Dal vangelo secondo Marco (Mc 1,7-11).
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Una riflessione sulla strage al Charlie Hebdo
Il carattere atroce dell’evento e soprattutto il grido degli assassini di Parigi, “Dio è il più grande”, -cioè, Dio vince, per il loro tramite, mediante la violenza che Gli rende giustizia-, mi costringono a uscire dal riserbo che mi sono dato come regola: ritengo infatti che il mio compito sia di aiutare nella comprensione e nell’ascolto della parola evangelica, perché poi ciascuno vi trovi ispirazione per la propria quotidianità. Ma oggi l’argomento è di tale importanza, che desidero condividere con voi le mie riflessioni, ispirandomi proprio all’episodio così singolare, che il Vangelo di oggi ci descrive e che inaugura il ministero pubblico di Gesù.
Il primo tema di riflessione è senz’altro il rapporto tra religione e violenza. A partire dal 1989, il nome di Dio è stato sempre più frequentemente associato a guerra e violenza, non soltanto nell’Islam, ma anche da parte di ebrei religiosi radicali, come i coloni israeliani, e anche da parte di cristiani, basti pensare al carattere di “crociata”, che Bush junior ha dato alla sua guerra in Iraq. Di qui derivano, in tanti, il rifiuto della religione e la nascita di un nuovo ateismo, come quello della scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali: se Dio è questo, io non posso essere altro che atea. Agli uomini religiosi viene sempre più spesso rinfacciato un elenco di episodi della loro storia: certamente, alcuni vengono esagerati, ma resta sempre abbondante materiale da utilizzare, quasi al fine di diminuire il diritto di esprimere un’ opinione sui temi etici o, come in questo caso, sulle grandi crisi contemporanee.
Non è sufficiente parlare di “fanatismo”. La questione è molto più complessa. Ne ho parlato in un testo, prodotto “a uso interno”, che può essere consultato sul sito della parrocchia di san Pellegrino, www.sanpelle.it, col titolo “Egli ha eliminato in se stesso l’inimicizia”.
In ogni caso, gli uomini religiosi debbono fare un serio esame di coscienza e prendere una distanza netta, inequivocabile, senza ambiguità, che non si limiti a questi momenti tragici, nei quali ritualità e retorica si sprecano. Può aiutare certamente la nostra Costituzione (artt. 8 e 19), che afferma l’uguale libertà di ogni religione, ma anche la responsabilità di fronte al bene comune e al sistema di valori sui quali è fondata la nostra convivenza. Penso che i nostri concittadini musulmani abbiano un serio e impegnativo percorso davanti a sé: lo dico, pensando a quanto sia stato difficile e tormentato, per noi cristiani, arrivare a riconoscere la distinzione tra ordinamento civile e fede religiosa. Nello stesso tempo, però, vanno rivendicate tutte le libertà, non soltanto quella di opinione e di stampa, ma anche la libertà religiosa. Si dovrebbe dare più risalto e affrontare in modo più efficace quanto sta avvenendo, per esempio, in Iraq e in Nigeria, oltre che in altre parti del mondo (consultare l’agenzia del PIME, “Misna”). Ma anche da noi vanno affermati con forza almeno due punti.
Anzitutto, no a ogni “guerra di religione” o “scontro di civiltà”. E’ intollerabile che vengano compiuti attentati di ritorsione verso luoghi di culto, sono intollerabili le generalizzazioni, come se tutti i musulmani fossero violenti o terroristi, è intollerabile che la tragedia di Parigi venga utilizzata a vantaggio della propria parte politica. Nello stesso tempo, si dovrebbero abbassare i toni e soprattutto usare rispetto verso convinzioni così delicate e profonde come quelle religiose. Tante volte, si ha l’impressione che, nei confronti degli uomini religiosi, si presuppongano la malafede, l’ipocrisia o, almeno, la stupidità. Questo è abuso della libertà, è violenza, anche se si usano le parole e non i proiettili.
Veniamo ora al vangelo di questa domenica, che ricorda il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano a opera di Giovanni il Battista. La scena è nota, ma non dovremmo ignorare il suo carattere sorprendente. Chi ha ascoltato la predicazione di Giovanni aspetta uno “più forte”; e il battesimo “in Spirito Santo” orienta
verso un rinnovamento, che cambi la storia e la condizione umiliata del popolo di Israele.
