Forse in questi ultimi tempi mi sono concentrato sul concetto di riparazione trasmettendo una concezione ideologica, aderente al dettato normativo, che sponsorizza una pratica in qualche modo conveniente al sistema giustizia ma anche foriera di un potenziale benessere collettivo.
Non ho alcuna intenzione di abiurare la tesi, anzi intendo strenuamente affermarne la validità senza continuare in una campagna pubblicitaria che rappresenti un cartello ideologico. Mi stanca lo scontro politico sulla pelle di una serie di soggetti disagiati, utile solo ad attirare consensi.
Poiché per lunghi anni mi sono occupato di disagio, e ultimamente mi sono attestato su problemi squisitamente giudiziari, mi preme non trascurare la fetta di persone cui ho dedicato la mia attività scevra da ideologie ma tesa a cercare benessere personale e collettivo. Insisto con il sostenere che la salute degli individui crei una progressiva salute della collettività.
Oggi lo scontro sui problemi carcerari risente ancora di ideologie ed il confronto che si sviluppa non fa altro che danneggiare la comunità invece di renderla più ricettiva nei confronti di portatori di disagio che possono trasformarsi in portatori di benessere.
In questa ottica le fazioni politiche dovrebbero rapportarsi, invece di gettarsi fango reciproco e criticare qualunque iniziativa.
I luoghi comuni sul pianeta carcere hanno stancato: siamo tutti d’accordo che l’Istituzione non porta da nessuna parte e che una gran parte dei detenuti potrebbero beneficiare di percorsi alternativi e, giunti a questo punto, anche di un provvedimento di clemenza che non guasterebbe a distanza di tanti anni. Ma dobbiamo trovare un accordo valido, per usare un termine più adeguato direi mediazione, sul modo di uscire da un problema di non poco conto.
Le iniziative del Governo in tema di decarcerazione non sono sufficienti, se non addirittura inefficaci se si pensa che certe “illuminazioni” sono destinate ad una risicatissima minoranza: si parla di sperimentazioni destinate a 206 individui. Mi chiedo che senso abbia dal momento che i luoghi della sperimentazione avrebbero una ricettività di gran lunga superiore.
Così si rischia di creare aria fritta che non risolve il problema. Sto parlando delle Comunità di cui al Decreto Nordio, luoghi imprecisati, contenitori formalmente accreditati per non si sa quale tipo di intervento. Luoghi senza contenuti che andrebbero ad ospitare anche soggetti gravati da problemi di dipendenza e di disagio psichico che non necessitano di un intervento riabilitativo.
Ma mi chiedo se esistano persone dipendenti o psichicamente disagiate che non necessitino di un intervento sanitario importante per il quale esiste tutto un apparato di accreditamento e professionalità
Stiamo creando percorsi paralleli per situazioni identiche, alcune delle quali non certificate. Stiamo forse dimenticando che la legge 21 febbraio 2006, n. 49, pur rinforzando l’aspetto custodiale quale elemento di deterrenza nei confronti del soggetto a qualsiasi titolo coinvolto nell’universo droga, prevede che l’art. 89 del DPR 309/90 offra una sponda sicura ai soggetti tossicodipendenti per evitare la deriva carceraria
È ancora questa norma, scarsamente applicata, ad affermarsi come “custodia affievolita” per soggetti portatori di un disagio con l’intento di riparare il loro sé
Sono finiti nel dimenticatoio i Progetti DAP Prima di cui la F.I.C.T. si è fatta sempre promotrice auspicandone la diffusione ed il finanziamento. Erano strumenti fondamentali per contrastare l’inserimento smodato di soggetti dipendenti in contesti carcerari ed il conseguente meccanismo della “porta girevole”.
Erano – ed è doloroso parlarne al passato a dispetto degli ultimi brandelli disseminati e sconosciuti – efficaci per “risparmiare” il passaggio inframurario a quelle persone che, nel momento della massima prostrazione dovuta all’arresto in flagranza di reato, sapevano cogliere le opportunità che il territorio era, ed è, in grado di offrire loro.
