Stiamo assistendo ad uno schizofrenico uso dell’inclusione sociale, specie per quanto riguarda le persone con problemi di dipendenza. Lascio genericamente vago il termine dipendenza perché variegato risulta questo universo e sfaccettato il diverso modo di dipendere da “qualcosa”.
Al Centro, come sempre, il mondo degli stupefacenti, su cui in questi giorni esperti si stanno interrogando in vista di una nuova Conferenza sulle Dipendenze.
Tutto ciò avviene sotto gli occhi del Ministro della Giustizia che sembra avere da un lato una visione romantico-salvifica dall’altro una percezione utilitaristica che mira alla lotta al sovraffollamento carcerario. Due visioni che richiederebbero una mediazione ideologica non certamente facile ma, al momento, difficilmente conciliabili. Infatti, non emerge una visione allargata per un intervento significativo.
Negli ultimi trenta anni, in realtà, la ricetta che connetta il pianeta Giustizia al mondo degli interventi socio-sanitari sembra non trovare alcuno spiraglio. Tutti i tentativi repressivi, assistenziali o misti si scontrano contro il bisogno di dare risposte affrettate senza mai affrontare il cuore del problema, senza mettere da parte i pregiudizi e la necessità di rassicurare la pubblica opinione, sempre più disinteressata alla cura e sempre più refrattaria al coinvolgimento in una rete sana che ponga fine al malessere delle persone.
Il CNCA afferma “No a micro carceri private” e ha ragione perché l’ultima iniziativa proposta dal Ministro per combattere il sovraffollamento carcerario prevede un massiccio e indiscriminato trasferimento dei detenuti per reati collegati alla tossicodipendenza in comunità terapeutiche per scontare la pena e sfoltire il carcere.
Come sempre soluzioni emergenziali che sottovalutano elementi trattamentali che dovrebbero porre fine ad un disagio esistenziale. Siamo ancora lontani da quella visione preventiva che richiederebbe un intervento volto ad evitare l’ingresso delle persone con problemi di dipendenza negli istituti penitenziari.
Sembra che si tratti solo di un problema politico perché anche la Magistratura dovrebbe fare una riflessione in merito prima di accanirsi con la strutturazione di capi di imputazione complessi dimostrando di conoscere il Codice penale alla perfezione, meno l’animo umano. Capi di imputazione da cui i giovani con problemi di dipendenza difficilmente possono approdare a percorsi trattamentali.
Ad essere stritolati da questo meccanismo di applicazione delle norme penali sono i giovani che vivono il conflitto con i familiari i quali, nell’esasperazione arrivano a rivolgersi alle Forze dell’ordine senza una reale volontà punitiva. Il risultato è l’aggravamento del problema e dei costi economici ed emotivi, proprio a carico delle vittime.
Il pensiero del Ministro della Giustizia trasforma le Comunità Terapeutiche in contenitori indiscriminati: è come spostare da una scatola all’altra un problema, snaturando il prezioso lavoro delle Comunità che diventano realtà custodiali anziché in una risorsa ragionata ed efficace.
Al Ministro della Giustizia sfugge il forte braccio di ferro tra la Magistratura di Sorveglianza e i Servizi per le dipendenze sulla valutazione dell’idoneità del percorso trattamentale sia di natura residenziale che ambulatoriale. A soffrirne, specie in aree a me note come il Piemonte e la Liguria, è il dettato normativo di cui all’art. 94 c.2 DPR 309/90. È proprio la Magistratura di Sorveglianza a vanificare l’intento Ministeriale caratterizzato da una visione romantica, perché alza l’asticella per l’accesso alle misure alternative provvisorie, dilatando così i tempi di inserimento, in netta contrapposizione con la volontà istituzionale di liberare posti negli istituti penitenziari. In questo modo si crea una dicotomia tra le liste d’attesa e l’assegnazione in sede alle commissioni per gli inserimenti e i tempi della Giustizia vanificando le opportunità
E torno a parlare pervicacemente di Giustizia Riparativa, introdotta a forza dalla Riforma Cartabia e lasciata nell’anticamera delle cose da fare (o da non fare!)
Nel concetto di Riparazione. assumono un rilievo importante le misure alternative, e finanche quelle cautelari.
La Probation coinvolge il Sistema Sanitario, gli Enti accreditati per le dipendenze e gli ETS per strutturare un sistema di welfare che consenta agli autori di reato in fascia disagiata di scontare la pena sul territorio e non in stato di detenzione.
In questo scenario si inserisce il trattamento della persona con problemi di dipendenza
La Riforma Cartabia si esprime sul tema della lacerazione e consente la partecipazione attiva, oltre che del territorio, della vittima per dare vita ad una gestione di comunità. In questo scenario il servizio per le dipendenze può giocare un ruolo importante e significativo anche agli occhi del territorio attento alla sicurezza.
Ed ecco che prende forma la Giustizia di Comunità – a tratti definita Giustizia senza spada – che richiede la creazione di una cultura della spontaneità a dispetto della strumentalità di adesione ad un percorso Riparativo. Tutto ciò per eliminare la dicotomia tra la prescrizione e la volontarietà perché il percorso riparativo non può essere imposto.
La vera innovazione è “l’esito riparativo” che determina la riuscita del percorso e, di conseguenza, tutti i vantaggi processuali. L’elemento, tra gli altri, che colpisce per la sua ingerenza nella concezione è la creatività della giustizia riparativa. Auspico che il sistema del trattamento del dipendente possa offrire un contributo essenziale ai fini dell’esito riparativo
L’esito favorevole die programma di giustizia riparativa può essere valutato sia nella fase di merito che in quella esecutiva.
Il giudice fa una valutazione dell’esito riparativo per verificare che l’autore del reato abbia rispettato gli impegni comportamentali assunti.
La riparazione del sé è prodromica a qualunque percorso di Giustizia Riparativa per cui ritengo sia fondamentale attivare un ragionamento ad ampio raggio che impedisca interventi emergenziali ed affrettati e che porti fin dall’inizio a percorsi paralleli al carcere e non a provvedimenti di spostamento. Riflettiamo
avv. Marco Cafiero, consulente F.I.C.T.