Gregory arriva puntuale alle 9:00. Come ogni mattina mi descrive i confini della città di Port-au-Prince fino ad arrivare a Centre Ville. Arrivo al Drop in alle 9:20. Gli operatori sono sul terrazzo: c’è Azar, Guito, Mitzuka, Windy e Leslie, c’è anche Jude il maestro di macramè. Al piano inferiore i ragazzi sono già arrivati e qualcuno alle docce si è già scrollato la notte di dosso. Il Drop in è una grande casa, una zona franca dalle affollate strade di Haiti, dalla promiscuità de “les bases”, dal nero, più nero della loro pelle, del buio della notte.
venerdì 13 marzo 2015, Lalue, Rue John Brown, Port-au-Prince, Haïti
Sono in questa isola dal sorriso generoso da cinque giorni e tutto è già familiare: la voce di Steave, la canotta di Jerry con un’immagine del “Che”, la collana di Jonas, una moneta da 5 gourde fra perline verdi, la schiena di Marie Carline: perché lei sta dormendo sulle panche di legno del Drop In; la notte è il suo giorno e il piacere, per uomini senza vergogna, è ciò che vende per nutrirsi. “Bonjou Kòman ou ye?” sono le parole che offro come un cadeau a Gabriel, come una scolara che mostra i compiti alla maestra perché è lui che ieri mi ha insegnato questa frase e ringraziandomi con gli occhi mi risponde “mwen anfòm, merçi”.
Il Drop In ha una grande porta centrale che apre alla sala del piano inferiore a fianco della quale c’è n’è una più piccola che porta agli uffici: entro, mi lascio la porta che mi hanno raccomandato di chiudere sempre, alle spalle; c’è un breve corridoio prima di raggiungere la scala. Alla mia destra una finestra, della quale sono rimaste solo le inferiate a proteggere la struttura dalla ricerca di qualsiasi cosa possa avere un valore sul mercato del furto, non permette agli occhi di vedere nulla perché si affaccia su un muro, ma l’olfatto trova spazio: l’odore di polvere e urina si mostrano prepotenti.
Salgo le scale e raggiungo gli operatori per l’équipe.
Il piano superiore conta cinque stanze; la prima stanza che s’incontra, salendo, è adibita ad ambulatorio ed utilizzata da Daniel, il medico del progetto, due giorni la settimana. I ragazzi, pazienti, occupano gli scalini attendendo il loro turno per mostrare le loro fatiche, le loro ferite: malattie a trasmissione sessuale, parassiti della pelle, tagli o lividi provocati da incontri o scontri violenti sono ciò che Daniel settimanalmente riconosce o diagnostica, spesso, potendo solo invitare i ragazzi ad essere più attenti, ad usare precauzioni pur sapendo che la strada non permette sempre l’utilizzo di questi strumenti; nonostante Daniel possa spesso offrire sono la sua consulenza i ragazzi sono sempre presenti.
L’incontro con il medico rappresenta per loro protezione e senso di appartenenza, alla specie umana, quella specie che troppo spesso passa accanto a loro senza vederli. I ragazzi delle bases cercano e vivono il Drop In; apparentemente disattenti e disinteressati percepiscono i messaggi che l’educatore, “uscendo dal suo porto sicuro” porta sulle bases de Champ des Mars al mattino, , svegliandoli, come dovrebbe fare la loro mamma o il loro papà, sedendosi accanto a loro, rimproverandoli e raccomandando loro di presentarsi al Drop in per fare una doccia, per fare una tregua con l’indifferenza della strada.
L’équipe dura circa un’ora; Guito mi descrive le attività del centro e le difficoltà che quotidianamente i ragazzi affrontano; l’instabilità e la precarietà di questo paese si riflette in ogni angolo, in ogni strada, su ogni azione migliorativa che venga messa in atto. Ma anche un solo obiettivo raggiunto mostra che il cambiamento è possibile e che, grazie al lavoro di rete e alla freschezza di questo progetto, il motto sulla loro bandiera può trovare ancora riscontro: “l’Union fait la force”.
La più grande difficoltà incontrata dagli educatori è la capacità di programmare e di progettare; non perché manchino di volontà e idee ma perché la prepotenza della fame spesso trattiene i ragazzi sulle bases.
Fissiamo un incontro con Père Lephen direttore della scuola Lakay, gestita dai padri Salesiani, nel quartiere La Saline di Port-au-Prince, per programmare le attività formative da offrire ad un gruppo dei ragazzi delle bases. La formazione è l’unica strada percorribile per poter sperare in un futuro dignitoso.
Il progetto Sur les bases è dunque questo: in una terra martoriata, violentata e ancora una volta offesa, nella quale crescere e vivere è una sfida quotidiana, il tasso di mortalità infantile è fra i più alti del mondo, dove sono quasi inesistenti le condizioni igieniche e sanitarie, dove con sopraffazione si insinuano malnutrizione e fame, un progetto come questo può restituire dignità e riscatto a coloro che in questo paese sono i più vulnerabili. Accoglienza, assistenza, prevenzione, educazione, inclusione e formazione sono gli strumenti miscelati per restituire ai ragazzi delle bases haitiane il senso di appartenenza alla “vita”e la dignità.
di Valentina Mura – Centro Mantovano di Solidarietà l’Arca
Il 21 luglio fino all’11 Agosto 2015 ci sarà una nuova missione. Chi tra i Centri FICT fosse interessato a partecipare, può rivolgersi al coordinatore del progetto: Vincenzo Castelli, vincecastelli@tiscali.it o a Valentina Mura, v.mura@hotmail.com