Relazione dell’avv. Marco Cafiero, delegato FICT, presentata alla Giornata di Lavoro propedeutica alla Seconda Conferenza Nazionale “RecidivaZero”, il 20 marzo 2024, del Segretariato Permanente per l’Inclusione Economica, Sociale e Lavorativa delle Persone Private della Libertà Personale istituito presso il CNEL.
Presentazione della F.IC.T.
Da qualche anno rappresento la Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche ETS.(di seguito F.I.C.T.) all’interno del Gruppo persone private della Libertà personale del Forum del Terzo Settore .
La F.I.C.T. ETS, opera da oltre 40 anni, ed è una rete che rappresenta organizzazioni che lavorano su tutto il territorio italiano gestendo oltre 600 servizi socio-sanitari e socio-assistenziali, in ambito dipendenze patologiche, minori, migranti, salute mentale.
I servizi per le dipendenze, da tempo, non si dedicano più al trattamento quasi esclusivo di pazienti con disturbo da sostanze, soprattutto eroina: a questi servizi, infatti, si rivolgono sia persone con disturbi correlati all’assunzione di sostanze psicoattive sia con comorbilità psichiatrica sia con comportamenti additivi, quali il gioco d’azzardo, l’uso compulsivo di Internet, social network, gaming, shopping compulsivo, sex-addiction, comportamenti alimentari.
In particolare, i 45 Centri federati alla FICT si articolano in 243 servizi censiti nel 2023 (tra dipendenze, gap, aids, mamme tossicodipendenti, migranti, minori, familiari), che rappresentano solo una parte dei servizi esistenti, suddivisi in: – servizi residenziali e semi-residenziali; – servizi ambulatoriali; – servizi specialistici; – servizi di primo livello (bassa soglia, centri drop-in, e pronta accoglienza, gruppi di auto aiuto e consulenza). I servizi della FICT, solo per le dipendenze patologiche conteggiati nel 2023, sono 153, ovvero il 19% di 803 servizi del privato sociale censiti in Italia (cfr. Relazione annuale al Parlamento sulle droghe 2023).
L’attività offerta è la cura terapeutica ed educativa, l’assistenza, il reinserimento sociale e lavorativo degli utenti nonché l’accompagnamento e l’assistenza alle famiglie con una particolare attenzione agli interventi educativi territoriali, tramite la collaborazione e la creazione di una rete dei servizi sui territori.
Nel 2023 su 5578 utenti inseriti, il 12% è in provvedimento giudiziario (687), i maschi sono 643 (94%) e le femmine 44 (6%) con un rapporto di 1 femmina ogni 14 maschi. Il 48% è in affidamento in prova, il 28% agli arresti domiciliari.
L’inserimento del Terzo Settore all’interno del segretariato permanente rappresenta un impegno essenziale del gruppo di lavoro Cnel. Il lavoro da solo non produce cambiamento se non favorito dallo strumento operativo del lavoro di rete effettuato da una interazione costante tra gli operatori istituzionali e gli operatori territoriali. La cultura di rete tende, grazie alle forze del privato sociale, a dare uno sviluppo esterno alla volontà dei detenuti di percorrere l’iter della riabilitazione.
La F.I.C.T., oltre che sul recupero, punta sui percorsi di Giustizia riparativa che si avvalgono della forza seducente di compensare il reato, portando la Comunità sociale a valutare la pena tradizionale come inidonea a cancellare l’azione e tantomeno a prevenirne ulteriori. La retribuzione risponde ai bisogni emotivi nei confronti dell’autore che, comunque, si placano solo nell’immediatezza dell’irrogazione della sentenza di condanna, per poi riemergere con frequenza. Gli strumenti di gestione non penalistica dei reati devono assumere una forma credibile e tale da consentire alla Comunità di ritenere il carcere come ultima spiaggia.
La F.I.C.T e la Giustizia Riparativa
Secondo il Prof. Luciano Eusebi (Rieducazione e prospettive di riforma del sistema penitenziario penale dopo il D.L.G.S n. 150/2022 – in Sistema Penale) le cui riflessioni da anni mi confortano facendomi pensare che ciò che per molti è utopistico, è ancora possibile pensare che la Giustizia Riparativa sia possibile.
