Dopo quarant’anni di impegno nel campo delle dipendenze e dei correlati problemi giudiziari mi corre l’obbligo di fare mente locale su quello che significa la “cura”.
L’obbligo nasce dal ruolo di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Genova che assiste e contribuisce ad un momento importante per la sua città “la cura” non è solo il titolo di una bella canzone d’amore, ma l’amore sicuramente entra di diritto nel desiderio di riconoscere nell’altro, anche se ha sbagliato, una “persona” e una “risorsa”.
La persona privata della libertà personale, che sia detenuta in un istituto penitenziario, relegata tra le mura domestiche e finanche in stato di apparente libertà controllata, è un essere umano che oltre ad eseguire un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria per un agito delittuoso, è una “persona” fragile.
Di questa fragilità la società ha l’obbligo morale di “prendersi cura”: un investimento che va oltre l’aspetto securitario e si trasforma nella costruzione di una Comunità rinnovata. Una Comunità che allenta la paura a fronte della possibilità di eleminare i meccanismi che non funzionano.
Si tratta di meccanismi che principalmente risiedono nelle relazioni interpersonali disfunzionali di cui volentieri si occupa la Giustizia Riparativa versando l’olio che consente di riprendere a funzionare.
Fino a questo momento abbiamo assistito ad una sorta di disinvestimento nella lotta alla povertà educativa, sono i dati a parlare in quanto lo Stato ha inteso risparmiare sulla prevenzione al disagio ma finanche sull’educazione.
Ce ne parla con particolare attenzione Francesca Pallotti, professoressa ordinaria in gestione e comportamento organizzativo del DEASS allorché, forte delle competenze manageriali ci mostra come cura ed educazione siano elementi coniugabili congiuntamente in una prospettiva riabilitativa per il detenuto.
Leggere le sue riflessioni induce alla tentazione di appropriarsene riconoscendole il merito di aver voluto condividerle.
Basti pensare all’assunto “parlare di cura significa andare oltre la dimensione sanitaria o assistenziale: è farsi carico della persona nella sua interezza, riconoscendone dignità, bisogni e potenzialità”.
Qualcuno potrebbe pensare alla scoperta dell’acqua calda dal momento che le Comunità Terapeutiche affermano tutto ciò ancor prima del mio approdo nel mondo della dipendenza.
Ma un a conto è pensare un atteggiamento curativo declinato all’interno di luoghi protetti, deputati e accreditati strutturalmente per facilitare la terapia, un altro è pensare che lo stesso atteggiamento debba essere attuato in un istituto penitenziario.
Più difficile pensare che il personale che agisce all’interno di un’istituzione restrittiva possa avere le competenze per attuare una presa in carico globale, fatta eccezione per il novero insufficiente di educatori presenti nel contesto trattamentale per il quale mancano finanche gli spazi
E se le Comunità Terapeutiche per poter funzionare devono rispondere a requisiti strutturali blindati, lo stesso non può dirsi per gli istituti penitenziario che in quanto ad accreditamento lasciano piuttosto a desiderare.
Non esiste sovraffollamento in Comunità, anzi lo Stato centellina gli inserimenti adducendo la limitatezza dei fondi disponibili. Lo Stato non si pone gli stessi problemi quando riempie le strutture penitenziarie elevando a dismisura i costi di gestione e mantenimento.
Ma è facile farsi prendere la mano denunciando ciò che non funziona. È più difficile costruire immagini che qualcuno potrebbe trovare fantasiose se non addirittura romantiche e pensare che quello che si può sognare si può fare.
Sono le immagini che troviamo nel racconto della Dr. Pallotti ma che appartengono anche a chi da tempo si cimenta in un modello custodiale che rappresenti una porta sul futuro. La possibilità cioè, citando il pensiero di Adler, di vivere il presente come momento di crescita senza esagerare la visione futuristica. Tutto questo è possibile se le risorse a disposizione vengo riconosciute ed incanalate con una visione di “cura”.
La punizione come “cura” non è un ossimoro ma è una visione teleologica di strumenti esistenti e non utilizzati. La punizione fino a sé è stessa è una dispersione di energie violente e faticose che troverebbero maggio ristoro per la collettività nella costruzione di modelli educativi.
In questo modo andremo ad utilizzare il processo educativo per definire l’identità di un individuo che ha rotto il patto sociale e rischia di scivolare in una stigmatizzazione da cui non sarà più in grado di uscire.
La Dr. Pallotti definisce l’istruzione lo strumento che consente la modifica dell’identità “delittuosa” in un processo di trasformazione attraverso l’acquisizione di competenze che aprono a prospettive più solide e reintegrazione.
