Il titolo del film di Vittorio De Sica, Oscar nel ’64, è un po’ la sintesi della vita dell’uomo: quello che siamo stati, chi siamo oggi e chi saremo in futuro. Mi è sembrato ideale per schematizzare alcune riflessioni del mio viaggio- come operatore- nella storia degli ultimi 30 anni del mondo delle comunità per persone con problemi di droga. In queste riflessioni l’attenzione è volutamente mirata più alle strutture e meno agli ospiti che le frequentano.

La seconda metà degli anni ’70, nel mondo,  è stata fortemente segnata  dal fenomeno dell’uso massiccio di droghe da parte dei giovani; anche l’Italia non fu immune da questa “contaminazione”, per questo motivo- sul finire di quel decennio- iniziarono ad aprirsi le prime comunità, un tipo di struttura che si consolidò negli anni 80. Quelle strutture erano fortemente caratterizzate da una grande spinta ideale. Vale la pena ricordare, a questo proposito, che tutto il movimento nacque dal volontariato; vi era una grandissima attenzione all’uomo (a volte enfatizzazione di un’ansia salvifica), gli operatori lavoravano anche 10-12 ore al giorno, molti di loro provenivano da esperienze di uso di sostanze, non vi era timore di lavorare accanto agli ospiti. Si era quasi creato un “mondo parallelo”, fuori dal sistema, in cui si realizzava un forte spirito di gruppo, elemento che funzionava moltissimo perché l’uso di sostanze- in quegli anni- era fortemente ideologico: una sorta di contrapposizione alla società e alle sue regole. Paradossalmente, questo mondo parallelo, era estremamente funzionale al reinserimento nella collettività; sviluppando capacità di autocritica, senso della socialità, assunzione di responsabilità e migliorando l’idea di se. Chiaramente si commisero anche molti errori… ma il saldo tra il numero di persone seguite  e quello dei percorsi di reinserimento terminati positivamente, era assolutamente attivo.
Ci fu poi un passaggio importante: il riconoscimento, da parte delle Istituzioni deputate, del lavoro svolto e un traghettamento verso forme più consolidate e regolate di collaborazione con il pubblico. Dopo iniziali fasi di studio e diffidenze reciproci, si è arrivati agli attuali dipartimenti per le dipendenze nei quali coesistono entrambe le componenti: il privato accreditato e il pubblico. A mio avviso questo ha creato molte criticità nelle comunità, hanno subito un grande influenza senza riuscire a “contaminare”la nuova realtà con la propria tipicità. Intanto un massiccio ricorso a professionisti che ne hanno snaturato l’iniziale approccio, fornendo contributi importanti- sul versante tecnico- ma introducendo anche una mentalità “aziendale” non sempre adeguata al tipo di intervento. C’è stata molta enfasi nel richiedere alle comunità di conformarsi nei parametri di personale e strutturali, giustamente certo, ma senza tenere conto di storie e risultati e obbligando di fatto  alcune di quelle più piccole  a chiudere, non avendo i mezzi per adeguarsi. Alle comunità- oggi- vengono  richiesti parametri organizzativi ed efficienza quasi come a strutture tipicamente “for profit” ma offrendo infinitamente meno dal punto di vista economico. Si rischia di arrivare ad una eccessiva standardizzazione degli interventi: più attenzione ai protocolli che alle persone. Oggi l’approccio alla tossicodipendenza è più farmacologico e meno umano. Ricordo un aneddoto raccontato da Martien Kooymann al recente incontro della WFTC,  parlava di una comunità olandese che aveva ottimi risultati,  quando il direttore fu sostituito il suo successore cambiò tutto e introdusse parametri tipicamente sanitari, risultato: la struttura era bellissima e funzionale ma poco coinvolgente, in poco tempo si svuotò e dovette poi essere chiusa per mancanza di ospiti…
Anche l’attuale contesto sociale non aiuta molto. Per la sua riabilitazione, il tossicodipendente, deve affrontare anche un lavoro di tipo educativo su di se, alcuni degli obiettivi sono: essere in grado di leggere la realtà, gestire la propria emotività, rispettare le regole, assumersi le proprie responsabilità…  Purtroppo gli esempi che i giovani ricevono dal mondo degli adulti, dalla televisione (strumento potentissimo oggi per creare “cultura”) e dalle Istituzioni sono diametralmente opposti: è più importante l’apparire dell’essere, vince chi è più furbo non chi vale realmente, le regole non sono uguali per tutti; nella vita sfondi se sei arrogante, trasformista, senza ideali e insegui solo il tuo potere personale e non il bene comune… Inoltre va ricordato che oggi la società è come “assuefatta” alla convivenza con le droghe: non c’è allarme né stupore quando si leggono o si sentono notizie di atleti, persone dello spettacolo, manager, addirittura deputati coinvolti in storie di droghe… perché farlo quando ad essere coinvolti sono i giovani?
E allora su cosa debbono impegnarsi le comunità per il futuro? Intanto migliorare l’integrazione e l’osmosi di saperi, pratiche e filosofie di lavoro con la parte pubblica dei dipartimenti, per arrivare ad una sintesi vincente dei due diversi approcci- sanitario e sociale- nel campo del lavoro con persone dipendenti. Ritrovare al proprio interno un equilibrio tra professionalità, condivisione, attenzione all’uomo, capacità innovativa e consapevolezza delle proprie potenzialità. Diventare un agente di cambiamento culturale tramite il lavoro di prevenzione (che per noi è quello di educazione al benessere e alla qualità della vita), in modo che l’uomo si riappropri del ruolo di autore della propria esistenza. L’Africa ce lo sta proponendo in questi giorni, gli uomini vogliono tornare ad essere protagonisti, ritrovare la propria dignità e autodeterminazione. D’altra parte non è forse vero che le teorie dell’evoluzione collocano la nascita dell’homo sapiens proprio in Africa… che sia l’inizio di una nuova vita per l’umanità?

di Ramon Fresta