La Giustizia riparativa si pone a fianco di quella retributiva costruendo un modello integrato in grado da rispondere a tutti i bisogni della Comunità, non solo a quelli emotivi fondati sulla ristorazione delle ferite attraverso un semplice palliativo.
L’esimio cattedratico pensa che ”Il soggetto rieducato, diversamente da quello neutralizzato, contribuisce, dunque, a chiudere, sul territorio, spazi percorribili in senso criminoso o, se si vuole, a chiudere posti di lavoro criminale”. Le organizzazioni criminali, in questo modo, perdono forza per il distacco dei propri adepti; essi infatti , qualora esclusivamente sanzionati, diventano una risorsa all’interno degli istituti penitenziari, una sponda di omertà e fedeltà che l’educazione, invece, debellerebbe.
Il soggetto prende le distanze e riprogramma la propria esistenza al di fuori dei circuiti criminali in cui continuerebbe a restare sia durante la detenzione che una volta dimesso. La comunità deve intendersi educante perché coniuga un concetto che non le permette di fare sconti a livello educativo.
Il considerevole aumento dei suicidi in carcere e l’annoso problema del sovraffollamento, che oggi sembra raggiungere livelli ben oltre la soglia di tolleranza, inducono a riflettere proprio su quei percorsi di cui abbiamo trattato.
Ed anche in questo caso sottolineo quanto esprime Luciano Eusebi nel suo articolo “Nondimeno, mancano totalmente da tempo, nella stessa dottrina penalistica studi specifici dedicati alla rieducazione inframuraria, lasciando l’impressione che intere categorie di reclusi debbano ritenersi a priori refrattarie rispetto a qualsiasi percorso rieducativo”
La F.I.C.T. è da sempre pioniera nell’evidenziare la necessità di coniugare da decenni elementi sottesi alla Restorative Justice. Primo fra tutti quello di rappresentare una Comunità all’interno della Comunità sociale. Non essere un luogo isolato ma solo uno spazio in cui avere modo di riflettere su come vivere nella società.
La FICT da sempre offre modelli educativi e la Carta dei Valori cui si ispira, utilizza un linguaggio assolutamente aderente al modello riparativo.
Il riportare al centro la persona intesa come essere relazionale fa comprendere come, in tempi non sospetti, Progetto Uomo anticipasse il fallimento del modello riabilitativo tout court del sistema sanzionatorio ed affermasse quello riparativo che porta al centro dell’intervento giudiziario la relazione tra gli individui come metodo di risoluzione dei conflitti e prevenzione della recidiva delittuosa.
Quanto ho approfondito negli ultimi vent’anni sul modello riparativo mi induce a condividere l’assunto secondo il quale la diversità rappresentata dall’altro, diventa responsabilità per l’altro. Si tratta di uno degli assioni meglio definiti che la Giustizia Riparativa intende affermare perché chiama ciascuno di noi alla responsabilità nei confronti dell’altro. Sembra una visione mistica, in realtà è profondamente laica perché impone a ciascuno di guardarsi dentro per trovare la relazione di aiuto di cui dovremmo essere depositari anche nell’ottica di un benessere personale. Essa esige che ci si lasci chiamare e provocare non solo dal mondo, ma dai mondi in divenire che egli abita.
Si parla di ricerca di identità e di senso ed è facilmente riconoscibile quanto la Giustizia Riparativa intenda nell’incontro tra le parti. Rendere tutti i soggetti attivi, con la loro storia, i loro bisogni, i loro vissuti, i loro saperi e le loro speranze è parte del dialogo che si instaura nell’incontro di mediazione come momento di riconoscimento dell’altro. Non si può prescindere dal senso se si ambisce alla costruzione della relazione.
Responsabilizzare le persone nel percorso di cambiamento o di miglioramento della qualità della vita non è forse un obiettivo ribadito all’infinito dalla GR?
