Ormai è diventata legge quella che sembrava solo una proposta di modifica al DPR 309/90 volta a favorire l’inserimento di persone affette da dipendenze patologiche in percorsi semiresidenziali o residenziali, ampliando il limite di pena per l’accesso alle misure alternative. In particolare, viene ad affermarsi la misura della detenzione domiciliare per pene o residui pena superiore ai sei anni di reclusione e non superiori ad otto anni.
Conforta l’osservare come il provvedimento abbia recepito alcune istanze, già emerse sui tavoli di lavoro preparatori alla Conferenza nazionale sulle dipendenze, ma anche quanto emerso su quelli licenziati dal CNEL in materia di inserimento sociale dei detenuti, forte dell’emergenza carceri.
Preliminarmente occorre osservare come ancora una volta il nostro legislatore intenda rimanere indifferente al problema della dipendenza da gioco d’azzardo, ignorata da sempre sia pure inserita nei LEA.È una prima riflessione che non può essere sottaciuta in considerazione del dilagare del problema.
Oggi la persona con problemi di dipendenza da alcol o da sostanze può usufruire di quanto prevede l’art. 94 ter per eseguire una pena non superiore a 8 anni, anche come pena residua o congiunta a pena pecuniaria, che abbia in corso o voglia intraprendere un percorso residenziale presso una struttura accreditata. Il dettato normativo fa leva sulla “volontà”, che a mio avviso non rappresenta un dato meramente formale, perché la procedura di accertamento della dipendenza e della formulazione del progetto deve tenere conto della “motivazione”.
Sono cadute le preclusioni legate alla commissione delle ipotesi delittuose di cui all’art. 628, terzo comma e 629 secondo comma, che in bozza rappresentavano ancora una limitazione di accesso. Dal momento che la disciplina incide anche sulla fase esecutiva, è deducibile l’interpretazione secondo la quale anche l’art. 656 comma 9 consenta la sospensione dell’ordine di esecuzione evitando il transitorio passaggio inframurario per le persone già inserite in contesti semiresidenziali o residenziali, responsabili delle condotte di rapina ed estorsione. La Federazione, insieme ai partner del Terzo Settore ha puntato molto su questa possibilità.
Tuttavia, permangono ancora alcune perplessità che potrebbero rendere vana questa prospettiva. Il dettato normativo di cui al comma 2 del novellato art. 94 ter DPR 309/90 prevede che, a pena di inammissibilità, alla domanda per l’accesso alla misura alternativa debba essere allegata l’indicazione della correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato. Mi chiedo quale tipo di documento il candidato possa allegare qualora nella motivazione della sentenza non vi sia traccia del problema? Chi può attestare tale correlazione? Il Servizio pubblico chiamato quindi ad esperire una valutazione che va oltre il tradizionale accertamento dello stato di dipendenza? Una prova decisamente impossibile che rischia di vanificare l’intento, così come altre ipotesi di seguito.
Il Servizio chiamato ad esprimersi sulla dipendenza patologica dovrebbe attestarsi su una valutazione che includa aspetti biologici, psicologici e sociali, quale interazione tra gli stessi tale da consentire di ipotizzare la correlazione richiesta dalla norma. Il Ser.D, pertanto, dovrebbe esprimersi nei confronti di un soggetto detenuto che ha subito cambiamenti radicali, tra cui la presa di distanza dalla devianza.
Sembra che il legislatore per consentire a sé steso di spingersi oltre nell’ampliare l’opportunità, e deflazionare il sistema carcerario, abbia introdotto una clausola di salvaguardia attestandosi su una non dimostrabile correlazione tra reato e patologia, ingenerando l’ipotesi che alcuni agiti della persona con problemi di dipendenza possano non “correlarsi”. In questo modo inverte l’onere di accertare una realtà che dovrebbe, invece, essere parte dell’istruttoria.
Quindi, ecco che la dipendenza trova una prima forte risposta dalla presenza di enti accreditati disponibili a recepire una potenziale valanga di detenuti con problemi di dipendenza che, pur essendo da sempre estranei alla preclusione dell’art. 58 quater dell’ordinamento penitenziario qualora intenzionati a riprendere/intraprendere l’attività riabilitativa, non godevano di troppi margini di manovra sulle misure consentite.
Ciò che spaventa è la potenziale mole di persone che potrebbero riversarsi sul territorio totalmente impreparato a recepirne la richiesta. La Conferenza sulle dipendenze ha dettato criteri di funzionamento ma non ha ancora avuto modo di incidere sulle criticità emerse e sulle risorse a disposizione.
