Ci troviamo in un momento delicato per quanto riguarda l’educazione dei minori, un momento in cui qualunque intervento sembra non avere senso e non trovare riposte adeguate. Si cerca di affrontare il disagio che affligge il minore a prescindere dalla situazione economico-sociale in cui versa con un approccio di natura psichiatrica, cercando di evidenziare elementi sui cui intervenire per favorirne la crescita.
Quando il disagio sfocia in azioni delittuose allora corriamo ai ripari utilizzando gli strumenti del diritto penale, affievoliti dall’intento educativo che l’intervento giudiziario richiede.
Il processo minorile tende ad una azione di protezione della gioventù che indica al giudice la necessità di vagliare la personalità del minore, e di conseguenza scegliere il trattamento rieducativo più adeguato alla luce di prognosi particolarmente individualizzate
Oggi, a fronte di un innegabile aumento della criminalità minorile, assistiamo ad una presa di posizione dello Stato a tutela della collettività che esaspera un problema che andrebbe definito a monte, invece che a valle.
Oggi il sentimento di sicurezza impone interventi repressivi sostanziali di cui siamo responsabili come collettività perché permettiamo il raggiungimento di certi livelli normativi come quelli espressi dal c.d. Decreto Caivano. Non facciamo molto per gli adolescenti e poi invochiamo giustizia, anche sotto forma di spettacolarizzazione.
Il Decreto Caivano, tra misure di prevenzione, gratuiti inasprimenti di pene, ampliamento del ricorso alla custodia cautelare, riduzione del perimetro di applicazione della messa alla prova- rappresenta un attentato al modello educativo imprescindibile.
Stiamo perdendo di vista la portata educativa del processo minorile, stiamo dimenticando che occorre ricondurre la carcerazione alla sua funzione residuale: per questo occorre affrontare il tema della Giustizia Riparativa, perché rappresenta un investimento importante per la collettività e per il benessere di coloro i quali formeranno la società imminente.
Allontanarsi dal paradigma riparativo rappresenta un disinvestimento sociale di notevole rilevanza che non solo va a incidere sui costi, ma rischia di accrescere la povertà sociale che da anni cerchiamo di combattere.
La povertà educativa minorile va individuata nella forte limitazione di ulteriori offerte oltre al tradizionale percorso scolastico, che determina un raffreddamento rispetto alla necessità e all’entusiasmo di creare. Per questo motivo la Giustizia Riparativa si pone come elemento di fantasia e creatività per la costruzione di una realtà altra non anticipata e non anticipabile.
Il conflitto che sta alla base dell’agito delittuoso trova uno spazio realizzazione di elementi comunicativi e creativi che genera una modifica degli atteggiamenti. Il minore, incluso in un progetto creativo e stimolante, scopre la possibilità di immaginare una realtà sconosciuta!
Il malessere viene a perdere quella valenza distruttiva nell’incontro e nella relazione che solitamente il minore tende a sfuggire perché richiede un impegno troppo gravoso e la necessità di mettersi in gioco. Ma è proprio di questo che il minore ha bisogno e la sfida consiste nel fargli comprendere che azzardare un investimento personale nella relazione possa rappresentare un cambiamento epocale. In fondo la “Riparazione” nella Giustizia è proprio un cambiamento epocale di mentalità e cultura del sistema.
Il decreto Caivano è una mescolanza di disposizioni che tenderebbero ad andare in unica direzione mentre divergono sensibilmente creando contraddizioni importanti. Si approntano stanziamenti destinati all’educazione del minore e, allo stesso tempo, si licenziano norme altamente stigmatizzanti che con la valenza educativa nulla hanno a che vedere.
Si introducono norme che vanno a contraddire il dettato costituzionale creando un paradigma sanzionatorio di portata affatto evolutiva.
Basti pensare al provvedimento di allontanamento con divieto di fare rientro in un determinato territorio nei confronti della fascia adolescenziale. Quale portata può avere un provvedimento di tal fatta che allontana il giovane dal contesto socio-familiare vanificando ogni tentativo di responsabilizzazione proprio nei confronti di quel contesto che avrebbe dovuto, ancor prima, sorreggerne la crescita? Una punizione e un fallimento per chi avrebbe dovuto farsene carico.
Le limitazioni ai percorsi di messa alla prova destano perplessità. Ma non era stato affermato che la messa alla prova nel processo minorile era valevole per tutti i reati? In omaggio al principio educativo del sistema sanzionatorio minorile?
Il Giudice minorile è deputato ad una valutazione evolutiva della personalità del minore che è tenuto ad osservare con particolare diligenza ed è tenuto ad acquisire “elementi circa le condizioni e le risorse familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili”. Tutto questo il Decreto Caivano lo inibisce!
Il mondo del Terzo Settore si trova impotente di fronte a certe nefandezze giuridiche. L’impotenza nasce nel momento in cui il mondo dell’associazionismo, risorsa fondamentale dell’evoluzione educativa da sempre, non riesce ad intervenire se non in modo preventivo e, quasi sempre, senza risorse a disposizione.
L’’introduzione dell’“ammonimento” nei confronti di minori che abbiano commesso reati di percosse, lesioni, violenza privata, minaccia, danneggiamento, fattispecie procedibili a querela, per i quali la querela stessa non sia stata ancora proposta attribuisce all’autorità di pubblica sicurezza un ruolo educativo per il quale non è preparato e crea una stigmatizzazione di comportamenti non necessariamente perseguiti.
Il disagio minorile è il frutto di una mancata visione della regola come strumento di convivenza; ne deriva l’illegalità, il reato e di conseguenza la sanzione in un sistema che vede ancora presente una forte connotazione retributiva. Il processo minorile, fino a questo momento ha cercato di affermare l’ideale riabilitativo allo spasmo senza necessariamente raggiungere il risultato sperato. Ora anche questi tentativi rischiano di perdere la centralità.
Il ruolo centrale del Terzo Settore nel farsi carico della Giustizia Minorile è proprio quelli rinforzare l’intento rieducativo non quello di avvallare risposte repressive da cui prendiamo le distanze. Non si tratta di ideologizzare un sistema ma quello di renderlo conforme alla Costituzione, della cui portata valoriale nessuno ha mai potuto dubitare.

Avv. Marco Cafiero, Garante delle persone private della libertà personale Comune di Genova – Consulente F.I.C.T