Accogliere senza precondizioni, precomprensioni o preclusioni, attenti a favorire eventuali aperture al cambiamento o all’assunzione di maggiori responsabilità: è la forma richiesta per l’incontro che la GR sostiene essere foriero della modifica dei repertori discorsivi che caratterizzano il conflitto.
Accrescere le capacità di costruire rapporti positivi e propositivi con il proprio contesto familiare e sociale e lavorativo rappresenta l’obiettivo primario di un percorso di GR, ed ancora promuovere esperienze innovative mantenendo le caratteristiche della flessibilità delle risposte e dell’adattamento al bisogno non è forse quanto il Governo sta cercando di fare quando si addentra nei meandri della risposta sanzionatoria come risorsa inframuraria. Il lavoro come momento prodromico all’inclusione sociale e all’acquisizione di competenze rappresenta una risposta al bisogno, non esauriente perché comunque la riposta detentiva è densa di controindicazioni che il mero lavoro non può vanificare.
Non servono sfiliate, carrozzoni colorati, gridi di rivendicazione, che non muovono le coscienze individuali, ci vogliono momenti in cui ciascuno di noi trova i colori dentro sé e si riconosce in quei semplici valori che la F.I.C.T. afferma da così tanto tempo, che dovrebbero essere stati digeriti ma che incontrano la resistenza di ciascuno di noi. Forse è vero che prima di voler riparare gli altri abbiamo bisogno di riparare le nostre fragilità, i nostri pregiudizi e i nostri preconcetti e mettere al centro la persona…ma non solo la nostra!
Note sull’evoluzione normativa in corso
Il decreto legge 4 luglio 2024 n. 92 (c.d. Decreto Nordio) avente ad oggetto Misure urgenti in materia penitenziaria, di giustizia civile e penale e di personale del Ministero della Giustizia, approda tra le polemiche e presenta i suoi chiari e scuri.
Gli intenti emersi dal simposio CNEL introducono misure strutturali, ma non può prescindere da una seria ed efficace opera di depenalizzazione. La riforma carceraria ha un senso se servirà a costruire un sistema penale più equo e giusto. Stiamo assistendo ad una innumerevole serie di suicidi dovuti alle condizioni vita all’interno degli Istituti.
È importante fare una riflessione sulla norma di cui all’art. 8 che prevede l’Istituzione presso il Ministero della Giustizia di un elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale.
Per poter ottenere l’accesso a questo elenco le strutture residenziali devono essere in grado di garantire, oltre ad un’idonea accoglienza residenziale, lo svolgimento di servizi di assistenza, di riqualificazione professionale e reinserimento socio-lavorativo dei soggetti residenti, compresi quelli con problematiche derivanti da dipendenza o disagio psichico, che non richiedono il trattamento in apposite strutture riabilitative.
Questo ultimo assunto desta non poche perplessità: sembra che in queste realtà confluiscano le persone che non vengono ritenute meritevoli di trattamenti specifici. È mai possibile pensare che soggetti con tali disagi possano essere esclusi dal sistema sanitario e venire “posteggiati” in queste realtà fino al momento in cui non raggiungeranno un grado di autonomia tale da consentire loro di spiccare il volo come gli altri. Tutto ciò in assenza di un trattamento che faccia loro superare un problema a cui il sistema sanitario nazionale è tenuto a dare una risposta adeguata.
Ritengo impossibile ipotizzare strutture in cui convivano problemi disparati, una sorta di anticamera della libertà in cui si possono sviluppare dinamiche di qualsivoglia natura dovute a comportamenti antisociali, carriere criminali scevre da dipendenze patologiche e persone con problematiche psichiche!
Nel corso del grande evento del 16 aprile 2024 intitolato “Recidiva Zero. Studio Formazione e Lavoro in Carcere” abbiamo assistito ad un confronto serrato sulle proposte normative volte a coniugare la sicurezza in carcere e il trattamento del detenuto, sia attraverso il riconoscimento e il rispetto delle regole sociali, sia attraverso il lavoro che educa il detenuto alla responsabilità, come afferma il Presidente del Consiglio intervenuto.
