Ci troviamo in un momento assai delicato per il sistema Giustizia. Da un lato stentano ad affermarsi i principi voluti dal Ministro Cartabia, di cui abbiamo ampiamente dissertato su queste pagine, dall’altro, in una sorta di ribaltamento di quei principi, emerge una volontà di irrigidire un sistema al collasso.
Fino a qualche tempo fa ritenevo che la posizione rigida fosse la risposta naturale alla domanda di sicurezza invocata dai cittadini. Oggi non ne sono più così convinto: non penso infatti che la società esprima una richiesta del genere se non a fronte della violenza di genere che si ripete con una velocità inenarrabile.
Su queste pagine non voglio parlare dei motivi che determinano una presa di posizione così aspra, preferisco guardare avanti utilizzando “ciò che passa il convento”. Intendo, infatti, pensare che di tutto quello che ci viene offerto sia possibile sviluppare quelle idee che portano ad un cambiamento di mentalità
Da trentacinque anni mi occupo della FICT attraversando le fasi storiche che hanno visto il sistema giustizia dapprima al centro dell’intervento in virtù di un pensiero che i Centri approfondivano per offrire alla popolazione carceraria, e in genere a tutti coloro i quali erano coinvolti in problemi giudiziari, una proposta riabilitativa importante. Quindi uno dei tanti destinatari di servizi diversificati
Ho assistito a cambiamenti fondamentali a partire dall’emanazione del DPR 309/90 passando attraverso modifiche culturali e politiche di non poco conto, nell’ottica di dare uno sguardo attento a quella grossa fetta della popolazione carceraria caratterizzata da persone con problemi di dipendenza.
Oggi questa percentuale non è molto cambiata, ma l’occhio sociale si esprime in modo generico senza operare quel distinguo necessario per offrire soluzioni educative.
Il servizio sanitario arranca tra i problemi economici relativi alle risorse da impiegare per poter entrare nell’universo carcerario e strutturare la relazione di aiuto cui è deputato. Intanto il carcere apre le porte a nuovi arrivi per l’aumento dei reati possibili finanche alle donne incinte che rischiano di partorire in carcere.
Questo non è certo un buon segnale, significa che dopo tanti anni di lotte non siamo ancora in grado di costruire proposte inclusive riducendo la risposta carceraria e limitandola ai casi decisamente più allarmanti.
Significa che la società non riesce ancora ad organizzarsi per accogliere le persone che hanno sbagliato e storce il naso di fronte al concetto di riparazione.
La Federazione, in questi anni, ha cercato con fatica, provando a vincere le resistenze interne ed esterne, ad allargare la sfera delle risposte. Sicuramente il clima aziendale fortemente burocratico che si è affermato all’interno delle realtà territoriali ha inficiato l’anima che spingeva alla fine degli anni settanta persone che avevano il cuore di essere in modo sensibile e continuativo sul territorio. Oggi la logica economica e di immagine – come in tutti i settori della nostra vita – ha fortemente contaminato quella che era l’avamposto della sensibilità sociale.
Nonostante le mie personali disillusioni, non intendo abiurare a quello spirito e vago come Diogene alla ricerca dell’uomo, quello che il Progetto della FICT ha sempre inteso porre al “centro” dell’intervento. Mi preoccupa talvolta pensare che il “centro” non sia più un valore assoluto e che sia stranamente “mobile”!
Per questo motivo continuo a cercare situazioni istituzionali che aiutino tutti noi a ritrovare quel “centro” e porlo esattamente dove deve essere e non dove ci comoda che in quel momento sia.
Sicuramente la rivoluzione copernicana determinata dall’affermarsi, anche a livello legislativo, della Giustizia Riparativa stenta a rappresentare una modifica culturale degna di una società civile.
L’ esperienza personale mi induce sempre a ritenere valido il paradigma riparativo a dispetto degli ostacoli culturali e normativi che hanno fatto seguito alla riforma della Giustizia.
La Federazione ha inteso aderire al cartello ideologico che chiede a gran voce la decarcerazione e l’affermarsi della cultura dell’incontro, come momento di riparazione del sé prodromico all’obiettivo di inclusione che il sistema vorrebbe, a cominciare proprio dalla normativa sulle dipendenze. Si tratta di una normativa che da tempo richiede una grossa revisione ma i cui fondamenti non sono affatto in discussione.
Il gruppo di lavoro che è sorto all’interno del Forum del Terzo settore riguarda le persone private della Libertà personale e concentra l’attenzione su tutte quelle opportunità che la società potrebbe offrire se solo fosse in grado di uscire dalla logica sfrenata del conseguimento dell’affermazione sociale e concorrenziale basata solo sui dati.
La Federazione opera da oltre 40 anni, ed è una rete che rappresenta organizzazioni che lavorano su tutto il territorio italiano gestendo oltre 600 servizi socio-sanitari e socio-assistenziali, in ambito dipendenze patologiche, minori, migranti, salute mentale.