Tutto ciò a dispetto dell’intento, sicuramente condivisibile, di restituire centralità alla cura alla riabilitazione e al reinserimento sociale. Si tratta di un intento lodevole che deve trovare una rispondenza adeguata a quei propositi emersi sul tavolo di lavoro dedicato espressosi in sede di Conferenza nazionale. L’averne fatto parte mi consente di sottolineare come sia emersa una congiunta volontà di dare vita a coordinamenti stabili multidisciplinari che vedano la partecipazione di tutti gli attori di questo cambiamento che potrebbe rivelarsi epocale, ma che potrebbe anche sciogliersi come neve al sole se non opportunamente corroborato.
Uno degli elementi esplosi riguarda l’attuale disomogeneità dell’atteggiamento di tali attori sul territorio nazionale. Il diverso atteggiamento della Magistratura di Sorveglianza specie a fronte di contesti criminali di rilievo, ma anche in virtù di un pensiero troppo libertario.
Sicuramente il Servizio pubblico, attesa la funzione di realizzatore del Progetto riabilitativo deve fare i conti non solo con la patologia, ma anche con la devianza e con le opportunità che il territorio offre, spesso dovendo superare le logiche regionali alla ricerca di strutture adeguate alla persona.
Il Presidente della Federazione Italiana naturalmente plaude al riconoscimento e alla valorizzazione della Comunità Terapeutiche. Ma tale valorizzazione non poteva non avvenire a fronte della capacità contenitiva di un contesto residenziale che accompagna la persona alla responsabilizzazione del proporsi stare nella società.
Il maggiore plauso, a mio avviso, va a quella capacità degli ETS di superare le barriere ideologiche, spesso divisive, e proporsi come forza detentrice di competenze esclusive scevre da sovrastrutture. Pronte, dunque, a riflettere su come accogliere e sostenere il cambiamento.
È di tutta evidenza che la collaborazione tra gli Enti del Terzo Settore e il Governo abbia prodotto un risultato la cui lettura bipartisan è meritevole di attenzione, manca conoscere se a fronte dell’ingente numero di persone attualmente detenute con problemi di dipendenza siano sufficienti i posti disponibili, per evitare quel disciogliersi di speranze e di illusioni che sulla carta risultano interessanti,
Va compreso come, alla luce delle riflessioni emerse nel corso della Conferenza si possa essere giunti ad un superamento delle problematiche economiche sottese e all’organizzazione dei Servizi pubblici. Secondo le stime sarebbero circa 14.583 i detenuti potenzialmente interessati alla detenzione domiciliare oltre alle persone libere che potrebbero usufruire dell’affidamento speciale dalla libertà o da una misura cautelare affievolita. Nel solo Carcere di Genova Marassi i tossicodipendenti presenti sono un reale terzo della popolazione penitenziaria, vale a dire una stima di circa 250 persone seguite quasi esclusivamente da un risicato presidio interno.
Ora, a fronte di questa rivoluzione queste persone potrebbero esprimere la “volontà, di accedere alle misure chiedendo di interloquire con i Servizi pubblici di appartenenza superando le difficoltà organizzative degli stessi e la burocrazia sempre più stringente imposta dalle Direzioni degli Istituti.
Recentemente nel carcere di Genova assistiamo ad una serie di controlli cui gli Enti del Terzo Settore, da decenni operanti all’interno della Casa Circondariale, devono sottoporsi per poter offrire accoglienza alle persone che lo richiedono.
Ciò che fino a qualche tempo fa era agevole per le Comunità oggi diventa un iter che sconforta e disincentiva la presa in carico. Mi sembra di assistere ad una contraddizione ideologica di non poco conto a cui assisto sorpreso nella mia funzione di Garante delle persone detenute del Comune di Genova.
Quale intendimento esprime il Governo licenziando un provvedimento “illuminato” in cui la luce comincia ad affievolirsi all’ingresso degli Istituiti e a spegnersi nei corridoi come le speranze dei detenuti che non riescono ad incontrare gli educatori delle Comunità.
Il sistema dei colloqui in presenza, quelli senza ombra di dubbio più efficaci, rischia di subire un arresto in controtendenza con la legge, ma anche le videochiamate sembrano diventate meno accessibili in virtù di controlli capillari sulla specchiatezza degli educatori. Costoro spesso vantano un passato difficile che li ha portati ad una scelta di vita esemplare lontano dalle dipendenze e vicino a chi ancora questa scelta non l’ha metabolizzata. Ecco, questi educatori si vedono chiudere la porta in faccia in virtù di un pregiudizio che va nel senso della sicurezza e non della riabilitazione.