Sono termini che rimbalzano da tempo in tutti i discorsi politici e sociali che si affollano nelle sedi congressuali ma che difficilmente trovano spazio se non in virtù di progettualità effimere in occasione di cospicui finanziamenti. Pare, infatti, che un grosso stanziamento verrà disposto a favore delle iniziative volte a creare competenze durante il periodo della detenzione, spendibili all’esterno per abbassare il tasso di recidiva.
Ma ciò che mi ha colpito, è che viviamo in una società fatta di povertà educativa, perché, come dice Mons Pagniello Presidente della Caritas Italiana, la storia dei detenuti nasce dalla povertà economica, culturale ed educativa. Auspica, a gran voce, che il detenuto venga accompagnato in questo percorso: mi pare di capire che il lavoro di per sé non sia sufficiente, occorre, e lo ribadisco a costo di essere ridondante, una fase educativa che consenta al detenuto di scegliere la via più sicura piuttosto che quella più breve.
Con riferimento al concetto di riparazione, dunque, è convincente quanto sostenuto in sede congressuale dal Prof. Paolo Sommaggio, dell’Università di Padova, per il quale il lavoro rappresenta una risorsa riparativa. Mi piace pensare che il concetto di riparazione non sia legato esclusivamente alla frattura sociale determinata, ma anche a quella che il reo ha provocato in sé stesso, leggibile nella sua storia personale fatta proprio di povertà educativa. Ancora più convincente mi appare il concetto di bifasicità della riparazione: se l’incontro con la vittima anche allargata rappresenta un modo di guardare al passato, il lavoro rappresenta l’opportunità di guardare al futuro. Nessuna delle due fasi deve andare a discapito dell’altra ma insieme rappresentare l’obiettivo principale della Giustizia di Comunità.
Infine, con riferimento al dipendente da sostanze, figura a cui ho dedicato quarant’anni della mia vita sociale e professionale, ritengo che il lavoro sia una fondamentale risorsa per quel soggetto che con fatica affronta un percorso di recupero, lungo ed articolato. Se al termine di questo percorso non lo attende uno sbocco produttivo sarà giocoforza assistere ad un recidivarsi sia della dipendenza che dell’illiceità.
Il Disegno di legge depositato in Parlamento, frutto dell’assemblea del Cnel, prevede un bonus per l’impresa che assume detenuti. Questo è il risultato dell’idea che punta a recuperare socialmente i detenuti, riducendo i tassi di recidiva. Si propone la parità di trattamento salariale. Interviene sulla legge Smuraglia e ridefinisce l’accesso a lavoro e formazione.
L’obiettivo, lo si ripete, è quello di abbattere fino ad annullarlo il tasso di recidiva, attualmente pari al 68,7%, per tutti i detenuti presenti nelle 189 strutture carcerarie italiane, secondo i dati che ci vengono forniti
Con il testo – “Disposizioni per l’inclusione socio-lavorativa e l’abbattimento della recidiva delle persone sottoposte a provvedimenti limitativi o restrittivi della libertà personale emanate dall’Autorità giudiziaria” – è stato licenziato un documento di Osservazioni e Proposte in materia di studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. Conclude un iter articolato cominciato i113 giugno del 2023 con la sottoscrizione di un accordo interistituzionale con il Ministero della Giustizia sul tema specifico dell’impatto positivo che l’istruzione, la formazione e l’inserimento lavorativo delle persone sottoposte a provvedimenti limitativi o privativi della libertà personale possono avere in termini di abbattimento del tasso di recidiva.
