Quest’anno la Giornata di antagonismo alla droga, che cade il 26 giugno di ogni anno per decisione Onu, è passata quasi sotto silenzio sia in Parlamento che negli organi governativi.

Sta cedendo il fronte  contro le dipendenze? La cosa è preoccupante, di qui la domanda. Tanto più che non è ancora uscita la Relazione tecnica annuale sullo stato della situazione e dei lavori nella vasta aerea delle dipendenze da parte del Dipartimento delle Politiche Antidroga (DPA).

 

Peggio, nella logica di chi rema contro la libertà e la responsabilità e a tutto incremento delle dipendenze, si moltiplicano le licenze per il gioco d’azzardo, contro cui perfino i Comuni protestano.  Una follia mentre per tutti scarseggiano i soldi e lo Stato, in tale logica dell’azzardo, finisce sempre in perdita e a favore delle organizzazioni criminali.

Tutti sappiamo che la gran parte del businnes della criminalità italiana e mondiale proviene e si fonda sulla produzione e il traffico illecito della droga. Droga di tutti i tipi, quella chimica nello specifico. Quindi l’intero settore della delinquenza punta a favorire e finanziare con una parte dei proventi dalle droghe la chimica fine. Anche se pochi lo dicono, ci sono miliardi di sostanze e farmaci truccati, camuffati, riciclati, con princìpi attivi aumentati o variati, tutte spazzature chimiche pericolosissime  che circolano per il mondo e spesso trafficate tramite i siti e i pagamenti via internet.

Ma perché la criminalità punta sulle droghe?  Quali sono motivi base per cui tutti criminali, grandi come quelli che si annidano nelle strutture statali, e piccoli, come il povero drogato e spacciatore che si aggira sotto casa, pensano alle droghe? La risposta: chi consuma droga paga in contanti e produce quindi ogni giorno una massa enorme di liquidità “pronto cassa”. La raccolta di questi contanti (o altri materiali preziosi, subito smerciabili, in alternativa al denaro) sfugge poi a qualsiasi controllo. La massa di denaro raccolta è capace di corrompere tutti, a ogni livello, persino al livello di legislazione, cioè a produrre legislazioni benevoli alla produzione e al libero  commercio e scambio.

Sono persino circolate le voci che alcuni stati dell’America Centrale intendono venire a patti o aprire trattative, come a dei partner, con le organizzazioni di narcotraffico, ponendosi con questo in totale disaccordo con organismi a livello internazionale. Infatti il problema non sono le droghe, sono invece i fondi finanziari che con esse vengono messi insieme e cercano le vie di impiego. Tali vie di impiego sono le armi e loro commercio (quindi guerre e interessi che queste muovono per le materie prime come petrolio e minerali rari), edilizia e patrimoni immobiliari, paradisi fiscali, traffico di esseri umani, operazioni tutte che moltiplicano di molto i soldi raccolti con le droghe.

Abbassare le armi ed entrare in compromesso con queste situazioni significa accrescere il cinismo nei rapporti tra le nazioni, incrementare distruzione e morte per intere zone della terra e loro società, alterare la fiducia internazionale e la correttezza nei rapporti. Si tenga sempre presente che in tutte queste manovre vengono sacrificati i poveri e hanno la peggio soprattutto i piccoli e gli adolescenti.

Il Parlamento e il Governo possono lasciar andare le cose perché tutto questo avvenga, anzi continui a crescere, dato che la malavita italiana sa fare grandi giochi a livello locale e internazionale? Dov’è il ruolo della prevenzione, che ha effetti migliori rispetto a qualsiasi intervento sui danni prodotti? E dov’è pure la logica finanziaria ed economica? È arcinoto un dato di fatto: i tossicodipendenti in strada e in carcere costano molto di più allo Stato e alla società (famiglie, lavoro, ordine pubblico) che non nelle strutture dei Servizi specialistici pubblici e del privato sociale.

