Nel corso del convegno del Centro di Solidarietà di Firenze, svoltosi il 10 marzo e dedicato al tema “Povertà educativa e dipendenze: quale accoglienza?”, il cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha offerto una riflessione intensa sulle radici relazionali delle dipendenze e sulla responsabilità educativa delle comunità.
Pubblichiamo di seguito il testo integrale del suo intervento.

Carissime, carissimi amici delle Comunità terapeutiche,
sono contento di essere qui. E non è una formula di circostanza. È una gioia vera, che mi riporta a casa.
E non per niente, prima di venire qui, sono stato a salutare ed abbracciare don Giacomo. Ogni volta che mi trovo in un contesto come questo, tra operatori, volontari, consacrati, professionisti, educatori, uomini e donne che hanno scelto di stare accanto alle fragilità, sento che si riapre dentro di me una memoria viva. La memoria delle comunità, della mia comunità, dei corridoi attraversati in silenzio, delle notti in cui si resta svegli ad aspettare che qualcuno rientri, delle lacrime trattenute e di quelle finalmente versate. La memoria di quella storia condivisa che è la nostra Federazione, fatta di case aperte, di porte che non si chiudono facilmente, di tentativi ostinati di non arrendersi davanti alla caduta. Tornare in mezzo a voi significa tornare tra volti concreti, nomi che non sono numeri, storie che non sono statistiche. Significa rivedere nei vostri occhi altri occhi che ho incrociato tante volte: occhi arrabbiati, diffidenti, persi, e poi lentamente più luminosi, più pacificati, più capaci di futuro.
Qui, con voi, in questo Centro di Solidarietà di Firenze c’è un’aria bellissima. Un’aria fatta di fatica e speranza. L’aria che caratterizza le nostre comunità. E che ci fa ricordare che dietro ogni parola che diremo oggi ci sono persone reali: ragazzi che hanno bussato alle nostre porte, famiglie spezzate che hanno chiesto aiuto, operatori stanchi ma mai cinici, volontari che hanno messo tempo e cuore senza chiedere nulla in cambio. Mi porto dentro le loro storie come si custodisce un tesoro fragile. Alcuni non ce l’hanno fatta, e il loro volto resta una ferita aperta che ci impedisce di parlare con superficialità. Altri invece hanno trovato strade nuove, e sono diventati segno che la rinascita è possibile. Tutti, indistintamente, hanno lasciato un’impronta.
Essere qui oggi significa anche dire grazie. Grazie a chi, nella quotidianità spesso invisibile, continua a credere che nessuna persona sia definitivamente perduta. Grazie a chi non ha trasformato il servizio in mestiere freddo, ma lo vive come vocazione. Grazie a chi sa che lavorare sulle dipendenze e sulla povertà educativa non è solo intervenire su un problema sociale, ma entrare in un mistero umano. Quando penso alla comunità, penso a una famiglia imperfetta ma ostinata, capace di litigare e di perdonarsi, di cadere e di rialzarsi insieme. Penso a una rete di mani che si intrecciano, a una trama di relazioni che tiene quando tutto sembra sfilacciarsi. E allora sì, sono contento di essere qui, perché questo incontro mi ricorda chi siamo e perché facciamo ciò che facciamo. Mi ricorda che prima delle analisi e delle strategie viene l’appartenenza, viene la condivisione di una stessa passione per l’umano. E da questa casa comune vorrei partire, con gratitudine e con umiltà, per riflettere insieme su una ferita che ci interpella e su un’accoglienza che siamo chiamati ogni giorno a rendere più vera.