Gesù, invece, non battezza ma si fa battezzare. In altre parole, si mette dalla parte del popolo e in mezzo ai peccatori. Giustamente, la tradizione vede in questo gesto la profezia della passione; nella seconda lettura della liturgia odierna, Giovanni l’Apostolo scrive: “Gesù Cristo non è venuto con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue”: la purificazione attesa ha un prezzo, il rito ha valore solo in quanto rimanda a un evento concreto, la morte in croce.
E’ questa libera obbedienza del Figlio che apre il cielo, come la sua morte obbediente squarcerà il velario del Tempio, anch’esso simbolo del cielo, della separazione tra l’uomo e Dio. Citando ancora Giovanni, “questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede”: chi vince il mondo è colui che crede che Gesù, il crocifisso, l’Uomo dei dolori, sia il Figlio di Dio. Da questo sacrificio dipende il dono dello Spirito: esso scende come colomba sulle acque: forse è un richiamo al Diluvio e alla colomba di Noè, che diviene simbolo della pace tra Dio e l’uomo, della nuova alleanza.
Molti uomini si sono chiesti, “Dio, dov’è?”. Alcuni lo hanno fatto con disprezzo arrogante, ma la maggior parte se lo è chiesto con sofferenza e angoscia, magari rifiutando l’immagine che veniva loro proposta, ma con la nostalgia di un Tu, pur sempre ricercato e segretamente invocato. La risposta di oggi è, che Dio è lì, in quell’uomo in mezzo agli altri uomini, che domani sarà crocifisso. Il Dio di Gesù ha scelto la strada dell’amore e della condivisione con i poveri e i peccatori: “Non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati: non sono venuto a cercare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,12s.). L’errore dell’interpretazione moralistica della religione, ma anche dell’ottimismo giacobino, fiducioso nei “valori” dell’uomo illuminato dalla ragione, è di sottovalutare la natura del male. Il male non è la trasgressione di comandamenti, leggi o valori: si può fare il male aderendo a questi valori, anzi, il male compiuto dai “giusti” è spesso molto più mortifero di quello compiuto dai “peccatori”. Il male è una corruzione profonda, che corrompe persino le realtà più grandi e più sante, come la libertà o la religione stessa, ne fa strumenti di morte. Il male non è la trasgressione, la deviazione, la ferita, magari grave, di una condotta morale che può essere riportata sulla retta via. Il male è morte, è una volontà di morte, che sfigura l’uomo e lo uccide prima di tutto nel suo intimo, per poi arrivare anche alla distruzione fisica. Il male ha tanta potenza, che spesso rende complici persino quelli che intendono contrastarlo.
Il vangelo di oggi ci dice che nella storia c’è ora un’energia nuova, l’energia dello Spirito Santo, che nulla può soffocare. Abbiamo bisogno di sentircelo dire, in questi tempi di guerra e di violenza: il battesimo nel Giordano ci mostra Gesù davvero presente nella sofferenza umana, ci mostra la pietà di Dio per gli oppressi e per gli stessi oppressori. La croce è il segno di una via nuova, quella dell’amore, una via che è vita, anche quando l’amore costa e sembra sconfitto. Ma questa è la “testimonianza di Dio”, è la forma che prende il Suo volto rivolto all’uomo: non un’ideologia, non delle parole, ma qualcosa che fa tacere tutte le parole. Come dirà Paolo, ogni dialettica, ogni alternanza tra il “sì” e il “no”, cessa di fronte alla croce. Essa è il “sì” definitivo di Dio all’uomo, a ogni uomo.
Ma se Dio ha detto “sì” a ogni uomo, chi siamo noi, per rifiutare qualcuno o additarlo come nemico? Se tutti siamo, ciascuno a suo modo, peccatori, e se ciascuno di noi vale peraltro il sangue di Gesù, allora è possibile, per noi e per chiunque altro, la “conversione”, cioè rientrare in noi stessi, scoprire e sorvegliare le radici del male, iniziare un cammino nuovo e diventare costruttori di pace.