In Italia, ha spiegato G. Serpelloni, capo della DPA e ora giudice onorario delle Drug Court americane, “i tossicodipendenti in carcere nel 2011 sono risultati essere 22.413, che corrispondono al 29% del totale dei detenuti. Questo numero peraltro è in diminuzione rispetto all’anno precedente, ma vorremmo che diminuisse ancora e che si potessero attivare programmi alternativi alla reclusione ancora prima dell’entrata in carcere già durante i processi per direttissima”. Un ulteriore recente studio nazionale del DPA ha rilevato che la percentuale di veri tossicodipendenti, cioè diagnosticati secondo criteri scientifici, è del 19%. Al contrario degli Usa, dove chi usa sostanze può essere carcerato, l’uso di sostanze stupefacenti in Italia non è un reato penale e quindi non è previsto l’arresto ma solo l’applicazione di sanzioni amministrative: i tossicodipendenti carcerati lo sono, dunque, per reati connessi al traffico, allo spaccio, alla produzione illegale ma non per l’uso di droga. A maggior ragione bisogna investire nella prevenzione e nella terapia riabilitativa precoce.

Questo parlarne all’internazionale ha solo uno scopo: far vedere in grande lo specchio di quanto accade in piccolo tra le nostre case, con il coinvolgimento delle nostre famiglie. Si abbassata la guardia: usare droghe è considerata una cosa banale e quotidiana (“lo fan tutti!”, si dice), si entra in compromesso e si dà grande e stupida tolleranza (“ognuno si faccia pure i cavoli propri”), si nascondono le ruberie e le spese incrementando, in piccolo ma poi non è tanto piccolo, quel flusso di soldi “pronto cassa” che costituiscono il patrimonio della grande criminalità.

Come sempre queste riflessioni hanno un fine educativo e chiamano attenzione. Come mai, per  esempio, i genitori sono così tolleranti con spinelli, canne e via cantando, ma poi si lamentano che i figli tra i 16 e 25 anni stanno andando via di testa? E piangono pure per averci rimesso 15 o 30 mila euro per rotture, ruberie, incidenti o, peggio, per falsi lavori trovati ai figli e magari dopo aver costruito sopra per loro case e imprese votate necessariamente al …fallimento. E in questi casi si va ben oltre i 100 mila euro. “Tanto, cosa vuoi che sia per uno spinello e qualche grammo di maria!”. E allora, per un po’ di sofferenza che stai ora subendo, caro papà o cara mamma, cosa vuoi che sia?

I princìpi educativi riferiti alle logiche delle dipendenze e delle droghe dovrebbero essere e sono del tutto opposte a nascondere, coprire, accomodare, negare, far finta di non vedere, tollerare, pagare e tacere al posto di intervenire e fermare le cose che on vanno.

I princìpi educativi riferiti all’autorità e al ruolo autentico nel rapporto  genitori figli è invece raccontare, comunicare, chiedere ragione, confrontare, responsabilizzare, far prendere le conseguenze, contrattare  esperienze educative di tipo riparativo, fare ordine e dare fermezza, fissare limiti e motivare obiettivi da raggiungere.

Tutto questo lo stanno facendo da decenni le comunità terapeutiche o di accoglienza e reinserimento, facendo risparmiare allo Stato montagne di soldi. Le tempo tali servizi hanno raggiunto una professionalità e competenze tecniche e sociali la cui distruzione sarebbe un perdita secca per tutti.

Non si riesce a capire per quale logica suicidaria e antieconomica vengano lasciati nel buio queste strutture che fanno capo al terzo settore, l’unico che riesce a far da argine al degrado, che riesce a rispondere a bisogni improvvisi e complessi, e portano utili sociali, persino economici.

Dovrebbe valere anche in Italia quel che vale in Europa. Le strutture operative in mano alla società vanno appoggiate e sostenute, perché affidate allo Stato funzionano peggio e costano di più. Come per la scuola: non finanziare gli asili di paese, comuni e parrocchie, significa farli pubblici dove costano il quadruplo da subito.  Non finanziare le comunità significa spendere sul carcere, dove ci sono condizioni orrende, e nei ricoveri a carico della sanità. 

Gigetto De Bortoli