Oltretutto rispondono all’obiettivo che la legge Nordio auspica e che il CNEL sta tentando di attuare con il progetto RECIDIVA ZERO
Si tratta di istituzionalizzare, una volta per tutte, un presidio sanitario istituzionale distaccato all’interno del Tribunale, ove si celebrano i procedimenti per direttissima, conseguenti all’arresto in flagranza di persone tossicodipendenti. Questo consente di intercettare un universo che sfugge alla presa in carico dei Servizi
Posto che l’esperienza carceraria è sicuramente negativa è necessario far sì che l’Autorità Giudiziaria sia posta nelle condizioni di ottemperare al dettato normativo di cui all’art. 89 DPR309/90 diretta a coloro che abbia in corso (o siano intenzionati) un programma di recupero nell’ambito di una struttura autorizzata e l’interruzione possa pregiudicare la disintossicazione dell’imputato, questo progetto trova spazio anche a livello nazionale.
È una situazione che richiede un grosso coinvolgimento del servizio pubblico e di quello privato, ma, soprattutto, una grossa sensibilizzazione della Magistratura di merito.
Per il privato sociale, nonché per i Centri della Federazione, si tratta dell’opportunità di incidere in modo significativo nel momento del giudizio, dal punto di vista “terapeutico”, dando al tossicodipendente la possibilità di diventare protagonista attivo del cambiamento in un momento delicato, quale l’arresto.
Rappresenta un sostanziale momento di contatto tra il tossicodipendente ed il territorio, che consente di promuovere la sperimentazione di forme di connessione tra sistema penale e sistema delle risorse esterne che, uscendo dalla rigida dicotomia aiuto/controllo, restituisca all’intervento sulle tossicodipendenze la complessità che lo caratterizza.
Il momento dell’incontro/scontro tra la persona ed il sistema di controllo formale, se opportunamente gestito può, infatti, assumere significati “altri” dalla semplice logica punitiva.
In questa esperienza il servizio pubblico svolge la funzione di supportare il giudice nella decisione relativa all’applicazione della misura cautelare più adeguata a favorire la continuità di interventi già in corso, o da approntare.
Il servizio, avvalendosi del Ser.D di appartenenza, fornisce al giudice quella attestazione, richiesta dalla norma, dello stato di tossicodipendenza, e/o alcool dipendenza, e dell’esistenza della possibilità di inserire l’arrestato in una struttura di tipo terapeutico, quanto meno per un periodo minimo di osservazione, che consentirà di valutare la strategia più opportuna senza necessariamente passare attraverso un percorso carcerario. Al giudice viene fornita l’opportunità di garantire le esigenze cautelari senza ricorrere allo strumento della carcerazione preventiva.
Decarcerazione e recidiva zero sono elementi costitutivi del progetto che va anche ad integrare quel concetto, su cui si nutre ancora tanta diffidenza, di riparazione della frattura sociale
La resistenza cui stiamo assistendo nell’applicazione della Giustizia Riparativa risente della visione forzata dell’incontro tra autore e vittima quale meccanismo premiale nell’applicazione della pena.
In realtà l’obiettivo è molto più ampio e, oltre a rendere una concreta soddisfazione alla vittima, consente la riparazione del sé, uno dei presupposti fondamentali per andare incontro alla riduzione della recidiva.
La resistenza di cui parliamo non tiene conto del fatto che alcuni reati non prevedono necessariamente una vittima diretta bensì determinano un pericolo sociale per il quale è necessaria una revisione personale sul reato commesso. Per i tossicodipendenti le comunità terapeutiche sono atte a questo tipo di intervento, per gli altri soggetti ben vengano comunità inclusive con intento riparatorio. In questo modo diamo un reale e concreto contributo alle Comunità che il Ministro intende creare! Non solo sfollamento, dunque, ma contenuti mutuati d, ragion per cui, al momento, ci troviamo di fronte ad un contenitore vuoto da riempire. Il terzo settore è obbligato a pensare interventi che vadano nel senso della recidiva zero, diversamente il meccanismo della porta girevole si riattiva come avviene da sempre.
Senza un pensiero di questo tipo la società resta diffidente, o quanto meno indifferente, nei confronti della riparazione perché non ne vede alcun beneficio.
di avv. Marco Cafiero, Consulente F.I.C.T.