Ci troviamo nell’era della società dell'”avere” e del “sapere” dove non siamo più educati al “sentire”, ai sentimenti e alla comunicazione emotiva, la quale è stata completamente annullata da quella razionale. Siamo arrivati a considerare i sentimenti, come una minaccia all’equilibrio; un equilibrio fittizio basato sulla razionalità.
Ma una vita vissuta esclusivamente sul piano razionale è povera e ci fa perdere il significato e il valore di ciò che siamo e che sentiamo.
Ci preoccupiamo di curare il nostro “esterno”, la nostra “maschera”, senza preoccuparci dell'”interno”, del Sé, che diventa un estraneo di fronte all’emotività.
La società dell’avere e del sapere
Un Sè che non conosciamo, di cui non siamo consapevoli; un sè sconosciuto, di cui abbiamo paura e ce ne allontaniamo, investendo tutte le nostre energie per migliorare e conservare l’immagine esterna, il guscio, che diventa sempre più impenetrabile e lontano.
Oggi si punta tutto sul “sapere”, sulla cultura, come se fosse conditio necessaria per vivere e risolvere ogni tipo di ostacolo.
Infatti, la soluzione ai mali dell’essere, del Sè e delle frustrazioni affettive, non è legata al livello culturale di una persona, ma alla maturità psicologica, alla consapevolezza e alla libertà dell’individuo, che è a prescindere dalla cultura, che anzi, spesso, rende presuntuosi e poco umili, quindi meno predisposti a riconoscere i propri limiti, meta fondamentale per porsi sempre un obiettivo nuovo, migliore; un modo per continuare a crescere e a rompere il guscio che “protegge” e nasconde il nostro Sè.
Nell’era della globalizzazione, del “virtuale” e del “tutto in un click”, si va verso l’anestesia dei sensi; oggi infatti non diamo più spazio a questi, se non alla vista, che è diventata il senso predominante in una società ossessionata dall’immagine e dall’esterno.
Anche le mani vengono curate e privilegiate per la loro immagine, usiamo smalti, gel, non per il valore comunicativo che possono avere, abbiamo perso, infatti, anche il piacere di toccare, perché fin da piccoli veniamo educati e cresciamo con quella voce che rimbomba nella mente: “non toccare quello”, “non toccare che ti fai male”, e quindi privati del piacere di esplorare, di sentire, di scoprire quello che vogliamo, quel che ci interessa, e non quello che vogliono gli altri per noi; per non parlare poi del valore sessuale che si cela dietro questo verbo, che è stato quindi proibito, punito dell’erotizzazione attribuitagli.
Per sopperire e compensare alla nostra incapacità di conoscerci nel profondo, nell’intimo, e di smascherarci, puntiamo alla materialità, all’avere, alla superficie, gareggiando per la corsa al potere, al soldo e al successo.
Ciò è indice di insicurezza, di un’insoddisfazione profonda, colmata da beni materiali, che sostituiscono i beni spirituali, i valori dell’essere, creando una continua e sempre più forte frustrazione, che poi può portare o all’annichilimento dell’individuo, o alla destabilizzazione totale e all’instabilità psichica.
Pur di stare al passo con i tempi, con la moda dell’avere e dell’innovazioni tecnologiche, ci priviamo di tante bellezze che ormai non sappiamo più cogliere; pur di avere l’i phone di ultima uscita, non mangiamo, non viaggiamo, perdendoci il gusto delle piccole cose, che sono quelle che più danno senso all’esistenza; pensiamo più a consumare, che a godere.
Non sappiamo più apprezzare una giornata di sole, una notte stellata, la bellezza di un tramonto e godere della magìa della natura che ci circonda.
Quando sono partita per l’Africa, ho ritrovato il piacere della solitudine, del sentirmi, nel bene e nel male; sensazioni forti, a volte dure da contenere. Ho goduto della libertà di vivere e sentire ogni attimo, ho goduto della bellezza dei colori, dei suoni, ho assaporato gli odori e il silenzio che mi circondava, che rendeva ogni percezione più intensa.