Amiche, amici, oggi quando parliamo di povertà educativa e dipendenze rischiamo di muoverci dentro categorie che rassicurano le nostre analisi ma non sempre toccano la carne viva delle persone. Ci preoccupiamo delle dipendenze quando diventano emergenza, quando fanno rumore, quando riempiono le cronache o le nostre parrocchie di volti smarriti. Più raramente ci chiediamo dove sono state seminate. E ancor meno abbiamo il coraggio di riconoscere che molte dipendenze nascono in silenzio, dentro una povertà che non è soltanto economica ma è povertà di sguardi, di parole, di adulti capaci di restare. Così come la povertà educativa non coincide semplicemente con la mancanza di scuola o di opportunità formative. È una frattura più profonda: è la mancanza di qualcuno che ti insegni a dare un nome a ciò che senti, a reggere la frustrazione, ad attraversare il dolore senza esserne travolto. È la mancanza di una grammatica interiore. Quando un bambino cresce senza che nessuno lo aiuti a tradurre le emozioni in parole, impara molto presto a tradurle in comportamenti. E quando il comportamento non basta, quando l’angoscia cresce, allora può diventare sostanza, gioco, alcol, pornografia, social, azzardo. La dipendenza non è anzitutto un vizio: è spesso un tentativo disperato di regolazione emotiva, una forma di auto-terapia primitiva, un’anestesia contro un dolore che non si è stati educati a sopportare.
Viviamo in un tempo in cui molti ragazzi hanno tutto e non hanno nulla. Hanno oggetti ma non sempre hanno orizzonti. Hanno connessioni ma non sempre relazioni. Hanno stimoli continui ma non sempre senso. La povertà educativa è anche questo: non sapere perché valga la pena resistere, non sapere per chi valga la pena rialzarsi. È la fatica di costruire un’identità quando attorno a te nessuno ti restituisce uno sguardo stabile. Se non so chi sono, cercherò qualcosa che mi dica chi sono. E talvolta lo troverò nel gruppo deviante che mi accoglie senza farmi domande, nella sostanza che mi fa sentire potente, nel consumo che mi promette appartenenza. Meglio essere “quello che si droga” che essere invisibile. Anzi, non veduto. Meglio appartenere a qualcosa di distruttivo che non appartenere a niente. Le dipendenze parlano una lingua relazionale: chiedono legame, chiedono riconoscimento, chiedono un posto nel mondo.
In questo senso la povertà educativa non riguarda solo le periferie sociali. Esiste una povertà educativa dentro case apparentemente benestanti, dentro famiglie affannate, dentro comunità che hanno perso il tempo dell’ascolto. È la povertà di adulti stanchi o spaventati, che non reggono il conflitto e preferiscono evitare, che non sanno dire dei no credibili perché non sono capaci di restare nel disagio che quei no generano. Educare significa introdurre alla realtà, e la realtà comprende il limite, la frustrazione, l’attesa. Se nessuno mi accompagna dentro il limite, il limite diventa insopportabile. E quando il limite diventa insopportabile, la dipendenza appare come una scorciatoia. Dove non si impara a reggere il dolore, si impara ad anestetizzarlo. Dove non si impara ad attraversare la solitudine, si impara a riempirla compulsivamente. Non possiamo affrontare le dipendenze senza interrogarci sulla qualità delle nostre presenze educative, sulla coerenza delle nostre comunità, sulla credibilità delle nostre proposte.
E allora la domanda che dà titolo a questo nostro incontro diventa decisiva: quale accoglienza? Non basta infatti moltiplicare i servizi se non ripensiamo il modo in cui accogliamo. Un’accoglienza che controlla soltanto, che cataloga, che riduce la persona alla sua fragilità, non genera libertà. Un’accoglienza che moralizza, che parla solo di colpa e non riconosce la ferita, rischia di aumentare la vergogna e quindi di rinforzare la dipendenza stessa. La vergogna è terreno fertile per la recidiva, perché chi si sente definitivamente sbagliato non trova più la forza di immaginarsi diverso. L’accoglienza evangelica è altra cosa. È uno spazio in cui l’errore non interrompe la relazione. È un luogo in cui la persona è più grande del suo fallimento. È uno sguardo che dice: tu non sei la tua dipendenza, tu sei più del tuo errore, tu resti degno di amore anche mentre stai combattendo.