Molteplici, dunque i punti su cui il ddl interviene, dalla legge Smuraglia stabilendo un rafforzamento delle agevolazioni previste per gli imprenditori che impiegano persone detenute, all’introduzione della parità di trattamento economico; dall’informatizzazione ovvero la sistematizzazione di tutte le esperienze in campo che coinvolgono le imprese e le strutture carcerarie in una piattaforma informatica, all’inserimento al lavoro dei giovani in uscita dagli istituti penale per i minorenni. In sostanza si tratta di una profonda rivisitazione dell’attuale quadro normativo e regolamentare in materia di ordinamento penitenziario che punta alla strutturazione di una rete interistituzionale integrata in grado di gestire il problema dell’inclusione lavorativa nella sua globalità sia in carcere che nella fase post-rilascio; ma anche ad attrarre stabilmente risorse esterne sia in termini economici che di competenze anche digitali; ad elaborare e implementare interventi ad alto impatto su scala nazionale in grado di coinvolgere un numero significativo di detenuti. Per realizzare ciò è stato previsto uno strumento operativo vale a dire un segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale istituito dall’Assemblea presso il Cnel.
Riflessioni FICT
“È significativo che nei 139 articoli della nostra Costituzione non si trova nemmeno una ricorrenza della parola “carcere”. Si parla di “pene” – al plurale – per dire, all’art. 27, che devono tendere alla “rieducazione”….
Dunque rispondendo al dettato della Costituzione, la funzione del carcere come forma più comune della pena, è, «quella di contribuire alla trasformazione degli individui, e in questo senso è richiesto un di più di “umanità”», non solo agli operatori del carcere, ma a tutta la società. Se non è la società a chiederlo, il carcere non cambia……
Perciò un carcere prevalentemente afflittivo non è né civile, né umano e nemmeno rispondere al male infliggendo altro male non è coerente con la vocazione alta della giustizia e rinforza il circolo vizioso del male. E non ascolta nemmeno il grido delle vittime, che soltanto la logica perversa dell’audience e del consenso elettorale svilisce in sete di vendetta. Le vittime sono d’animo ben più nobile delle nostre narrazioni semplificatorie e domandano umanità, non disumanità. Il Carcere, come risposta penale al crimine, è espressione della giustizia, la quale, se non è riparativa in ogni sua forma, non è giustizia.
L’esecuzione penale non dovrebbe avere di mira la colpa, ma concentrare la propria attenzione alla persona perché nessuno può venire identificato con la propria colpa né col proprio passato. Vocazione del carcere, come di ogni altra istituzione (scuole, ospedali, tribunali…), è allora quella di «mantenere viva la speranza rafforzandone il fondamento». Su questa linea mi ha impressionato la pochissima attenzione riservata ai suicidi tra le forze dell’ordine, superiori di molto a quelli registrati nella popolazione civile del 0,60 per mille, mentre tra le forze dell’ordine salgono all’uno per mille e tra gli agenti di polizia penitenziaria all’1,30 per mille, più del doppio. ….
Per sentirsi a credito nei confronti dello Stato, che a volte (come con il sovraffollamento)sembra aver ingiustamente calcato la mano sulla retribuzione penale. Per questo considerare la pena in termini retributivi (hai fatto del male, perciò ti faccio del male, non solo è ingiusto, ma soprattutto stupido.
Occorre invece creare un contesto che attivi un cambiamento, pagando un prezzo ben più profondo, sofferto e inconsistente”.
Le attività dei Centri della rete F.IC.T.
Dopo questa lunga dissertazione tesa a definire i parametri valoriali dell’intervento sulla persona portatrice di disagio, agli albori solo tossicodipendente, oggi dipendente da situazioni differenti, vediamo di individuare le aree trattamentali con particolare riferimento ai soggetti caratterizzati da carichi giudiziari. Stiamo parlando sia di persone in custodia cautelare, che comunque popolano in larga misura gli istituti penitenziari, sia di persone in esecuzione penale.
Da sempre la F.I.C.T. è presente sui Tavoli di lavoro istituzionali volti ad individuare le strategie idonee a risolvere i problemi carcerari correlati alla dipendenza e finanche al disagio psichico. Da qui la preoccupazione citata circa la convivenza con persone estranee a tali problematiche le quali necessitano di un processo di inclusione sociale.
La F.I.C.T., come si vedrà più compiutamente dagli allegati, ha sempre strutturato gruppi di lavoro interni sulle diverse problematiche tra cui un focus speciale sui percorsi giudiziari realizzabili all’interno delle aree trattamentali , già con l’obiettivo di abbattere la recidiva.