Non va trascurata, dunque, la contraddizione spressa da questo testo nel momento in cui delega alla Sanità una risposta securitaria senza dimensionare adeguatamente la risorse economiche e personali e senza costruire un rapporto interistituzionale idoneo a superare le logiche del controllo. Come potrà la Sanità pubblica operare attraverso un percorso ad ostacoli che limita quel potere di accertamento e diagnosi volto ad individuare le risposte più adeguate.
È pertanto opportuno richiamare alcuni concetti emersi nel corso della Conferenza Nazionale di Roma, allorché gli esperti rivendicavano l’istituzione di una Cabina di Regia stabile e non occasionale volta a garantire, un confronto continuativo, il coinvolgimento di tutte le istituzioni con particolare riferimento alla Magistratura di Sorveglianza.
La cabina di regia deve essere accompagnata da una formazione comune, da una ricognizione dell’esistente sul territorio per fornire le riposte che la normativa sta richiedendo, attraverso un confronto che superi i singoli casi locali ma si attesti su un lavoro sistemico per rendere replicabili ed omogenee le soluzioni. Senza questo tipo di organizzazione si rischia di cadere nell’inefficacia.
Occorre prendere spunto da quanto sta realizzando il Comune di Genova che pionieristicamente ha istituito la Consulta Carcere- Città per offrire un costante e continuativo confronto sulle problematiche penitenziarie, sedendo allo stesso tavolo realtà differenti, istituzionali e sociali. Un metodo di lavoro che, oltre a trovare plauso e a rappresentare un’iniziativa coraggiosa, dovrebbe insegnarci a comprendere come sia possibile trovare soluzioni.
Una realtà nazionale che vuole realmente fronteggiare il fenomeno dei dipendenti in carcere deve seguire criteri metodologici che superino barriere ideologiche o risposte demagogiche quale tampone, ma porti le realtà a dialogare su opportunità educative che rispondano davvero al criterio della “Recidiva Zero”.
Le Comunità Terapeutiche da sempre rappresentano la principale risorsa, tuttavia si deve paventare la deriva dei “microcarceri, in cui confluiscono esistenze divere con patologie differenti il cui unico comune denominatore si identifica nel consumo di sostanze. Un massiccio e indiscriminato trasferimento dei detenuti per reati collegati alla tossicodipendenza in comunità terapeutiche per scontare la pena e sfoltire il carcere, rappresenta sicuramente un intervento meritevole di attenzione, ma non sarà una riposta efficace se non accompagnata da una valutazione che oltre a rispondere alle logiche securitarie risponda anche alle reali esigenze dell’individuo.
Auspico ancora che trovi la luce l’intento che traspariva dai lavori preparatori di questa legge circa la creazione di una Commissione centrale volta ad assicurare l’uniforme applicazione a livello nazionale sia delle procedure di accertamento ma anche di valutazione da parte degli organi Giudiziari. Da tempo si lamenta come i vari distretti di Corte d’Appello si atteggino in modo differente rispetto alla concessione delle misure alternative
Questo atteggiamento inficia in modo consistente il lavoro congiunto sei servizi pubblici e privati accreditati che si trovano nell’impossibilità di programmare gli inserimenti sia in ragione del budget sia in relazione alle esigenze di cura dei pazienti.
Un’ultima riflessione riguarda l’aggravamento dell’onere a carico del personale della struttura ospitante per due ordini di motivi: il primo dovrà fronteggiare un’utenza sempre più connotata che porta elementi tipici del carcere anche in considerazione della gravità dei reati commessi. Non dimentichiamo che possono accedere anche soggetti debbano eseguire un residuo pena di otto anni, per cui quale frutto di una pena più grave o di un provvedimento di pene concorrenti (leggasi cumulo) di ingente quantità.
Il secondo elemento è che a fronte di un significativo mutamento dell’utenza il personale dovrà attivarsi per una più alta specializzazione con elementi di natura criminologica e, comunque, sottoporsi ad un lavoro più intenso.
Non va dimenticata, infine, la presenza di un invitato spesso non conteggiato: la Giustizia riparativa che proprio a fronte di questo flusso criminogeno, deve fare una parte importante di ricostruzione del sé che rappresenterà un onere non indifferente per il personale delle strutture.
Avv. Marco Cafiero – Consulente FICT
Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale del Comune di Genova