“Che si fa? Fra massa di farmaci, sintomi psichiatrici, comportamenti da tossico non sappiamo quali priorità dare”.

Silva, responsabile della CT doppia diagnosi, mi guarda in attesa di una risposta, mentre stiamo svolgendo l’incontro di équipe. Oggi, 9 luglio 2014.

– Progetto Uomo.

È la mia risposta. Proprio quella dello scrivente, che da 30 dà predilezione sostanziale al settore educativo e terapeutico, rispetto a quello accidentale di giornalista.

Silva sorride. E, d’accordo, conferma: “La soluzione è Progetto Uomo, che vale per tutto quello che facciamo”.

Desidero esaminare e provare quanto dico.

Dati e fatti. Motivalo come vuoi, i residenti sono inviati in comunità dai Servizi, oggi come ieri e l’altro ieri, perché il loro comportamento non è gestibile in famiglia e nella società. Compresa quella socio/sanitaria organizzata.

Vale lo stesso criterio per le acuzie o l’emergenza psichiatrica. Alla fin fine, non a caso, perfino il trattamento sanitario obbligatorio prende l’avvio da comportamenti ingestibili, rischiosi o pericolosi per sé o altri. Soprattutto per gli altri.

Un bellunese fuori di testa in qualche baita tra le Dolomiti, o un  indio “che dà di matto” (detto con simpatia), nella foresta amazzonica non verrebbe ricoverato, sia per la rarità degli abitanti in montagna o in foresta, sia per la quasi impossibilità di recar danno ad altri.

Ora la comunità terapeutica, per quante logiche professionali siano messe in atto, è basata sul comportamento delle persone: da annotare, comprendere, reindirizzare, educare, formare perché il tutto diventi “convivenza accettabile e appartenenza sociale”.

Del resto, come con l’iceberg, per avvicinarmi, posso sapere quale direzione prende, solo da quanto emerge dalla superficie del mare.

La CT è nata e vive proprio in quanto è una piccola società/laboratorio dove i comportamenti sono guardati e rimessi in sesto. Ciò non vuol dire che la CT sia comportamentista (come,  sbagliando prospettiva, molti psicologi tendono a dire), bensì prende in mano i  comportamenti che hanno perso importanti valori legati alla convivenza. Non a caso, molte CT sono popolate da gente che viene dalle carceri.

Senso e significato. L’arrivo d’un residente multi problematico in CT, di doppia o enneadiagnosi, oltre al motivo di non gestione dei comportamenti, ha quello – dirimente, pur se secondario – della compresenza di un nido patologico, ormai strutturato, costituito dalle relazioni familiari e sociali in cui la persona viveva. Se non si distanzia la persona da queste radici, i sintomi e i disturbi comportamentali e personali non possono che aggravarsi.

Ancora Silva osserva in merito, con semplicità ed empatia: “Poiché curiamo pure la relazione con le famiglie, specie nel caso dei residenti più giovani, vediamo – pure gli invianti lo sanno – che problemi ancora più grandi sono dati dai parenti stretti e dai genitori, quando ci sono”.

L’osservazione e l’accompagnamento aiuta i residenti di CT  a comprendere e interiorizzare i meccanismi patologici che hanno manovrato la loro vita fino a quel momento. E come essi influiscono, d’ora in poi, pure sulla vita comunitaria. Dove tutto è pubblico ed esplicitamente curato. Non necessariamente “guarito”, specie se ciò è preteso in sei o nove mesi!

Qui sta un altro principio funzionale e insostituibile della CT, che per questo si è dotata di équipe multi professionali: dallo psichiatra all’accompagnatore in auto, dallo specialista al volontario (spesso uno “specialista sofisticato” più di tanti altri, perché capace di stare con il residente per molte ore di seguito, magari in ambienti provvisori, come in viaggio o per visite o per tribunali).

Qual è la struttura, se non la CT, capace di prendere in mano circa 10 aree personali del residente (compresa formazione e avvio al lavoro concreto) perché egli riesca a trovare il senso e il significato della propria via?

Valutazione. Come responsabile di un centro mi dedico da più di 30 anni, appunto, al “comparto economico” – così mi è stato detto da un amministratore – della tossicodipendenza.

La battuta era ironica. Sottintendeva che le CT costano troppo.

– Perché, invece di fare il dirigente amministrativo, non metti su una CT? Sia ben chiaro, lavorando gratis, da volontario, come ci lavoro io.

Silenzio. Allibito.

Tiro fuori l’agenda delle telefonate. Dieci giorni, otto nomi.

– Dai, mettiamo da parte la questione soldi. Lo sai benissimo. Invece mi aspetto una risposta decisa, chiara e competente su questa realtà. Come mai ben otto famiglie, in pochi giorni, con malati psichiatrici gravi, ingestibili a casa, perso il lavoro, comportamenti abnormi in strada e altro di sessuale, chiedono se c’è spazio per loro e posto nelle mie comunità? E mi dicono, disperati: ‘se li drogo, me li prendi?, visto che ci sono solo le comunità per tossicodipendenti e ora persino per i rifugiati stranieri. I figli impazziti dobbiamo ammazzarli?’.

– Guarda qua, mi sono segnato la frase sentita!

“Qualcosa non va, mi dice cambiando tono e volto, nella psichiatria italiana, che ha tolto i manicomi senza dare risposte ai problemi degli psichiatrici gravi e dal comportamento abnorme. Mi rendo conto”.

–  E allora?

Scelte e decisioni. Visto che l’amministratore tace, mi sento di formulargli una proposta.

– Le CT ci sono. Sono una risorsa e costano poco. La retta a volte è appena sufficiente a un’accoglienza alberghiera decente (Gatti, 2013). Altro che psicoterapia! E le CT sono invocate dalle famiglie e dalla società, quando le relazioni comportamentali – patologiche o meno che siano – risultano ingestibili, perfino pericolose. Non sarebbe il caso che i Servizi di psichiatria e tutti gli altri Servizi sociali, tra cui le CT per prime (molte già lo fanno), cominciassero davvero a coordinarsi e agire con pari dignità?

– Che ne dici? Lavorare insieme, finalmente, senza che nessuno butti via “i cittadini fuori” o denigri quello che fa un altro, per giustificare l’incapacità o l’impossibilità di gestire le relazioni problematiche.

Gigetto De Bortoli