Ma attenzione: accogliere non significa banalizzare. Non significa togliere responsabilità. Significa accompagnare dentro un cammino di verità. La verità però non si impone dall’esterno: si costruisce dentro una relazione affidabile. Se un ragazzo non ha mai sperimentato un adulto che resta, farà fatica a credere che qualcuno possa restare proprio quando lui cade. L’accoglienza di cui abbiamo bisogno è un’accoglienza perseverante, capace di sopportare le ricadute, di distinguere tra la persona e il comportamento, di tenere insieme misericordia e giustizia. Le nostre comunità, le nostre parrocchie, i nostri servizi sono chiamati a diventare luoghi dove si impara di nuovo a fidarsi. E la fiducia non nasce dai discorsi, nasce dalla continuità delle presenze.
Oggi, come sapete, ho una responsabilità pastorale, concreta, quotidiana. In una città bellissima e fragile come Napoli. Da pastore ho imparato che la povertà educativa non è uno slogan: ha volti, nomi, storie. È lo sguardo di un ragazzo che non ha mai incontrato un adulto capace di dirgli “io resto”. È il silenzio di famiglie lasciate sole. È la fatica di quartieri dove crescere sembra già una prova di resistenza. È fatta da quei bambini che giocano sul piazzale del duomo con delle pistole giocattolo, imitando Gomorra. È anche per loro che abbiamo dato vita a iniziative come quella del Patto Educativo!
Anche in terra partenopea, ho toccato con mano come il problema delle dipendenze non nasce all’improvviso. È quasi sempre la risposta sbagliata a una fame giusta: fame di riconoscimento, di appartenenza, di senso. Le sostanze, il gioco, le nuove dipendenze digitali diventano scorciatoie quando manca un tessuto educativo capace di accompagnare.
Per questo ho compreso che la Chiesa, se vuole essere davvero madre, non può limitarsi a offrire attività. Le attività riempiono il tempo; i legami riempiono il cuore. E un cuore abitato è meno esposto alle fughe.
La prevenzione non è solo informazione sui rischi. È generare comunità in cui ciascuno si senta chiamato per nome. Comunità dove la fragilità non sia motivo di esclusione ma occasione di corresponsabilità. Ho visto giovani cambiare non perché qualcuno li ha rimproverati meglio, ma perché qualcuno ha creduto in loro con ostinazione. La povertà educativa si combatte con adulti affidabili. Con educatori che non cercano consenso ma assumono responsabilità. Con comunità che sanno dire dei “no” credibili perché prima hanno saputo dire molti “sì”: sì alla presenza, sì all’ascolto, sì alla pazienza.
Educare significa trasmettere senso. Ma il senso non si trasmette per imposizione: si trasmette per contagio. Se un ragazzo vede adulti che vivono con passione, che affrontano le difficoltà senza fuggire, che chiedono scusa quando sbagliano, allora impara che il limite non è la fine. Impara che si può cadere e rialzarsi. Impara che il dolore non è l’ultima parola. E allora la nostra sfida educativa è questa: diventare luoghi in cui nessuno sia non veduto. Perché quando una persona si sente vista, riconosciuta, accompagnata, la tentazione di anestetizzare il proprio vuoto perde forza. E la speranza torna a essere una possibilità reale.
Voi lo sapete meglio di me. Nel lavoro con le persone che vivono una dipendenza emerge spesso una costante: la sensazione di non essere mai stati davvero ascoltati. Molti raccontano storie di incomprensioni, di giudizi precoci, di etichette appiccicate troppo presto. Altri raccontano assenze silenziose, solitudini non viste. La dipendenza allora diventa un linguaggio. È un grido che dice: guardami, fermati, resta. Se noi rispondiamo solo con la paura o con la distanza, perdiamo l’occasione di intercettare quel grido. Quale accoglienza, dunque? Un’accoglienza che sappia leggere il sintomo come domanda, che sappia interrogarsi su quale bisogno profondo stia cercando di esprimersi attraverso quel comportamento. Non per giustificarlo, ma per comprenderlo e trasformarlo.
C’è poi una dimensione sociale che non possiamo ignorare. La povertà educativa è spesso intrecciata con contesti di marginalità, con quartieri privi di spazi aggregativi, con scuole lasciate sole, con famiglie schiacciate dalla precarietà. Non possiamo chiedere ai singoli ciò che la comunità non offre. La lotta alle dipendenze richiede alleanze: tra Chiesa, istituzioni, scuola, terzo settore. Richiede politiche lungimiranti, investimenti sull’educazione, sostegno alle famiglie. Ma richiede anche una conversione culturale: smettere di considerare chi cade nella dipendenza come un problema da isolare e iniziare a considerarlo come una ferita del corpo sociale. Se un membro soffre, tutto il corpo soffre. La risposta non può essere l’esclusione ma la cura condivisa.
