A poco più di otto giorni dall’incendio di martedì 30 ottobre, facciamo il punto con il presidente del Ceis don Gigetto De Bortoli su quanto è successo. Come équipe del Centro Studi siamo rimasti esterrefatti da questo evento, ma la stessa impressione di impotenza e tristezza è arrivata a tutti coloro che hanno lavorato alla sistemazione della casa di Navasa.

Danni per oltre un milione e mezzo di euro

Come è potuto accadere un incendio del genere?

Non so farmene una ragione. Lo stabile era finito da pochi mesi, quindi aveva tutti i crismi e certificazioni. Ed era l’edificio più nuovo e più bello, in cui avevamo messo gli ospiti in maggiori difficoltà personali e sociali e pure più disagiati, tanto che alcuni arrivano privi persino di residenza. Per questo motivo si tratta di un vero disastro e lo sento come una ferita.

Il Ceis era assicurato.

Certo. Non solo assicurazione anti incendio ma tutte le altre assicurazioni, come per i danni civili. Come abbiamo restaurato la casa a regola d’arte, ripeto tutti i materiali certificati, anche le assicurazioni sono state fatte a regola d’arte.

Quale può essere stata la causa? Vi sono aspetti anomali?

Finora né i Vigili del Fuoco né altri tecnici hanno individuato una causa precisa. Per spegnere l’incendio hanno lavorato dalle 10.30 alle 19 di martedì, mentre ancora la sera e il mercoledì hanno messo in sicurezza il tutto. Circa le cause, si fanno solo delle ipotesi, proprio perché vi sono degli elementi anomali. Nell’edificio  il coperto era in legno, con intelaiatura di travi molto stagionate, perché l’esistente era stato rispettato. Ma tutti gli isolamenti erano e sono a norma antifuoco, tanto che l’acqua di spegnimento non entrava e non usciva il fumo, mentre il braciere covava lungo le travi. Il surriscaldamento si è diffuso dentro camere stagne, si può dire. Valga un esempio: i pavimenti, di materiale speciale, non si sono bruciati, si sono soltanto deformati per la caduta di pesi, nelle fasi di spegnimento. Prima di esplodere nell’incendio irrefrenabile, pare che il fuoco abbia covato a lungo, diffondendosi  orizzontalmente nelle intercapedini che hanno fatto da camino. Pare di dover dire che l’incendio è dovuto a cause accidentali.

Appena visto il fumo, sei stato avvertito e ti sei precipitato a Navasa. Cosa hai visto?

Sono arrivato dietro ai Vigili del Fuoco, che stavano entrando nel cortile con una certa difficoltà, il portone stretto per i camion. Sono arrivati subito, neppure dieci minuti dopo la chiamata. E ho visto, grazie a Dio, che tutti gli ospiti e gli operatori erano fuori e senza alcun graffio o danno. Nel terribile disastro che ha colpito l’edificio questo è il fatto più positivo, un segno della Provvidenza, che è stata vicina. Ho ringraziato Dio, per questo. Poi ho assistito impotente e così sconvolto dall’incendio da non ricordare i nomi delle persone che mi stavano intorno.

Come si sono comportati gli ospiti?

Hanno reagito bene. Hanno retto l’emergenza. Erano sottosopra, come me del resto, per quello che stava capitando davanti agli occhi. Piangevano, si stringevano l’un l’altro per farsi coraggio, con gli operatori vicino. Quanto avevano nelle loro stanze stava bruciando. “La nostra casa brucia! La nostra casa non c’è più!”. Quando anche il cortile è stato evacuato, hanno trovato conforto pure dai vicini di casa, dalla gente di Navasa, che si era affezionata a loro. Poi sono arrivati i Carabinieri, i Vigili Urbani, il Sindaco di Limana Mari, che pure si sono intrattenuti con tutti gli ospiti, per rincuorarli e dire della loro disponibilità.

La casa è bruciata, dove sono andati gli ospiti?

All’inizio tutti si pensava che l’incendio dovesse essere domato facilmente e siamo rimasti ad aspettare per vedere se la casa potesse essere riabitata. Poi s’è visto che le fiamme avevano preso tutto il tetto. Ho deciso quindi, insieme agli operatori, di spostare l’intero gruppo degli ospiti in altre sedi del Ceis. Ciò è avvenuto a mezzogiorno. Sono rimasti alcuni operatori, in accordo con i Vigili del Fuoco – molto disponibili – per salvare il salvabile. Infatti sono state salvate le cartelle personali, i farmaci, parte del vestiario, i viveri, quanto era al piano terra e parte al primo piano. Il secondo piano è andato tutto distrutto, quanto vi era è stato bruciato dalle fiamme, quindi tutti gli effetti personali.

A tuo avviso, a quanto ammontano i danni?

Senza una precisa analisi non si sa. Certo è che corrispondono grosso modo al valore stesso dell’immobile, che risulta da rifare al completo. Penso circa un milione e mezzo di euro. Il dato più negativo è che non può essere abitato per mesi.

Quali sono i bisogni più immediati?

Abbiamo subito provveduto per gli aspetti educativi e riabilitativi, trovando una nuova residenza per gli  ospiti. Molti di essi hanno comunque perso tutto e stiamo provvedendo a rifare il guardaroba e trovare arredi per le camere. In questo ambito ogni aiuto può essere utile.

Ci sono però degli interventi di copertura da fare e i soldi ovviamente non ci sono. Come si sa le procedure di rimborso assicurativo sono lunghe.

Spero molto nella solidarietà dei Bellunesi, non solo Bellunesi.

Non so quando  e a quanto verranno i rimborsi dell’assicurazione, perciò sono molto molto preoccupato, perché se il rimborso non avvenisse in forma completa il Centro  potrebbe trovarsi in gravi difficoltà. Per questo motivo c’è bisogno di solidarietà concreta.

E il tuo bisogno più immediato?

Questo di ringraziare il Signore e lo faccio con tutto il cuore. In questo disastro nessuno si è fatto male. È già un miracolo. Un grazie grande va alla gente di Navasa che ha assistito impotente al grande rogo ma è stata vicina agli ospiti, mostrando una grande sensibilità e vicinanza. Per questo motivo ringrazio tutti i vicini per l’aiuto offerto a nostri ragazzi.

Poi naturalmente ai Vigili del Fuoco che sono arrivati subito e hanno lavorato duramente per aver ragione di un incendio che non voleva smettere. Anche a sera, con la prima oscurità, bruciava ancora un tetto della parte bassa, che guarda Belluno. Un grazie di cuore al Sindaco di Limana, che è rimasto con noi tutta la mattinata, insieme ai Vigili e ai Carabinieri.

Il mio bisogno personale è di avere solidarietà e generosità dalla gente. Non è un bisogno individuale. Mi identifico con i bisogni di tutte per persone nel programma Progetto Uomo, con gli operatori e i volontari. Quello che viene fatto a me è come venisse fatto ai miei giovani, che sto seguendo da 30 anni.