I dati, la cui importanza non è da confutare se rapportata all’efficacia del servizio, riferiscono che nel 2023 su 5578 utenti inseriti, il 12% è in provvedimento legale (687), i maschi sono 643 (94%) e le femmine 44 (6%) con un rapporto di 1 femmina ogni 14 maschi. Il 48% è in affidamento in prova, il 28% agli arresti domiciliari.
Il lavoro con la popolazione detenuta, attivo da quarant’anni, afferma che gli strumenti di gestione non penalistica dei reati hanno assunto nel tempo una forma credibile.
Per questo la Federazione punta sui percorsi di Giustizia riparativa che attivino la forza seducente di compensare il reato e portare la Comunità a valutare la pena tradizionale come inidonea a cancellare l’azione e a prevenirne ulteriori agiti, proprio come nei cinquanta anni trascorsi ha affermato con l’intervento riabilitativo. Ha sempre sostenuto che la retribuzione risponda ai bisogni emotivi nei confronti dell’autore e che, comunque, si plachino solo nell’immediatezza dell’irrogazione della sentenza di condanna, per poi riemergere con frequenza.
La Comunità ha il compito di mettere il soggetto di fronte alle sue responsabilità senza scivolare nel buonismo; nello stesso tempo è tenuta a costruire percorsi attraverso i quali il soggetto abbia l’opportunità di consapevolizzare quanto agito e prenderne le distanze, riconoscendo l’esistenza di soggetti portatori dei diritti che ha pensato di violare.
Oggi la Federazione siede sui principali tavoli di lavoro istituzionali e, in particolar modo, su quello sorto con la Determinazione n. 70 del 10 luglio 2024 assunta dal CNEL che ha istituito il Segretariato Permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale.
L’obiettivo da conseguire è la cooperazione interistituzionale con il coinvolgimento delle Parti Sociali, delle Forze economiche e del Terzo Settore.
Ancora una volta lo Stato prende atto della forza propulsiva del Terzo Settore e della sua variegata composizione per costruire percorsi di reinserimento socio-lavorativo. L’esperienza dell’intervento sulle dipendenze, di cui la Federazione detiene un considerevole successo, ci insegna come la lotta ai fenomeni disfunzionali della nostra società passi necessariamente attraverso il coinvolgimento della stessa, non quale destinataria del servizio ma quale protagonista di un cambiamento.
I freni sono tanti, la burocrazia ingente, le leggi troppo numerose per poter essere rispettate senza errore. Tutto ciò rallenta un meccanismo sicuramente difficile ma attuabile e continuamente perfettibile, tale da pacificare le parti sociali e le istituzioni a fronte di un obiettivo comune.
Il leit motiv “Recidiva zero” non può prevedere soltanto l’ampliamento delle offerte, come auspica giustamente il Governo, ma anche un passaggio personale e culturale non regolabile da norme ma dal confronto.
Proprio quello che è avvenuto il 4 dicembre 2024 presso il Segretariato Permanente in occasione dell’audizione delle principali sigle del Terzo Settore impegnate nel sistema Giustizia. Un momento di conoscenza a cui ho partecipato, in rappresentanza della FICT, affermando che è necessario operare un distinguo importante tra i destinatari degli interventi.
I detenuti non sono tutti uguali, la complessità dei motivi che hanno portato a violare le norme richiedono attenzione e calibratura di offerte. Non è sufficiente stabilire un parametro legato alla pena ma anche una valutazione del soggetto ricevente.
Si tratta dell’offerta di una modalità più articolata ma anche più sicura di conseguire risultati senza violare le norme di convivenza.
Il considerevole aumento dei suicidi in carcere e l’annoso problema del sovraffollamento che oggi sembra raggiungere livelli ben oltre la soglia di tolleranza inducono a riflettere proprio su quei percorsi differenziati cui auspichiamo.
Le sigle presenti all’Audizione hanno dato riferito interventi già in atto, sofisticati e disseminati in modo significativo sul territorio nazionale, proprio come fa la nostra Federazione. Inevitabile la lettura dei dati, essi riferiscono ma non devono determinare premialità perché i punteggi snaturano l’efficacia.
Già nel corso del grande evento organizzato dal CNEL in data 16 aprile 2024 intitolato “Recidiva Zero. Studio Formazione e Lavoro in Carcere” abbiamo assistito ad un confronto serrato sulle proposte normative volte a coniugare la sicurezza in carcere e il trattamento del detenuto, sia attraverso il riconoscimento e il rispetto delle regole sociali, sia attraverso il lavoro che educa il detenuto alla responsabilità, come afferma il Presidente del Consiglio intervenuto.
Ancora una volta dobbiamo raccoglier la sfida di combattere la povertà educativa perché la storia di chi viola la legge nasce dalla povertà economica, culturale ed educativa. Occorre un percorso: non basta il lavoro, occorre una fase educativa che consenta al reo di scegliere la via più sicura piuttosto che quella più breve.
Mi piace pensare che il concetto di riparazione non sia legato esclusivamente alla frattura sociale determinata, ma anche a quella che il reo ha provocato in sé stesso, leggibile nella sua storia personale fatta proprio di povertà educativa.

di avv. Marco Cafiero,  Consulente F.I.C.T.