Vorrei allora che questa domanda, quale accoglienza, non restasse retorica. Forse la prima accoglienza è il tempo. Tempo dedicato, non residuale. Tempo che dice all’altro: tu meriti la mia attenzione. La seconda accoglienza è la coerenza: adulti che non cambiano maschera a seconda della convenienza, che sanno dire dei sì e dei no con amore, che non hanno paura del conflitto. La terza accoglienza è la speranza: la capacità di vedere oltre la situazione presente, di custodire per l’altro un’immagine di futuro quando lui non riesce più a immaginarla. La speranza è un atto educativo potente. Dire a qualcuno “io credo che tu puoi farcela” non è un’illusione, è un investimento di fiducia che può riattivare energie sopite.
La povertà educativa genera dipendenze quando nessuno insegna a reggere il dolore, quando nessuno resta abbastanza a lungo da trasformare la ferita in occasione di crescita. L’accoglienza di cui abbiamo bisogno non è solo ospitalità materiale, ma generatività: la capacità di far nascere di nuovo, di accompagnare verso una libertà possibile. Non possiamo salvare nessuno da soli, ma possiamo creare contesti in cui la libertà sia praticabile. E forse il compito più grande che ci è affidato è proprio questo: diventare comunità che non tappano le orecchie davanti al grido della dipendenza, ma che scelgono di ascoltarlo fino in fondo, di lasciarsene ferire, di rispondere con una presenza che non fugge. Perché ogni volta che un ragazzo trova un adulto che resta, ogni volta che una comunità sceglie di non espellere ma di accompagnare, la povertà educativa perde terreno e la speranza ricomincia a farsi strada. E allora sì, l’accoglienza diventa non solo un gesto, ma un cammino condiviso verso una libertà più vera.
E permettetemi di consegnarvi, in conclusione, ciò che in questi anni di ministero e di incontro con tante fragilità ho imparato come essenziale. Se mi chiedono quale accoglienza sia possibile davanti alla povertà educativa e alle dipendenze, io rispondo con tre parole molto concrete, tre luoghi dell’accoglienza che non sono teorie ma esperienze vissute: la mente, il cuore, le braccia. Non sono compartimenti stagni, ma dimensioni che devono stare insieme, perché quando una manca l’accoglienza si deforma.
Il primo luogo è la mente. Accogliere con la mente significa pensare, riflettere, non agire per impulso o per reazione emotiva. Significa essere presenti intenzionalmente e non a caso. La povertà educativa spesso nasce da adulti distratti, da presenze intermittenti, da risposte improvvisate. Accogliere con la mente vuol dire invece assumersi la responsabilità di comprendere i fenomeni, di studiarli, di formarsi, di non fermarsi alla superficie. Non possiamo affrontare le dipendenze solo con la buona volontà; serve competenza, serve ascolto informato, serve capacità di leggere i segni dei tempi. “Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza” (Osea 4,6): questa parola biblica è di una attualità impressionante. Senza conoscenza, senza consapevolezza, rischiamo di combattere fantasmi o di ridurre tutto a moralismo. Accogliere con la mente significa anche esercitare il discernimento: distinguere tra la persona e il suo comportamento, tra la colpa e la ferita, tra la responsabilità e il contesto. È un lavoro paziente, che chiede tempo e profondità. E per farlo occorre uscire dalle semplificazioni, non etichettare in fretta, non ridurre la complessità a slogan. Significa educare noi stessi prima di educare gli altri. In questo senso anche la poesia ci aiuta: “È meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione” scriveva Albert Camus ne Il mito di Sisifo (1942). L’ottimismo qui non è ingenuità, ma scelta di guardare oltre il dato immediato. Accogliere con la mente è scegliere di credere che dietro ogni dipendenza ci sia una storia da comprendere, non solo un errore da correggere. È vigilanza, è studio, è intenzionalità. È dire: io non ti incontro per caso, ti incontro perché ho deciso di esserci.
