1.Anni fa era possibile descrivere il fenomeno delle tossicodipendenze  partendo dall’osservazione degli ospiti delle Comunità Terapeutiche; oggi, considerando le persone che vi chiedono aiuto, è ancora possibile avere un’idea specifica sulle tossicodipendenze?

La semplice osservazione degli ospiti di una Comunità oggi non può essere ritenuta sufficiente per descrivere il fenomeno delle dipendenze.

Centro federato alla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche

Oggi è necessario analizzare il problema da un punto di vista più ampio e scientifico, investendo risorse economiche e umane. Nel 2010 si è tenuto a Genova il convegno annuale del WFTC. Il CEIS di Genova ha sentito l’esigenza di raccogliere quelle esperienze in un volume curato da Mario Palumbo, Mauro Dondi e Claudio Torrigiani dal titolo: “La Comunità Terapeutica nella società delle dipendenze” (Erickson). Dallo studio emerge chiaramente quanto il panorama internazionale e italiano stia cambiando repentinamente da essere sfaccettato e complesso . L’abuso di sostanze non è più legato ad una fascia di età e ad un gruppo sociale ben identificato come in passato, quindi oggi è necessario da parte degli operatori un approccio del settore con basi scientifiche e più condivise. Per facilitare questa modalità di lavoro è necessaria la collaborazione di tutta la rete per condividere e mettere a disposizione di tutti gli studi e le esperienze condotte.

2.Le Comunità Terapeutiche si sono organizzate prima dei servizi pubblici, poi hanno assistito ad una fase conflittuale tra pubblico e privato e, successivamente, ad un tentativo di integrazione tra pubblico e privato. Dopo 30 anni di esperienza, oggi, come descriveresti il rapporto con il servizio pubblico?

Premesso che nella relazione Pubblico/Privato si trova la chiave del successo e che solo unendo le energie di ambo le parti si può sperare di raggiungere un risultato positivo e un corretto approccio sociale, bisogna ricordare che il rapporto tra le istituzioni e le associazioni private varia in maniera sensibile da regione a regione.

Sono differenti non solo le risorse economiche dedicate, ma anche le strategie e gli obiettivi. Anche all’interno di una singola regione si riscontrano forti differenze tra provincia e provincia. Nel caso della Liguria, ad esempio, comunità come La Spezia e Imperia evidenziano un maggiore affiatamento nel rapporto pubblico/privato anche se siamo ancora lontani da quell’integrazione che ci auguriamo. E’ necessario fare propria l’esperienza delle regioni più avanzate e seguire dei modelli virtuosi, innalzando la media nazionale dei servizi offerti.

L’ipotesi efficace per il futuro dovrebbe essere la cogestione dell’intervento riabilitativo tra operatori del pubblico e privato.   In questa direzione nel nostro Centro stiamo sperimentando questo tipo di coordinamento per i minori con esordi psichiatrici dove operano insieme operatori del Dipartimento delle Dipendenze e Salute Mentale, operatori del Consultorio e operatori della CT.

3.Le nostre Comunità da sempre hanno dichiarato l’importanza della partecipazione delle famiglie ai trattamenti, oggi è ancora così, quali sviluppi?

Per quanto attiene alla partecipazione delle famiglie si rendono espliciti i grandi cambiamenti avvenuti nel corso di questi trent’anni. L’età media degli utenti è aumentata e si è diversificata. Molto spesso la famiglia di origine non possiede le risorse psicologiche per dare un supporto efficace e dobbiamo tristemente rilevare che al contrario in numerosi casi finisce per diventare causa esterna all’uso di sostanze e ostacolo nel percorso riabilitativo. E’ impossibile generalizzare, ma è indispensabile adeguare i trattamenti alle singole situazioni e aggiornarli alle mutate condizioni sociali.

4.Per le risorse economiche che ti derivano dai servizi pubblici sei in grado di soddisfare i bisogni delle persone che chiedono aiuto al Centro? Se i mezzi non sono sufficienti quale risorse umane ed economiche metti in campo?

