La dipendenza è una realtà complessa, fatta di cadute e risalite, di dolore e di rinascita. “Identico a me”, il documentario diretto da Ila Scattina, racconta proprio questo in 42 minuti: la quotidianità e il percorso di recupero nella comunità terapeutica Cascina Nuova di Pontirolo Nuovo, sede del Centro per la cura delle dipendenze AGA (Associazione Genitori Antidroga). Un racconto che non si limita a fotografare il problema, ma che lo attraversa con sguardo umano e profondo, mettendo in primo piano le persone e le loro storie.
Dalle origini al presente. AGA nasce nel 1982 grazie all’iniziativa di un gruppo di genitori e volontari, in un periodo in cui la tossicodipendenza era una piaga visibile nelle strade e sui giornali, ma priva di risposte concrete. “Non c’erano informazioni, non c’erano strutture d’aiuto”, racconta Enrico Coppola, presidente dell’AGA. “Le famiglie si trovavano sole di fronte ad una dipendenza che si diffondeva senza controllo. Le cronache di allora, parlavano di decessi, si vedevano fotografie sui giornali di persone che morivano con la siringa nel braccio. Era veramente una tragedia. Per non parlare poi delle conseguenze che abbiamo avuto negli anni successivi con la diffusione dell’AIDS.” “In quel momento l’organizzazione, spiega Coppola, aveva dei gruppi di auto aiuto e si inviavano persone presso strutture anche all’estero. In Italia erano carenti, c’erano poche realtà, c’era già molta droga, molto eroina e allucinogeni. Non c’era l’informazione, non c’erano strutture d’aiuto. La situazione era pesante per una famiglia e per una persona interessata era veramente difficile trovare un aiuto.”
Con il tempo, si è compresa la necessità di creare un proprio spazio di cura. La prima realtà nata è stata la comunità diurna, pensata per giovani con una famiglia in grado di sostenerli. Ma presto è diventato evidente che serviva di più: molte persone non avevano un supporto familiare o arrivavano dal carcere. Da qui è nata la comunità residenziale, capace di accogliere chi aveva bisogno di un aiuto più strutturato.
Oggi AGA lavora a 360° sulla prevenzione e sul recupero, seguendo il metodo Progetto Uomo della FICT. Un percorso suddiviso in tre fasi: accoglienza e presa in carico, comunità terapeutica e infine il reinserimento nella società.
Alcune testimonianze. Nel documentario, il racconto prende vita attraverso le testimonianze dirette di chi ha vissuto il percorso sulla propria pelle.
“Il mio papà era un tossicodipendente e l’ho trovato morto in casa. E quella cosa lì mi ha fatto capire che stavo prendendo la sua strada. È stata la cosa più terribile della mia vita.”
Uno degli ex ospiti della comunità racconta il suo cammino, iniziato con le prime sostanze da ragazzo, sfociato poi in una dipendenza sempre più grave. Dopo diversi tentativi falliti di recupero, è stato proprio in AGA che ha trovato il punto di svolta: “Ho imparato a conoscermi, a gestire le mie emozioni e a capire che si può stare bene senza sostanze”. Oggi, dopo 14 anni senza droghe, lavora e vive una vita stabile, restando legato alla comunità come volontario.
Un altro aspetto fondamentale che emerge dal film è il ruolo delle famiglie. Una madre racconta il difficile percorso affrontato per aiutare il figlio tossicodipendente: “Da genitore, pensi che sia solo lui a dover cambiare. Ma poi capisci che anche tu devi fare un percorso. Non puoi essere complice, devi imparare a dire basta, anche se è doloroso”. Il coinvolgimento dei genitori è un elemento chiave del metodo AGA: “se la famiglia non cambia, anche il percorso del ragazzo rischia di fallire.”
Massimiliano, ex ospite della comunità, racconta la differenza tra la vita in strada e quella dentro la comunità: “In strada si crea un’immagine fittizia per non affrontare la realtà. In comunità impari l’onestà, l’altruismo, il rispetto. Impari a passare dall’egoismo al prendersi cura di sé e degli altri. La comunità non è un posto dove ti rinchiudono, ma un posto dove trovi la tua libertà. Il periodo che ho fatto qui lo ricordo con piacere: gli amici che ho conosciuto in comunità sono ancora parte della mia vita. È una crescita condivisa, un legame forte, quasi familiare.”