Negli anni trascorsi a lavorare in Comunità ho consumato parole per far comprendere come conoscere i meccanismi leciti di funzionamento a vivere nel contesto societario consenta l’abiura di identità pregresse che hanno portato alla dipendenza. Finanche la stessa identità tossicomanica anche se scevra da azione delittuose, quanto meno evidenti.
Lo stesso soggetto è portato a chiudersi nell’identità trasgressiva come ricerca di una collocazione, sia pure malsana, quale riconoscimento del suo esistere. Più facile diventa cambiare le lente che gli consentano di vedere la società in una prospettiva diversa, specie se ha avuto modo di colmare il vuoto della propria povertà culturale.
La stessa Giustizia Riparativa, nei confronti della quale la società mostra tanta inspiegabile resistenza, ci parla di uno strumento attuabile attraverso il cambio delle lenti. È un’immagine che mi ha sempre affascinato quando penso ai genitori miopi che cambiavano gli occhiali per vedere da vicino o da lontano in caso di presbiopia incipiente.
È un’immagine nostalgica ma definisce bene la necessità di ciascuno di noi di guardare quello che accade senza girare la testa dall’altra parte.
La Dr. Pallotti afferma “la via educativa alla cura svolge una duplice funzione: sostenere la persona detenuta nella sua dignità e nel suo percorso di ricostruzione di un’identità socialmente screditata e stigmatizzata” Le possiamo dare torto o, invece, occorre che ciascuno di noi si senta responsabile di portare un contributo significativo allo scopo?
La teoria del “contributo” nasce proprio dal pensiero adleriano che vede la persona realizzarsi nel sentirsi parte di un disegno più grande senza peccare di onnipotenza che, con drammatica frequenza, caratterizza l’operato del volontariato portato allo stremo tale da creare frustrazione qualora non riconosciuto.
Il contributo deve essere un moto che soddisfa la persona non le aspettative altrui per l’ottenimento di una gratificazione e un riconoscimento sociale. Il gesto, nella sua accezione laica, deve essere la sostanza dell’individuo che si sente responsabile di un cambiamento sostanziale della Comunità di cui si sente parte, senza invocare continuamente l’agire altrui.
L’istituzione della Consulta Carcere Citta, fortemente voluta dall’Assessore alle Politiche sociali del Comune di Genova nasce da un accordo interassessorile e risponde alla chiara visone di trasformare la Comunità in un serbatoio di risorse che vanno nella direzione di colmare i vuoti determinati dalla povertà educativa non soltanto attraverso azioni rivolte a correggere i malfunzionamenti burocratici, bensì a creare cultura anche in chi sta fuori dalle “mura” per renderlo fertile ad accogliere il detenuto. Interviene sulla Magistratura affiche risponda alla stessa visione e valorizzi le misure alternative quale abbattimento della recidiva.
Il primo incontro ufficiale della Consulta Carcere-Città del Comune di Genova, si è svolto il 26 gennaio 2026 con lo scopo di avviare un confronto strutturato e continuativo tra Amministrazione, sistema penitenziario e realtà del territorio.
Si tratta di un percorso con forte valenza sociale per affrontare in modo coordinato una realtà complessa, che coinvolge aspetti sociali, educativi, giuridici e legati alla sicurezza. Si tratta di ritenere il Carcere una parte integrante della Comunità nell’ottica di un dialogo stabile e strutturato. Sono parole di una Giunta che attua una visione decisamente innovativa con quegli occhiali che consentono di mettere a fuoco i contorni di un problema di portata nazionale, su cui si cerca di intervenire quanto meno a livello locale.
L’obiettivo è quello di dare vita a una Comunità Educativa oltre che solidale, portare sul territorio un messaggio di coinvolgimento, portare le persone a rendersi responsabili del proprio benessere che non può prescindere da quello collettivo.
Questo è il modo di fare sicurezza, non quello di costruire ipotesi delittuose da aggiungere al nutrito novero di quelle che affollano il nostro sistema penale.
Tra le direttrici condivise c’è il lavoro a cui anche il Governo sta dando priorità e la promozione della Giustizia Riparativa che, per contro, stenta a trovare la sua giusta collocazione nel sistema Giustizia.
Nel mio ruolo di Garante dei diritti delle persone detenute delle persone private della libertà personale del Comune di Genova ho chiesto espressamente che tutto ciò sia accompagnato da un passaggio culturale che consenta alla Comunità di “digerire” cambiamenti epocali nell’amministrazione della pena. Posso affermare che questo passaggio è stato unanimemente condiviso e ciò rappresenta un segnale che “Se puoi sognarlo puoi farlo (Walt Disney)
Avvocato Marco Cafiero
Garante delle persone private della libertà personale
Comune di Genova