“Talìa, oltre le mura” nasce dall’esperienza delle comunità terapeutiche nella presa in carico di soggetti tossicodipendenti inseriti nel circuito penale.
Il progetto ha come destinatari i nuclei familiari attraversati dall’esperienza detentiva di almeno un genitore. Il progetto vede l’impegno del Centro di Solidarietà F.A.R.O. di Messina e dell’Associazione ‘Casa Rosetta’ di Caltanissetta.
Prevede attività all’interno del carcere (Mura Amiche), nelle comunità terapeutiche (Solide Mura) e nei territori (Nuove Mura), con l’obiettivo di sostenere la genitorialità e la qualità delle relazioni familiari tra genitori e figli.
Abbiamo incontrato Mario Gullì, psicoterapeuta del Centro F.A.R.O. di Messina, che da anni accompagna padri e madri in un cammino di consapevolezza profonda, conducendo gruppi in comunità e all’interno del carcere.
Attraverso lo psicodramma, Gullì offre ai genitori uno spazio in cui poter rivivere e comprendere i propri vissuti.
1. Il percorso professionale e la genitorialità complessa
D: Come è arrivato a occuparsi della genitorialità in contesti complessi come la comunità e il carcere?
R: “Premetto che sono ormai più di 25 anni che lavoro in una comunità per tossicodipendenti, ed il coinvolgimento dei familiari è sempre stato uno degli aspetti considerati importanti.
Ma quando si è compreso che un approccio sistemico era spesso inefficace, si sono iniziate ad esplorare altre strade.
Così, quasi 20 anni fa, sono stato coinvolto in un progetto mondiale chiamato Strengthening Families Program. Terminato il progetto con risultati inferiori alle attese, era tarato sulla società americana e non su contesti a rischio, abbiamo deciso di creare un progetto sulla genitorialità fondato sulle nostre esperienze.
In aggiunta alla mia pratica privata, per alcuni anni ho anche lavorato nella casa circondariale di Messina come esperto psicologo ex art. 80. Quando mi è stato proposto di organizzare dei gruppi sulla genitorialità in carcere, ho accettato.”
2. Lo psicodramma: ponte tra genitori e figli
D: Nel suo lavoro utilizza lo psicodramma. Cosa rappresenta per lei questo strumento e perché pensa che sia efficace con i genitori in questo contesto?
R: “Pur non essendo uno psicodrammatista strictu sensu, è dal 1998 che mi sono formato e ho utilizzato questa pratica seguendo un metodo perfezionato da me, che ho chiamato psicodramma dell’individuazione, inizialmente in contesti formativi.
Mi sono reso conto che aveva un grande potenziale anche in strutture residenziali per tossicodipendenti. Uno dei presupposti dello psicodramma è che il mettere in scena avvenimenti del passato rimette in moto energie e permette un’elaborazione, superando le difese.
Con i tossicodipendenti, alle difese classiche si aggiunge che, spesso, essendo sotto effetto di sostanze, molti ricordi e emozioni sono offuscati. Rivivere alcune scene dalla parte dei figli permette spesso una presa di coscienza e una catarsi, o comunque l’accesso a quella che Melanie Klein chiama fase depressiva, con il superamento delle scissioni spesso presenti.”
“Rivivere alcune scene dalla parte dei figli permette una lisi, una presa di coscienza profonda, e l’inizio di un cambiamento reale.”
3. Dinamiche a confronto: comunità e carcere
D: Che differenze incontra tra i gruppi che conduce in comunità e quelli all’interno del carcere?
R: “La prima differenza, ovvia, è la maggiore libertà e possibilità di passare del tempo coi figli per i residenti in comunità.
La seconda riguarda la convinzione, molto diffusa, che le sostanze siano la sola causa dei problemi con i figli, convinzione che va poi smontata per permettere una piena presa di responsabilità.
Infine, cambia la motivazione nel partecipare al gruppo e l’abitudine a contattare le emozioni.
In comunità, i ragazzi sono più abituati a condividere in modo libero, senza temere di essere visti deboli o cattive persone.”
4. Vissuti ricorrenti: vergogna e desiderio di riparazione
D: Quali vissuti o temi ricorrono più spesso nei genitori con cui lavora?
R: “La vergogna per le scelte fatte è un sentimento molto presente, soprattutto in comunità.
Si accompagna a un desiderio di riparare, di chiedere scusa ai familiari e di cambiare stile di vita.
Il rivedersi dall’esterno provoca una forte sofferenza, che però alimenta la motivazione.
Nel carcere le dinamiche sono più complesse: ammettere che le proprie scelte hanno fatto soffrire i figli non è immediato.
Frasi come “non ho fatto mancare nulla ai miei figli” sono dure da confutare, e la tendenza a dare la responsabilità ad altri è frequente.”
5. L’impatto umano: comprendere la sofferenza del figlio
D: Ha visto dei cambiamenti significativi nei partecipanti, nel modo in cui si percepiscono come padri o madri?
R: “Dopo alcuni gruppi, spesso capiscono cosa vuol dire davvero essere genitore, ma anche cosa significa essere figlio di un detenuto o di un tossicodipendente.
Questo passaggio è fondamentale. Capire quanta sofferenza provoca avere un genitore “diverso” e ascoltarsi dire frasi come “non sono mai stato un padre” apre spazi emotivi profondi.
Da lì possono nascere cambiamenti veri, ma anche piccole trasformazioni nel qui e ora — come il comprendere la rabbia o la distanza dei figli che prima sembrava incomprensibile.”
6. Il valore profondo del progetto Talìa
D: Qual è, secondo lei, il valore più profondo del progetto Talìa per queste persone e per la comunità più ampia?
R: “Mi viene in mente una parte della filosofia di Progetto Uomo della FICT, letta ogni mattina in comunità: quella del gigante dei sogni e del nano delle paure.
Un genitore tossicodipendente o recluso crede di essere un nano quando fa uso o è in carcere, e un gigante quando è lucido, drug-free, e perfetto.
Ma ciò che insegna la comunità, e spero anche Talìa, è che non si è perfetti. Non si può recriminare all’infinito sul passato: va affrontato, superato, ma non deve diventare un peso eterno. Accettarlo significa anche spezzare le catene avvelenate che legano le generazioni. Affrontare e superare i complessi familiari permette di vivere in modo più sereno e libero.”
“Non si è perfetti. Il passato va affrontato, ma non deve essere un peso all’infinito.”
7. L’insegnamento umano
D: C’è qualcosa che questo lavoro le ha insegnato, anche a livello umano, nel modo di guardare alle persone o alla genitorialità?
R: “Ammetto che le uniche situazioni in cui mi commuovo, durante il mio lavoro, sono quelle che riguardano i genitori e i figli.
Dopo 25 anni in contesti come questi, se non imparassi ogni giorno dalle persone che incontro, farei male il mio lavoro, e male a me stesso.
Il non giudicare, il non saltare alle conclusioni, è fondamentale.
Davanti a storie o punti di vista a volte quasi inaccettabili, questo atteggiamento permette all’altro di non irrigidirsi e di condividere le proprie emozioni, sapendo che non verranno rifiutate — forse non condivise, ma mai considerate sbagliate a priori.”
“Il non giudicare è l’unico modo per permettere all’altro di aprirsi davvero.”
L’esperienza di Mario Gullì ci ricorda che la genitorialità, anche nei contesti più fragili, può diventare un cammino di riconciliazione e libertà interiore. Lo psicodramma, in questo senso, si trasforma in un ponte: tra passato e presente, tra genitori e figli, tra colpa e possibilità.
di Elisabetta Piccioni, Ufficio Comunicazione FICT