Tornare in AGA, racconta un altro ospite, è stato l’inizio di un nuovo capitolo: “Il primo giorno in comunità avevo alle spalle un bagaglio di difficoltà, tristezza e pesantezza dopo anni di dipendenza, ma davanti avevo una speranza. Una luce in fondo al tunnel, la possibilità di riprendere in mano la mia vita. Pensavo a me stesso e a mio figlio. Il mio sogno per il futuro è quello di poter tornare a fare il papà.”
La vita in comunità. Nel film si entra nel cuore della vita quotidiana a Cascina Nuova. Le giornate iniziano presto, con la sveglia alle 7 e i primi compiti di gestione degli spazi comuni. La routine è scandita da attività lavorative interne – manutenzione, cucina, pulizie – che insegnano il valore della responsabilità.
Accanto al lavoro, ci sono i laboratori artistici: teatro, musica, fotografia e pittura diventano strumenti per esprimere emozioni e scoprire nuove passioni. “Fuori la noia veniva colmata con la droga, qui impariamo a riempire il tempo in modo costruttivo”, spiega Federica Vitti educatrice professionale.
Il percorso è lungo e non sempre lineare. “Quando uscivo dalle comunità in passato, pensavo di aver risolto tutto. Ma poi tornavo a fare gli stessi errori”, racconta un ex ospite. “Questa volta ho capito che devo portarmi fuori anche le piccole cose: le regole della quotidianità, il rispetto degli impegni. Non servono grandi viaggi o cose eclatanti per stare bene, basta una vita semplice, fatta di equilibrio”.
Elda Locatelli, psicologa e terapeuta della comunità, spiega che il lavoro terapeutico all’interno della comunità si articola in interventi individuali e di gruppo. La psicoterapia aiuta i ragazzi a rielaborare il loro passato e a fare i conti con il loro mondo emotivo. I gruppi terapeutici, invece, lavorano sulla gestione delle relazioni interpersonali e sulle dinamiche di gruppo che si sviluppano nella vita comunitaria. “La comunità è un microcosmo, una micro società”, afferma Elda, e la terapia di gruppo permette ai ragazzi di confrontarsi e crescere insieme, supportandosi nei momenti di difficoltà.”
Ciò che emerge con forza da “Identico a me” è il senso di comunità che resta anche dopo il percorso. Molti ex ospiti mantengono un legame con la struttura e gli operatori, tornando per dare una mano o semplicemente per restare in contatto. “Ci invitano ai loro matrimoni, ci fanno conoscere i figli”, racconta un educatore, sottolineando quanto la comunità diventi una seconda famiglia.”
Enrico Coppola, presidente AGA, ribadisce l’importanza del coinvolgimento di tutti: “Il recupero non è solo del singolo, ma dell’intero sistema che gli sta intorno”. E proprio questo è il cuore del documentario: “il cambiamento è possibile, ma solo se si affronta insieme.”
“Identico a me” è una testimonianza che sfida pregiudizi e paure, mostrando che dietro ogni dipendenza c’è una persona, con il suo dolore e i suoi sogni. Ogni persona che passa dalla comunità porta con sé un desiderio di cambiamento e speranza.
Ecco alcuni dei sogni per il futuro dei ragazzi: “Vorrei aprire una pizzeria con specialità napoletane, come faceva mio padre a Caserta.”
“Il mio sogno per il futuro è avere una famiglia.”
“Vorrei avere una vita normale, riuscire ad accontentarmi ed essere felice con le piccole cose quotidiane.”
“Voglio andare a vivere da solo, ricostruirmi una vita e non ricadere negli errori che mi hanno rovinato in passato.”
“Il mio sogno è ricominciare la mia vita con mio figlio, senza più ricadere nelle dipendenze.”
“Negli anni ho scoperto che cos’è un tossicodipendente: una persona assolutamente identica a me, identica a tutti noi. Semplicemente, trova soluzioni e strategie per affrontare le proprie difficoltà diverse dalle mie.” (Federica Vitti, educatrice professionale della Comunità AGA)
Disponibile su Amazon Prime Video
di Elisabetta Piccioni, FICT