Trovo molto interessante poter avere uno spazio su cui approfondire il tema della “guarigione dalle pratiche dipendenti” e  dei servizi destinati a questo tipo di persone quindi di seguito provo a contribuire con il mio punto di vista.

Non vorrei farne una questione di campanilismo regionale o addirittura una sfida di casacca, Pubblico vs privato, ma il fatto di operare in Emilia Romagna e di partecipare alla rete nazionale della Fict, mi permettere di assumere una prospettiva leggermente differente da quella espressa dal Dott. Gatti.

 

 

Da quando siamo nati, negli anni 70 l’obiettivo principale del nostro lavoro si è concentrato sul “reinserimento” sociale. Il coinvolgimento delle famiglie dei tossicodipendenti era ed è per noi una di quella azioni che rispondono al tema della cittadinanza attiva e del recupero delle risorse residue.

Che oggi tutta la partita sia resa più difficile dalla scarsità di risorse e dalla miopia del sistema di trattamento, e in questo caso me lo lasci dire, soprattutto pubblico, che ha aumentato la propria attenzione sulle situazioni di maggior “gravità” mi sembra sotto gl’occhi di tutti.

Da tempo su questo tema delle scelte strategiche da attuare tra pubblico e privati sto combattendo e costruendo relazioni quotidianamente sia con i miei colleghi del privato che del pubblico.

Tutti sentiamo la necessità di costruire un sistema di relazioni maggiormente evoluto, che in una sorta di strabismo costruttivo tenga in debito conto  dei bisogni dei consumatori storici, senza abdicare alla stessa attenzione per i giovani e i nuovi consumatori.

Trovo interessante la sollecitazione sul dover ragionare rispetto al futuro dei Sert ma questo pensiero è fragile se non si utilizza la stessa energia per ragionare anche sul presente e sul futuro delle comunità. Un pensiero di prospettiva così articolato  permetterebbe anche di evitare eventuali conflitti d’interesse tra pubblico e privato. Provo a spiegarmi meglio, oggi gli operatori del pubblico (quindi sei Sert), sono  contemporaneamente obbligati ad agire da controllore, da pagatore e da attuatori d’interventi di trattamento. Un sistema evoluto potrebbe prevedere un salto di qualità per gli operatori del servizio pubblico verso una sorta di specializzazione de attuare anche all’interno delle comunità terapeutiche così facendo si arriverebbe veramente ad un sistema integrato pubblico e privato.

Anche le comunità ne gioverebbero di un sistema veramente integrato, come prima cosa non sarebbero considerate come l’ultimo intervento da proporre ai tossicodipendenti e chiaramente un cambio di atteggiamento all’utilizzo delle strumento terapeutico/educativo comunitario darebbe il la a risultati molto differenti in termini di esiti e di recupero.

Non che io rimpianga il passato, ricordo le molte morti di overdose e anche di AIDS, ma non posso dimenticare che molti dei successi ottenuti erano legati a due caratteristiche fondamentali: la precocità dell’intervento e la giovane età dei consumatori ( questo tra le altre cose permetteva un lavoro di ricostruzione del contesto individuale).

Ora sembrerebbe troppo facile dire che cambiando punto di vista sul tipo di offerta da fare ai consumatori tutto migliorerebbe, ma se continuiamo in questo modo all’orizzonte prevedo che le poche risorse che saranno destinate al tema delle dipendenze verranno sempre più assorbite da un numero esiguo di tossicodipendenti e soprattutto tossicodipendenti con situazioni severe.

Il numero delle persone che afferiscono ai servizi non è in calo e anzi forse i servizi non riescono addirittura ad essere attraenti per altre persone che hanno nuove dipendenze ed è per queste ragioni che occorre effettuare una “rivoluzione di velluto” nella relazione tra pubblico e privato.

Ivan Mario Cipressi

Presidente del coordinamento degl’enti ausiliari Emilia Romagna