Oggi, la diversificazione degli interventi prevede proprio un occhio di riguardo all’accompagnamento lavorativo condividendo così gli obiettivi del Governo di giungere a “Recidiva zero”.
Sintetizzando ciò che emerge dagli allegati il “Consorzio Gruppo Ceis” di Modena realizza progetti diretti a uomini e donne con agiti violenti, a minori con genitori gravati da situazioni di limitazione individuale; progetti che incentivano l’inclusione attiva in collaborazione con gli uffici dell’esecuzione penale esterna, attività di orientamento e tutoraggio in percorsi di formazione per l’inclusione socio lavorativa di persone in esecuzione penale e, sempre a costoro, progetti di accoglienza residenziale in omaggio al concetto di “abitazione sostenibile”.
Interventi che sono caratterizzati dal pensiero che l’inclusione passi attraverso uno stile comunitario, inteso come percorso di accompagnamento per chi viene dall’esperienza della detenzione, che sviluppi le competenze sociali trasversali e consenta alle persone di riconoscersi e accogliersi vicendevolmente, un passaggio che consenta di affrontare la convivenza con gli altri in vista del definitivo reinserimento sociale.
Anche “Associazione La Casa sulla Roccia” di Avellino attua un programma denominato GOL (Garanzia occupabilità lavoratori) diretto alle persone in esecuzione penale, che richiederebbe un maggiore finanziamento per allargare il campo di applicabilità attualmente limitato. Evidenzio come il sistema delle borse lavoro e degli sgravi contributivi rappresenti un costo inferiore a quello destinato all’esecuzione inframuraria, che non garantisce alcuna inclusione sociale ed eleva il rischio recidiva. Evidenzia ancora la necessità di sviluppare percorsi di lavoro di pubblica utilità in esecuzione pena e in sospensione della stessa per Messa alla prova. Non si sottovaluta come queste esperienze possano portare a contatti successivi e risorse inclusive anche terminata l’esperienza giudiziaria.
Il Centro di Solidarietà di Genova collabora attivamente all’interno degli istituti penitenziaria attraverso il Progetto “In & Out” dal sottotitolo emblematico “prendersi cura dentro, cambiare fuori”. Un leitmotiv emerso con forza durante il simposio dell’aprile 2024.
Emerge la creazione di un ponte tra interno ed esterno coniugato anche nei progetti “vasi Comunicanti”, Giustizia 2.O, Gap , Azzardo e Carcere, per i quali si rimanda all’allegata scheda informativa. Sono progetti inclusivi pienamente orientati secondo le attuali linee di intervento che coniugano aspetti di giustizia riparativa con interventi inclusivi della sfera relazionale e sociale.
Da molti anni, all’interno del trattamento riabilitativo, è inserito un modulo di educazione alla legalità che attraverso momenti seminariali con tutti i giovani presenti nella struttura residenziale, si ragiona sull’osservanza delle regole per il vivere civile. La regola come risorsa per l’inclusione il rispetto dell’altro. Si parte dal presupposto che il microcosmo rappresentato dalla Comunità Terapeutica rappresenti un momento di riflessione e di esercitazione per la convivenza e il rispetto dell’altro.
Il Centro Vicentino di Solidarietà CEIS. onlus di Schio-Vicenza evidenzia come l’accompagnamento debba essere previsto al termine del percorso comunitario attraverso il monitoraggio della socialità della persona, per scongiurare rischi di solitudine e, di conseguenza, recidive.
