Ricordo ancora gli occhi vivi di quel ragazzo, che sembravano trascinare un corpo ormai andato ed una mente con la quale non riuscivo quasi più a trovare contatto. Lo avevo portato il giorno prima dallo psichiatra che seguiva i ragazzi della comunità in cui lavoravo, pensando che ormai per lui non ci fosse quasi più niente da fare. L’uso di sostanze, unito al disturbo mentale, spegne ogni vitalità e sembra creare un percorso senza ritorno.
Continuai a pensare queste cose di lui fino alla telefonata del medico il giorno dopo. “Ti ho visto un po’ scoraggiato, – mi disse – stai più tranquillo, ancora c’è tanta vita in lui. Si fa molte domande e fintanto che continuerà ad interrogarsi e ad interrogare, c’è speranza.”
Avevo sempre pensato che nella vita contassero le risposte, non le domande e quell’episodio mi fece pensare molto.
Volevo rendermi conto di quanto fosse vera questa cosa, se poteva nascondere un’illusione o se davvero rappresentava una chiave di vita. E quel ragazzo potè offrirmi un grande insegnamento.
Notavo che nel tempo le sue domande cambiavano.
Sei vivo finché chiedi 16
Cambiavano intensità e mutavano direzione. Dai primi sospirati: “non riesco a capire perché” passava più spesso a dire: “che ne dici se io…?”, poi: “puoi darmi…?”,
“forse ho bisogno di…?”.
Non so oggi se quel ragazzo abbia trovato le sue risposte, ma so che sta meglio, che si è ripreso. E mi rendo conto anche che di risposte compiute alla sua vicenda umana
forse non ce ne sono e non ce ne saranno mai. Ma resterà vivo, almeno fintanto che in lui ci saranno domande.
Nella mia vita non ero mai stato abituato a pormi questo dilemma, se contassero più le domande o le risposte.
Perché era chiaro: le risposte contano e le domande servono per averle. E ricordo anche di aver pensato come ad una disgrazia il fatto che di fronte ai grandi dilemmi della vita… risposta non ci sia.
Credo che sia per la paura dell’insicurezza e della fragilità che l’essere umano voglia risposte, spesso tenendosi aggrappato a quelle poche che ha ed altre volte pretendendole, arrabbiandosi se non arrivano. Ma è paura, in fondo è sempre per quella incancellabile paura della morte, della solitudine e dell’ignoto che si cerca stabilità e sicurezza, che si vorrebbero sempre le idee chiare, le certezze e che
si elaborano i manuali. Ognuno di noi, quando è in difficoltà, sa che non esiste un manuale per uscirne, eppure lo cerca, lo inventa, lo pretende.
Ma nella risposta a volte c’è una cosa che inganna: l’appagamento, che spesso però sancisce la fine di un discorso, di una ricerca e forse illude, assicurandoti quel riposo che sa di abitudine e di morte.
Nella domanda invece c’è quello che cerchi, ci sono i tuoi 17 orientamenti, le tue aspettative, c’è tutto uno spazio per l’opportunità, che magari non conosci ancora, ma di cui già immagini i contorni. Ed è in questa perenne incompiutezza che l’essere umano comincia a vivere, a realizzarsi.
La domanda ti obbliga a guardare avanti, a cercare oltre, ed è come riconoscere che la realtà non è data dal presente, ma dal divenire. L’essere umano ha bisogno di significati per vivere, ma questi non stanno nelle risposte che uno si dà. La conoscenza non è statica. Il significato sta nella domanda, in ciò che chiedi, nel come lo chiedi.
Pier Luigi Ricci – Coordinatore Rete Minori FICT
tratto da “Esperienze di volo”, di Pier Luigi Ricci, Fraternità di Romena Casa Editrice