Ho rubato con gli occhi tutto ciò che potevo, ero assetata
Era tutto amplificato, ma naturale; privo di ogni costruzione e costrizione; anche il tempo era scandito in maniera del tutto autentica, con i ritmi della natura, senza forzare il corpo oltre i limiti dettati dalla civiltà e dalla moda, come si fa abitualmente. Lo ascoltavo, lo sentivo e lo percepivo di più, il mio corpo, privo di difese e di maschere, gustando ogni sensazione che avvertiva; libero di essere, allo stato brado.
A stretto contatto con l’infinità della natura, la sensibilità del nostro essere, senza guscio, senza maschere, scaturisce dalla pelle e da tutto il corpo, rendendolo più libero, più vero e in sintonia con il nostro sè.
Lì, Ero io, priva di stress, di nevrosi, di sensi di colpa, di tutto ciò che nella frenesia della vita di tutti i giorni occupa la nostra mente e non ci permette di vivere, ma solo di esistere, come se fossimo delle macchine che giornalmente mettono il “pieno”.
un viaggio dentro di ME, che mi ha offerto la possibilità di tornare a “vedere” ciò che non ci è più visibile perché, in quanto “Mutanti”e schiavi del sistema siamo troppo lontani da noi stessi.
E’ proprio a star lì, in mezzo a un niente apparente, storditi da un silenzio così rumoroso da scavare dentro, che può capitare di sentirsi vivi. È a star dove nulla pare accadere, piccoli e indifesi davanti alla potenza della natura, che talvolta ci si sente improvvisamente tornati alle proprie origini.
E da lì ho ricominciato.
Spesso perdiamo di vista la realtà, la vita.. che è anche un amico che ti abbraccia, un libro che ti svela un mondo sconosciuto, una poesia, una musica e un paesaggio che ti emoziona, un eroe che ammiri, una carogna che disprezzi, un bimbo che ti rattrista, un film che ti racconta quello che i tuoi occhi non possono vedere o che a volte vorrebbero vedere.
Spesso, infatti, non possiamo sentire, non possiamo godere delle cose, perché siamo tesi, frustrati e sottoposti a continui stress;così diventiamo sempre meno sensibili e incapaci di cogliere certe immagini, perdendo il piacere di ciò che facciamo, di ciò che ci circonda e che ci appartiene.
Anche quando viaggiamo, non sappiamo godere e contemplare un paesaggio, non sappiamo gustare il colore della terra, l’odore dell’aria e la forza dei suoni; percepiamo solo i colori, non le sfumature, ci droghiamo di rumori, ma senza coglierne il suono e l’essenza.
Ci prefissiamo le tappe giornaliere, anche queste, per mode, per sentito dire, senza interessarci e avere la curiosità di andare a sviscerare ogni vicolo e la gente che lo vive.
Vaghiamo, fotografiamo per poi “pubblicare” in tempo reale su Facebook, per farci vedere, come se tutti dovessero saper e a tutti interessasse dove siamo e cosa facciamo, ma purtroppo questo è diventato l’unico modo di comunicare, di presentarsi, di farsi conoscere.
L’importante è apparire; certo poi se hai pubblicato più foto di posti diversi, ti puoi creare un curriculum virtuale interessante; tanto si può fingere benissimo dietro uno schermo; ma ognuno è diverso. Il problema è che la maggior parte della gente vuole essere uguale; trova più facile ignorare questo aspetto fondamentale della condizione umana, (ossia la diversità) è così ansiosa di far parte del gruppo che tradisce la sua natura per conformarsi. Troppa è la paura di risultare diverso, troppa è la paura di essere veri.
Quindi giriamo, viaggiamo e percorriamo la nostra vita, senza guardarci attorno, a testa bassa, preoccupati soltanto di vagare, di possedere la “maschera” più bella, la macchina più costosa, di passare le vacanze nei posti più quotati e di cenare nei ristoranti più costosi; così da acquistare punti e crescere nell’ambito sociale. Perché più hai e più sei.
Non ci fermiamo mai, ci riempiamo il tempo, pur di non pensare, pur di non stare da soli con noi stessi, perdendoci la possibilità di godere la vita in ogni attimo senza renderci conto della bellezza della vita nella sua semplicità, senza dover essere sempre in gara per competere, per essere qualcuno, per vincere, chissà cosa poi.