La Fondazione Arca Centro Mantovano di Solidarietà Onlus si occupa di affermare la Giustizia Riparativa attraverso un laboratorio “Ri-parare è Ri-cominciare” realizzando finanche incontri formativi sulla GR con la collaborazione dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna. Sottolinea come garantire interventi di sostegno all’inclusione sociale e alla cittadinanza si realizzi;
• tutelando il diritto di ognuno ad una crescita psicofisica armonica;
• favorendo l’inclusione socio-lavorativa e alla cittadinanza;
• promuovendo il benessere della persona attraverso la possibilità di godere di adeguati spazi relazionali di e a carattere ludico – ricreativo – culturale;
• tutelando e implementando il diritto al sogno e all’affettività;
• favorendo la piena espressione delle potenzialità individuali;
• perseguendo l’interesse generale della comunità attraverso la costruzione di processi di promozione umana e culturale e mediante la realizzazione delle pari opportunità nell’accesso ai diritti per tutti
“L’Ancora Cooperativa sociale ” di Sanremo in passato ha realizzato percorsi psico-educativi rivoti agli autori di violazioni del codice della strada per abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti. All’interno di un progetto denominato “Ri-mediare”, promosso dall’UEPE Imperia, per affrontare il tema giustizia riparativa, affinché aumentasse la consapevolezza del danno nell’autore del reato e al tempo stesso offrisse l’opportunità di consapevolezza e umanizzazione della situazione della relazione con la vittima.
“L’Ancora” è una cooperativa ti tipo misto (A e B) e offre percorsi di inserimento lavorativo anche per persone in situazione di pena alternativa. Collabora con Enti di Formazione con i quali gestisce progetti di formazione e inserimento lavorativo per persone con svantaggio, anche provenienti dal circuito penale.
Partecipa alla rete regionale ligure “Vasi Comunicanti”, una ATS che riunisce e raccorda molte realtà no-profit presenti nell’arco ligure che collaborano a vari livelli per svolgere azioni dirette all’interno delle case circondariali, anche per persone in semi-libertà o prossime al fine pena, finalizzate sia a migliorare il benessere dei detenuti che ad attivare percorsi di inserimento lavorativo, e possono contare anche su mediatori linguistici.
Il Ceis -Cooperativa sociale di Treviso attua il Progetto Legalità, attivo da dieci anni, è un percorso di sensibilizzazione al rispetto della legge e delle regole del vivere civile, realizzato in collaborazione con l’UEPE di Treviso per gli utenti in carico al servizio stesso. Si tratta di un percorso psico-educativo gruppale a cadenza quindicinale. È stato allargato ad invii esterni, ovvero a persone (con reati collegati all’uso di sostanze) soggette ad esecuzione penale esterna, ma non residenti presso i nostri Sevizi. Il gruppo Legalità dedicato a pazienti esterni è stato finanziato dalla regione del Veneto ed è nominato “Progetto STEP”.
Attua il Progetto T.B.D. Attivazione di percorsi di accompagnamento, sia individuali che di gruppo, nelle diverse fasi dell’iter penale finalizzati a far acquisire consapevolezza circa la gravità del reato commesso e delle sue conseguenze nella dimensione personale e sociale volti anche a ridurre la reiterazione e a favorire l’inclusione sociale e la cittadinanza attiva. La maggior parte dei beneficiari (persone inviate dall’UEPE di Treviso) ha manifestato problematiche di tipo relazionale, in particolare rispetto alla mancanza di una rete sociale e legate alla ricerca di un’occupazione. Social skills training
La cooperativa accoglie persone obbligate a svolgere lavoro di pubblica utilità. ai sensi dell’ art. 186, comma. 9 bis e art. 187, comma. 8 bis del Codice della Strada.
Gli utenti domiciliati presso le cooperative in esecuzione penale esterna hanno l’opportunità di curare il reinserimento lavorativo attraverso attività ergoterapiche svolte presso il domicilio, e, in un secondo momento vengono indirizzati presso cooperative di tipo B in rete con Ceis all’interno di un ambiente sano e protetto per percorsi educativi in ambito lavorativo, finalizzati ad acquisire competenze pratico manuali e trasversali.
Gli utenti vengono accompagnati verso la formulazione della progettualità successiva al tirocinio, e ricevono segnalazioni di opportunità lavorative o formative esterne, nonché accompagnamento verso il mondo del lavoro esterno, laddove la condizione legale lo permetta.