Il secondo luogo è il cuore. Se la mente senza cuore diventa freddezza, il cuore senza mente rischia di diventare sentimentalismo. Accogliere con il cuore significa lasciarsi toccare, non restare spettatori neutrali. Gesù, davanti alla folla smarrita, “ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore” (Marco 6,34). La compassione non è pietismo, è patire con. È assumere su di sé una parte del dolore dell’altro. La povertà educativa produce spesso cuori induriti o feriti, incapaci di fidarsi. Per questo l’accoglienza deve essere autentica, non formale. I ragazzi percepiscono subito se siamo veri o se stiamo recitando un ruolo. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, è scritto ne Il piccolo principe (1943): l’essenziale è nel modo in cui guardiamo, nel tono con cui parliamo, nella qualità dell’ascolto. Accogliere con il cuore significa farsi prossimi, come il Samaritano della parabola che “vide e ne ebbe compassione” (Luca 10,33). Prima di fare qualcosa, vede; prima di organizzare un intervento, si lascia toccare. Anche la canzone d’autore ha saputo raccontare questa dimensione del cuore. Fabrizio De André canta: “Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco”. È una invocazione per chi è ai margini, per chi non rientra negli schemi. Accogliere con il cuore significa non aderire alle “leggi del branco” che escludono il diverso, ma scegliere di restare accanto. Significa empatia, capacità di sentire l’altro senza confonderlo con sé, senza invaderlo ma neppure lasciarlo solo. È uno spazio caldo dove la persona può deporre la maschera. Senza questo spazio, ogni percorso educativo diventa sterile.
Il terzo luogo sono le braccia. Perché l’accoglienza non è solo pensiero e sentimento, è gesto concreto. Le braccia che si tendono, che abbracciano, che rialzano, che talvolta devono anche fermare. Il padre della parabola del figlio prodigo “gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15,20). C’è un movimento fisico, un corpo che si espone. Le braccia dell’accoglienza sono presenza operativa: accompagnare a un servizio, sostenere un percorso terapeutico, offrire uno spazio sicuro. Ma sono anche braccia che sanno dire un limite. Quando una persona è dentro un comportamento autolesionistico, l’amore non può essere passivo. Bloccare non è controllare per dominio, è proteggere per custodire la vita. Nel libro del Qoelet leggiamo: “C’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci” (Qoelet 3,5). Le braccia dell’accoglienza conoscono il tempo giusto: sanno quando stringere e quando contenere. Penso ancora alla forza evocativa della poesia: “Se puoi impedire che un cuore si spezzi, non avrò vissuto invano” scrive Emily Dickinson. Impedire che un cuore si spezzi significa talvolta intervenire, farsi carico, non delegare tutto. Le braccia sono anche quelle della comunità che si organizza, che crea reti, che non lascia sola la famiglia. Sono braccia che costruiscono luoghi, che aprono porte, che preparano tavole. Senza questa dimensione concreta, l’accoglienza resta un discorso.
Mente, cuore, braccia: tre luoghi che devono dialogare continuamente. La mente ci aiuta a non essere ingenui; il cuore ci impedisce di essere duri; le braccia ci sottraggono all’immobilismo. Se manca la mente, l’accoglienza diventa confusa. Se manca il cuore, diventa burocratica. Se mancano le braccia, diventa retorica. Davanti alla povertà educativa e alle dipendenze siamo chiamati a un’accoglienza integrale, che coinvolga tutta la persona e tutta la comunità. Non possiamo accontentarci di interventi frammentari. Dobbiamo generare adulti che pensano, che sentono, che agiscono. Solo così potremo offrire ai nostri ragazzi non una risposta occasionale, ma un orizzonte stabile. E forse, se sapremo abitare questi tre luoghi con fedeltà, scopriremo che l’accoglienza non è soltanto ciò che diamo, ma ciò che trasforma anche noi, rendendoci più umani, più veri, più capaci di custodire la vita fragile che ci è affidata.
Buon cammino a tutti voi!

don Mimmo  Battaglia