Le risorse economiche sono sufficienti solo per quelli che le autorità decidono di prendere in carico in base ai fondi stanziati dal governo. Il numero di persone che avrebbero bisogno di cura e assistenza è molto superiore, basti pensare alle lunghe liste di attesa delle Comunità e a quanti sono in carcere in attesa di essere inseriti in un percorso riabilitativo. In sostanza la capacità di intervento delle istituzioni è regolata dagli stanziamenti e non dalle esigenze del territorio. Tutto questo per quanto attiene le situazioni conclamate. La Prevenzione, che dovrebbe essere un punto cruciale degli interventi pubblici, è, al contrario, affidata unicamente alle risorse dei privati tramite le donazioni dei sostenitori e viene condotta autonomamente in assenza di una linea comune.

5. Ascoltando i pareri degli ospiti del tuo Centro, quali sono i punti di forza che vi riconoscono?

Il punto di forza della Comunità Terapeutica, al di là dei facili panegirici, è consentire alle persone di uscire dal carcere. All’interno degli istituti penitenziari, da cui giunge circa la metà dei nostri ospiti, non solo non esiste possibilità di recupero, ma spesso si verificano le condizioni per l’aggravarsi del disagio e dell’abuso. Simile è per gli ospiti che giungono dalla strada o da situazioni familiari disagiate. Per i nostri utenti la Comunità rappresenta innanzitutto un modo di riconquistare la propria dignità di esseri umani al di fuori del carcere. Solo in un secondo tempo giungono ad apprezzare il percorso di consapevolezza condotto all’interno della Comunità insieme agli operatori secondo la filosofia del Progetto Uomo al quale aderiamo.

6. Cosa chiedete alle Istituzioni?

Bisogna innanzitutto rendersi conto che il livello del nostro Welfare è molto alto, quindi invocare maggiori risorse economiche risulta poco credibile e costruttivo. E’ a livello legislativo e di integrazione degli interventi che risulta necessario, se non indispensabile, agire con prontezza e determinazione. L’abuso di sostanze è un fenomeno che coinvolge la scuola, il mondo del lavoro e dell’imprenditoria, le associazioni di categoria, i sindacati e dovrebbe essere coordinato con una adeguata legislazione, in maniera che tutti possano dare un utile contributo. Nella scuola, ma anche nelle grandi realtà aziendali, la prevenzione dovrebbe essere gestita in modo unitario e condiviso, dedicando risorse all’ascolto. Ad oggi sembra serpeggiare in maniera trasversale nella società civile una grande paura che rende difficoltoso riconoscere il  fenomeno delle dipendenze anche verso le persone che una volta terminato il percorso terapeutico tentano di reintrodursi nel mondo del lavoro. L’impegno delle istituzioni infine dovrebbe concentrarsi sulla soddisfazione delle aspettative: di fronte alla miseria e alla convinzione di non poter migliorare la propria condizione è molto più facile cadere nell’illusione dei paradisi artificiali. Al contrario quando ad una persona si offrono speranze e opportunità diminuisce anche il rischio di sfuggire alla realtà per mezzo delle numerose sostanze reperibili sul mercato. Per questo obiettivo è necessario lavorare insieme coinvolgendo non solo le istituzioni e le associazioni, ma tutte le forze sociali.

Sarebbe auspicabile che tutte le strutture che operano nelle campo dipendenze siano accreditate, in modo che ci sia una costante verifica dell’operato delle CT

Inoltre bisognerebbe definire una tariffa omogenea in tutta Italia, non è possibile che ci siano differenze così elevate di tariffe fra le diverse regioni…

Centro di Solidarietà di Genova – COOP SOC Onlus– Sede: Via Asilo Garbarino, 6B – 16126 Genova, Tel. 010254601, Fax 0102546002 – Mail: csgenova@csgenova.org – Web: www.ceisge.org

di Redazione