Anche per la realtà trevigiana la Giustizia Riparativa rappresenta un focus importante, per cui ha aderito al Tavolo provinciale della Giustizia riparativa della provincia di Treviso, che si è costituito nell’ottobre del 2021 e rappresenta uno spazio di confronto e di promozione della cultura riparativa.
L’Associazione “Casa Rosetta” di Caltanissetta fa comprendere come esistano pregiudizi da parte dei datori di lavoro a farsi carico un utente che ha finito un percorso terapeutico. Da qui emerge la necessità di un tavolo permanente tra comunità e istituzioni per risolvere il problema
Hanno in corso il progetto “Talìa, oltre le mura” in collaborazione con il Centro di Solidarietà Faro di Messina. Obiettivo specifico è quello di migliorare la qualità delle relazioni familiari Il titolo del progetto racconta la necessità di guardare i minori che vivono questa delicata condizione e di accompagnare i nuclei familiari “oltre le mura” fisiche del carcere, materiali della vulnerabilità socio economica e mentali del pregiudizio e dell’emarginazione. Si articola in tre progetti meglio descritti nell’allegata scheda: MuraAmiche, SolideMura,. NuoveMura, Tale impianto progettuale, replicato specularmente nei territori di Messina e Caltanissetta, conta sulla ricerca accademica del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina e dell’Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Don Vincenzo Sorce” di Casa Rosetta (Caltanissetta) e mira, nella sua fase finale, alla disseminazione
Punta al coinvolgimento delle istituzioni penitenziarie (Carcere, Ulepe, Ussm), delle amministrazioni locali e delle istituzioni scolastiche per la creazione di un valido sistema di supporto al nucleo familiare e l’implementazione di strumenti di assistenza. Tale modello, speculare nei territori di Messina e Caltanissetta, si basa sulla ricerca accademica e sulla disseminazione dei risultati nella rete nazionale delle comunità terapeutiche. L’intero impianto progettuale è orientato a migliorare la qualità delle relazioni familiari e la capacità dei diversi attori sociali di agire in tal senso.
All’interno degli istituti di detenzione sono previsti: gruppi di incontro finalizzati alla condivisione del vissuto genitoriale, colloqui familiari strutturati secondo la tecnica del Disegno Narrativo Condiviso ed altri strumenti di matrice intersoggettiva, laboratori espressivi finalizzati alla riflessione sull’identità genitoriale, percorsi paralleli di sostegno psicologico per il genitore non detenuto Sono previste misure di sostegno economico finalizzate a sostenere la costanza degli incontri genitore/figlio nel contesto carcerario e della comunità terapeutica;
L’Associazione, da come si evince, non riuscendo ad intervenire sui percorsi lavorativi esterni, si dedica ad attività interne al carcere che consentano il recupero della relazione familiare e, all’interno delle proprie strutture cura, infine, con particolarità le misure alternative al carcere, in quanto luogo più adeguato al lavoro di introspezione e di rigenerazione.
Utenza con provvedimenti giudiziari FICT
Nel 2023 su 5578 utenti inseriti, il 12% è in provvedimento giudiziari (687), i maschi sono 643 (94%) e le femmine 44 (6%) con un rapporto di 1 femmina ogni 14 maschi. Il 48% è in affidamento in prova, il 28% agli arresti domiciliari. Il rapporto di genere, con particolare riferimento alla presenza femminile nei nostri servizi, è inferiore alla media nazionale che vede il 14,4% di utenza femminile in carico ed il 16,3% degli invii in comunità. Dato comunque in controtendenza con l’aumento più generale di abuso di sostanze tra le persone di genere femminile, che lascia intravedere la necessità di approfondire specifici percorsi su bisogni comunque differenziati per genere. Rispetto all’anno 2021 si registra un decremento di utenza (49%) agli arresti domiciliari e in messa alla prova (88%) mentre sono triplicati gli utenti in affidamento in prova, dato questo da leggersi anche in ragione di un generale aumento dell’applicazione di tale istituto da parte della magistratura
In pdf relazione completa con i risultati dell’Osservatorio raccolta dati centri FICT, anno 2023, sull’utenza con provvedimenti giudiziari. Clicca qui