Salgo per la milionesima volta alla Comunità Terapeutica “Fonte Viva” di Crede.
La stradina, che 35 anni fa feci asfaltare, è dotata di varie buche, esito di un inverno molto nevoso, di una primavera piovosa e di un’incredibile estate ritardata e torrenziale.
È la mia comunità. Ovviamente, la “più bella del mondo”.
Lo disse a suo tempo, per la verità, il compianto Franck Condomitti, proveniente da Daytop e supervisore di P.U. di Verona. Egli venne a visitarla negli anni ottanta del Novecento. Una villa rustica cinquecentesca, con tanto di chiesetta e campanile, dentro 80 ettari di bosco, a sud di una piana erborea di origine glaciale, circondata dalle Dolomiti Bellunesi. Un paradiso a pochi minuti da Belluno, 600 metri di altitudine, pendici del Nevegal, montagna a vocazione turistica.
Gruppi di caprioli stanno pascolando e al rumore dell’auto se la battono, nascondendosi tra le piante intorno.
Sono là per partecipare all’équipe settimanale.
A un certo punto un operatore anziano si lascia scappare di bocca la frase fatidica:
– La comunità non è più quella di un volta!
La frase è molto ambigua. Arrischio la domanda.
“Per fortuna? O per sfortuna?”.
Silenzio.
Grazie a Dio la comunità non è più quella di una volta.
Sono cambiati tutti i residenti, quasi 1500 dagli inizi a oggi.
Si sono alternati tre generazioni di operatori.
Anche di due generazioni di genitori, con arrivo dei figli di coloro che furono dipendenti negli anni settanta e ottanta del secolo scorso.
Si sono succedute innumerevoli file di droghe vecchie e nuove, con un ceppo di sconosciute.
Perdurante e crescente il banchetto dei farmaci che “tirano giù” togliendo il dolore, e che “tirano su”, andando oltre il dolore.
L’unico fossile resta lo scrivente.
Forse l’unico che può testimoniare quello che cambia e quello che non è cambiato.
Ciò riguarda in primis me stesso.
Ma che è cambiato? Che cosa non è cambiato? Che cosa può cambiare e che cosa non può e non deve cambiare?
Ho fatto ai miei operatori la domanda, forse determinante.
“La proposta educativa è cambiata?”.
– No!, è la risposta corale.
“E nell’ambito della proposta educativa cosa è quel che resta intoccabile?”.
– La persona del residente posta al centro di tutto.
“E dunque, cosa significa tutto questo?”.
– Che non si può fare a meno di un progetto personalizzato, che offre all’ospite opportunità relazionali nuove e soprattutto appartenenza attiva da costruire o ricostruire.Se fossero domande nella prova Invalsi, credo che i miei operatori farebbero iscrivere la loro “scuola” tra le eccellenze assolute.
“E allora dove sta la difficoltà che rivela il cambiamento?”.
Nessun dubbio nella risposta, pur espressa in diversi modi e punti di vista.
– La molteplicità dei sintomi/disturbi e il loro ancoraggio a relazioni familiari, sociali, medico/sanitarie, giudiziali, economiche (non ultime) sempre più complicate, variabili. In una parola “liquide”.
La conversazione continua.
“Qual è il maggior rischio sul lavoro riabilitativo e terapeutico, che consiste: cosa significa far star bene e comunicarlo ai ragazzi?”.
– Non è fare con loro “vita di comunità”, ma la mole di questioni burocratiche e funzionali imposte da quelle “relazioni liquide”. Il nostro rischio è andare in pezzi, causa la distanza tra gli adempimenti “burocratici” e la relazioni interpersonali. Più adempimenti burocratici, meno relazioni. Meno relazioni più stress. E se non stiamo bene noi, i residenti ci fanno gli gnocchi in testa!
Per paradosso, guarda caso, è proprio questo che rende la comunità terapeutica non solo utile ma necessaria. E costituisce un modello proprio a tutti i servizi sociali quando hanno a che fare con sintomi e bisogni che hanno nella famiglia e nella società incubazione patologica.
La “comunità non è più quella” perché si è adottata di una flessibilità e di una capacità di risposta relazionale ai bisogni degli ospiti, davvero eccezionale. Ovvio, la CT che non riesce a darsi flessibilità e relazionalità sui progetti personali, non può andare avanti.
Oggi, davvero, la comunità è cambiata.