La Federazione Mondiale delle Comunità Terapeutiche (WFTC), ha organizzato in collaborazione con Il Centro di Solidarietà di Genova, il suo quarto Institute: “Il futuro della comunità terapeutica in un mondo che cambia”. Dopo Roma, New York e Rio De Janeiro, i delegati delle comunità di 52 paesi del mondo, si sono riuniti a Genova dal 14 al 18 di ottobre per confrontarsi sui metodi e condividere obiettivi futuri dopo aver fatto una disamina dei 40 anni di lavoro svolto. Nella prestigiosa cornice offerta da Palazzo Ducale (lo stesso che vide i grandi della terra riunirsi per il G8 del 2001), 200 tra i massimi esperti mondiali delle Comunità Terapeutiche hanno lavorato intensamente per tre giorni, divisi in gruppi di lavoro, una novità che è piaciuta molto ai partecipanti, molti di loro hanno infatti riportato di essersi sentiti maggiormente coinvolti da questa modalità che ha permesso una migliore condivisione rispetto alla classica formula della conferenza con pochi che parlano e molti che ascoltano.

Le “tracce” su cui dibattere erano sostanzialmente tre: il cambiamento dell’ambiente esterno e le sue ripercussioni sulla comunità terapeutica; i diversi sistemi di welfare con cui le comunità si confrontano e -anche in questo caso- le eventuali ricadute sull’intervento in comunità, in ultimo, i cambiamenti interni alla stessa comunità terapeutica. Il quarto giorno, nella plenaria di chiusura, si sono tirate le conclusioni che sono state condivise con i rappresentanti delle Istituzioni e la cittadinanza in un incontro pubblico.  Tra qualche mese saranno disponibili gli atti dell’institute ( aggiornamenti si possono trovare sul sito http://www.wftcinstitute2010.org/ ), pertanto, mi limiterò ad alcuni flash di questi quattro giorni genovesi. Innanzi tutto è stata ribadita la bontà dell’intervento comunitario per le persone dipendenti: oltre 40 anni di successi e migliaia di persone reinserite pienamente nella società in ogni parte del mondo sono lì a dimostrarlo! Sono state citate anche ricerche e statistiche per corroborare queste affermazioni (International journal of therapeutic communities   n.d.r.). Qualcuno ha addirittura sottolineato il dato che la riuscita è maggiormente significativa se si pensa che alle comunità, molto spesso, vengono inviate persone con le quali altri metodi hanno fallito. Dalla loro nascita le comunità si sono molto modificate per adattarsi alle diverse richieste di un fenomeno in continua evoluzione. Rispetto ad altri interventi, il lavoro della comunità ha il vantaggio di poter essere articolato sulle 24 ore  e per un periodo significativo, questo permette di operare con tutte le componenti dell’uomo: quella fisica, quella psichica e quella spirituale intesa come il mondo dei valori a cui ogni persona fa riferimento per il suo personale progetto di vita. Alcuni dei “senatori” dell’intervento comunitario presenti all’incontro, quali George De Leon, Martien Kooyman e lo stesso Tony Gelormino, hanno però messo in guardia su questo punto: hanno detto che la comunità non può andare bene per tutto, pena la perdita di efficacia e il fatto di snaturarsi, giusto non precludere l’ingresso a nuovi trattamenti senza perdere di vista il “setting” della comunità ed i suoi principi fondamentali (no sostanze, no violenza, no ad atteggiamenti sessuali troppo promiscui), è bene che le nuove leve oltre all’entusiasmo conoscano quanto è stato fatto, e perché, da chi  li ha preceduti. Hanno convenuto sul fatto che è stato bene abbandonare alcuni eccessi ma è necessario mantenere il lavoro in gruppo e quello sulle emozioni perché la vita stessa è fatta di emozioni, di dolori, paure e cose belle; con una sintesi efficacissima, Tony Gelormino, ha definito tutto questo come “meno pillole e più abbracci”. Un’ autocritica abbastanza diffusa ha riguardato il fatto che non siamo stati capaci di far conoscere completamente la bontà del nostro lavoro ed i risultati raggiunti. Riguardo al futuro, quindi, imparare a fare meglio un lavoro di marketing; proseguire sulla via della collaborazione ed integrazione con le Istituzioni, al punto di riuscire a far contaminare le leggi che regolano il nostro comparto dalla nostra filosofia di lavoro e sia quindi riconosciuto, anche economicamente,  il lavoro prezioso delle comunità. A proposito di integrazione e filosofia di lavoro, è stato ribadito che è ora di dire basta alle sterili dispute tra ex e professionisti: il nostro è un lavoro  a forte rischio di “burn-out” , inutile aggiungere tensioni,  ciò che importa per costruire un buon team sono l’impegno, la disponibilità alle critiche ed il coinvolgimento personale di ogni componente.
Durante l’incontro di chiusura il sottosegretario Carlo Giovanardi  ha ribadito un deciso no ad ogni tipo di droga e alle ipotesi di legalizzazione della cannabis; Enrico Costa e don Andrea Gallo hanno sottolineato l’importanza del reinserimento sociale delle persone che terminano un percorso comunitari, sarebbe come fare una casa e non metterci il tetto, risolto il problema droga le persone non devono essere ghettizzate ma diventare una risorsa per la società; i rappresentanti delle Istituzioni hanno detto di condividere quanto emerso dal lavori, di sottoscrivere la necessità di un lavoro di rete ma, hanno ribadito, la diminuzione delle risorse decise dal governo penalizzerà ulteriormente tutto il sistema di welfare.
Chiudo con un aneddoto e una nota personale. L’aneddoto riguarda il fatto che uno dei responsabili di comunità presenti al Ducale, un malese, sia stato fatto Sir (come in Inghilterra un riconoscimento prestigioso) e sarà la prima persona con trascorsi di dipendenza e di carcere ad essere ricevuto al Palazzo del Re. Ron Williams, un altro dei “grandi vecchi” presenti dice sempre che noi siamo un po’ dei costruttori di sogni: “quando incontriamo una persona nei nostri servizi, non sappiamo mai chi potrà diventare dopo 5 anni…” e questa mi sembra una storia emblematica per illustrare il suo pensiero.
La nota personale è che per me, che ho avuto il privilegio di conoscerli e- a livelli diversi- collaborare con loro, due presenze hanno accompagnato i giorni dell’incontro di WFTC: Bianca Costa e don Mario Picchi. Evocati il primo giorno dalle parole di Enrico Costa e Diego Chialant, e alla chiusura dei lavori dal toccante ricordo di Gianpaolo Guelfi,  sono sicuro che avrebbero sorriso bonariamente per dire che abbiamo fatto un buon lavoro ma subito dopo ci avrebbero spronato dicendo che c’è ancora parecchia strada da fare.
Un’ultima notizia è la nomina di Enrico Costa alla carica di vice-presidente di WFTC, la decisione assunta dal Consiglio della federazione mondiale durante i giorni del convegno genovese, è motivo di orgoglio per il Centro di Solidarietà di Genova ed un riconoscimento del lavoro svolto in tutti questi anni dall’intera Federazione Italiana.