili e poi adolescenziali non corrette.

Se è vero che le maggiori religioni insegnano da sempre la compassione come valore emozionale fondamentale, ciò significa che essa costituisce sicuramente un grande re/medium contro la cultura egoica che contraddistingue da sempre il declino di ogni civiltà. Nella nostra cultura la compassione è tradizionalmente ben rappresentata dalla carità e dal perdono, che rappresentano in effetti gli aspetti teorici e pratici basilari della compassione e dell'empatia, esaltati da Gesù Cristo ma raccomandati anche nei communia di Seneca e nelle massime di Confucio, oltre che costituenti il portato centrale dell'insegnamento buddhista.

Questi concetti sono ormai usciti dall'ambito meramente teologico o filosofico e sono stati fatti propri dalle stesse pratiche psicoterapeutiche sia nella loro corrente umanistico-esistenziale che in quella neopsicoanalitica, e messe in pratica con successo per riabilitare soggetti portatori di disturbi conclamati. Allo stesso modo sono concetti utilizzati nella psicologia di comunità, soprattutto là dove sono stati usati per mettere a punto e quindi applicare le utilissime tecniche della logoterapia frankliana aspecifica, vale a dire l'autodistanziamento e l'autotrascendenza, in continuità ideale con il metodo della maieutica educativa socratica.

Ma, al di là delle specifiche forme con cui la carità e il perdono trovano applicazione nella pratica clinica, vale la pena prenderne in considerazione anche la loro grande portata suggestiva a livello etico per spogliare questi valori da quelle connotazioni moralistiche e spesso ipocrite con cui sono stati spesso veicolati dalla cultura moralistico-autoritaria, per farli invece scoprire a pieno diritto all'interno di una cultura dell'interiorità e della consapevolezza, in antitesi all'attuale cultura della hybris e dello stordimento dei sensi, come modelli di tipo socioeducativo utili a correggere le storture comportamentali basate sul narcisismo della  coscienza collettiva e quindi a rivivificarne i presupposti etici promuovendo atteggiamenti più sani e liberati dalle stesse proiezioni egodeliranti di chi, individui o agenzie sociali, è tentato di utilizzare questi due grandi valori in senso ipocrita: la “carità pelosa” e il perdono colpevolizzante possono costituirne due esempi.

Si tratta, in questi casi, di modalità proiettive e “buonistiche” di usare il perdono e la carità, valer a dire con atteggiamenti privi di consapevole limpidezza, strumentalmente usate ancora a fini autogiustificativi per il mantenimento o l'allargamento della sfera di influenza e di potere.

Dove non c'è alcun posto per questi infingimenti (come per esempio nella pratica psicoterapeutica) la psicologia del profondo che si avvale degli  echi simbolici e suggestivi della carità e del perdono si rivela spesso in grado di smuovere terapeuticamente casi clinici ostici e resistenti ad altri tradizionali interventi riabilitativi, essendo essa in grado di smuovere l'arroccamento energetico dei nuclei narcisistici nella coscienza permettendo di spezzare la spirale dei risentimenti facendo leva sulle risorse psicospirituali dei soggetti mediante tecniche ipnotiche di tipo costruttivistico e transpersonale.

Partendo da questi presupposti pratici possiamo concludere che la carità e il perdono possono essere potenzialmente considerati anche come due robusti antidoti etici ai tradizionali modelli di comportamento sociale e politico basato su difesa-e-attacco, nei quali prevale di solito la fedeltà oltranzistica al gruppo di appartenenza sull'amore per la verità.

Già presenti nel volontarismo morale cattolico e rivisitati alla luce di teorie psicologiche che credono nel potere fecondo ed evolutivo dell'interiorità, questi due grandi snodi evangelici appaiono perciò suscettibili di essere adeguatamente ripresi e diffusi negli ambiti secolari dell'etica filosofica, della pedagogia e delle stesse scienze sociali, sì da indebolire scientificamente le radici dell'attuale temperie mediatica oppiata dall'assuefazione a visioni egocentrate della realtà e nutrita di mille stimolazioni sensoriali, nonché responsabile di un degrado realmente pericoloso della civiltà nel nostro Paese.

Stefano Bovero, psicologo psicoterapeuta ed insegnante.

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