Da quasi quarant’anni mi occupo di carcere e, in particolare, di persone con problemi di dipendenza ristrette a cagione di una realtà personale cui sembra non potersi porre rimedio a dispetto di proclami e, ancor più, di un impegno indiscusso da parte del sistema sanitario non sufficientemente supportato. Sembra, infatti, che lo stanziamento trattamentale sia davvero insufficiente a coprire i costi di quella che, a mio avviso, dovrebbe rappresentare una priorità: perché la percentuale di detenuti con problemi di dipendenza è davvero notevole e non subisce alcuna flessione.
Mi compiaccio di aver partecipato all’ultima Conferenza Nazionale sulle dipendenze ed aver ascoltato ottimi propositi e grandi professionalità nel suggerire soluzioni. Tuttavia, ai buoni proposti devono far seguito azioni efficaci che stentano a farsi spazio in quel pianeta immenso e sommerso che è il sistema carcerario.
Un sistema che assomma problematiche diverse e variegate che richiedono altrettante modalità di intervento.
Con la mia recente nomina a Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Genova ho, per un attimo, pensato di avere la bacchetta magica e, in virtù delle esperienze maturate, di trovare soluzioni quanto meno locali. Un sogno, ne sono certo, ma un sogno possibile se solo sgombrassimo il campo da pregiudizi ed equivoci che continuano a rappresentare barriere insormontabili.
Continuiamo a raccontarci di come potrebbe essere bello “liberarsi dal carcere” quale soluzione ai problemi della società perché l’inclusione rappresenta un investimento nel benessere collettivo e, ormai, siamo tutti convinti che ciò sia vero. Non basta esserne convinti, bisogna agire cominciando a fare una scrematura che non sia frutto di un meccanismo girevole che porta a illuminati provvedimenti di depenalizzazione seguiti dalla creazione di nuove fattispecie delittuose.
A fronte di un impego indiscusso delle Amministrazioni locali a trovare soluzioni che agevolino l ‘inclusione mi chiedo se non sia venuto il momento di intervenire con un provvedimento di clemenza a dispetto delle Cassandre che evocano rientri quasi immediati dovuti alla reiterazione dei reati.
Il Sappe, recentemente, ha sottolineato come uno stato autorevole possa essere clemente senza provare vergogna perché un tale provvedimento non deve rappresentare un premio, tantomeno una mossa politica ma un atto di giustizia disciplinato da criteri precisi ed esclusioni mirate.
Non posso che concordare ma è necessario che debba essere un atto politico, non una mossa per la raccolta di consensi di fine legislatura, vale a dire una corretta gestione della cosa pubblica-
La Comunità locale deve farsi carico di un pensiero inclusivo e non delegare allo Stato una tranquillizzante politica securitaria perché di tranquillo nella repressione incondizionata ed inumana non c’è nulla, se non l’accrescimento del disagio e della povertà sociale che, inevitabilmente viene ripercuotersi su quella società che in modo grossolano e poco illuminato si è voluto “proteggere”.
Recentemente Antigone ha aggiornato i dati rilevando come sia necessario agire in odo più deflattivo valorizzando quell’aspetto di una Costituzione che compie ottant’anni e che in altre sedi si tende a difendere strenuamente ma che sulla portata educativa della pena perde gran parte del suo smalto.
L’accoglimento dei numerosi ricorsi contro i trattamenti disumani, per lo più determinati dal sovraffollamento, rinforza la visione clemenziale e pone la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di fonte a un fenomeno che continua censurare senza risultato alcuno.
Non basta, quindi, invocare la Costituzione e la portata educativa che esprime: l’investimento è insito già nell’ordinamento penitenziario laddove si evince che il carcere, in quanto tale, è una rinuncia al cambiamento, è solo l’accrescimento di un costo sociale che tenderà inevitabilmente a replicarsi.
Da un punto di vista squisitamente laico a prescindere da “un atto di clemenza” tout court, lo Stato deve affrancarsi dal dilagante sentimento di sfiducia e ritenere che l’offerta di sicurezza pubblica passa attraverso un lavoro sull’essere umano piuttosto che sulla sua esclusione.
Dobbiamo soffermarci, pertanto, sulla portata educativa che una dimissione ragionata sia fruttifera per un intero contesto sociale ed agire in modo che tutti i sistemi riparativi funzionino, ma il reale funzionamento sarà fruibile sole se siamo in grado di non accrescere il disagio all’interno degli istituti. Un investimento importante passa per il rischio che la società può permettersi di correre lavorando sulla libertà anziché sulla restrizione.
Rimango convinto che la clemenza non sia perdonismo ma oculata visione del rinnovamento sociale
Avv. Marco Cafiero
Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale Comune di Genova
Consulente F.I.C.T.