W: Com’è organizzato il welfare a Reggio?
Cipressi: Per voi welfare è quello che lo stato o comunque il comune offre come servizi alle persone? Io ho l’idea che a reggio siamo alla deriva del welfare: ogni bisogno trova un corrispettivo servizio, fatto da professionisti; mette chi eroga il servizio e il bisognoso in un rapporto di dipendenza non positiva. Troppo assistenzialismo e poco rivolto alla creazione di dinamiche sociali. È un bene dal punto di vista dell’esercibilità dei servizi, è un pregio avere chiaro il servizio e ciò che offre, probabilmente è però una fase che va superata perché ha creato dinamiche di meno partecipazione sociale, a partire dalle relazioni tra vicinato fino alle relazioni fra associazioni. Le associazioni, oggi, sono a caccia di soldi per fare servizi, è una fase avanzata: costa troppo all’ente prestare il servizio e allora esternalizza: “quello che è un bene comune diventa un bene economico”.
W: la crisi ha influito sul welfare?
Cipressi: la crisi ha reso le relazioni – anche educative – più difficoltose, chi ha bisogno richiede con più veemenza quello di cui ha bisogno. Dal punto di vista del bisognoso si è creato un rapporto più conflittuale con l’istituzione. Dal punto di vista dei gestori dei servizi invece, secondo me, ha avuto uno sviluppo “economicistico”, anche se a Reggio c’è qualche tentativo di cambiare questa cosa. Riconoscere e ritrovare i bisogni sui territori significa arrivare a creare maggiori bisogni sociali. Se trovi sacche di bisogni, questo automaticamente induce a trovare soluzioni per quei bisogni specifici. Ad esempio, gli stranieri che non parlano la lingua italiana: o decidi che li vuoi integrare e devi iniziare a fare percorsi di sostegno alla cittadinanza, il che vuol dire che dal punto di vista dell’istituzione si devono investire risorse per insegnare l’italiano, altrimenti per farlo a minor prezzo devi delegare pezzi di servizio al privato, tendenzialmente volontaristico in questo caso, cooperative o associazioni di volontariato.
Secondo me manca un pezzo: la libera impresa delle persone che vogliono fare welfare. Per paura di usare male i soldi pubblici, ci sono un sacco di regole e lacci, laccettini, perché sono da usare con criterio, ma questo inibisce la libera iniziativa di qualcuno, qui c’è qualcosa da cambiare.
L’altro aspetto è che bisognerebbe puntare maggiormente sulla capacità di creare una figura di utente che sia in grado di autodeterminarsi, aiutarsi. In questo sistema l’utente è sempre colui che chiede, non è che può fare delle cose. Ci potrebbe essere spazio per progetti interessanti, o se non progetti, intuizioni. Conosco preti e associazioni che usano stranieri irregolari per pulire le strade o i parchi. Non è regolare! Però è un’azione di welfare, dai la dignità anche misera di lavoratore, di persona utile. Se lo trattiamo come uno che deve stare in un centro di prima accoglienza, dopo non chiediamoci perché aumenta la delinquenza.
W: Cosa bisognerebbe fare per facilitare l’ingresso del privato nel sistema welfare? Ci sono leggi da modificare?
Cipressi: Esiste già la divisione chiara di privato profit/non profit. Se sono non profit il mio bilancio non si basa sull’utile, ma sulle persone raggiunte dal servizio. Dal punto di vista della normativa non ci sono problemi pratici. Bisogna liberare alcune idee, cambiare qualche paradigma. Torno agli stranieri perché sono interessanti: hanno fatto una legge per cui spostarsi da uno stato all’altro significa diventare clandestini. Perché non sono persone che si muovono e quindi viaggiatori? In questo caso la legge sarebbe da modificare, ma è da modificare anche il modo in cui si guarda la persona. Se diventa un problema economico o di ordine pubblico o di integrazione, puoi scrivere tutte le leggi che vuoi, ma non è questo che cambia. Nel welfare deve cambiare la prospettiva. Se uno ha un problema può risolverselo da solo se aiutato, ma se uno è un problema e deve rimanere un problema e in più ci chiede dei soldi, diventa un “casino”…l’unica soluzione è toglierlo di mezzo!
W: Dopo perderebbero lavoro un sacco di persone!
Cipressi: questo si, ormai c’è un sistema che si autoalimenta. Intorno alle povertà c’è un sistema che sta in piedi: se qualcuno viene da me a chiedere, vengo pagato per dare servizi, se poi non venissero più da me, non sarei più pagato. L’altra cosa interessante che ho trovato girando per il mondo e su cui occorrerebbe ragionare anche per l’Italia è il reddito minimo di cittadinanza, con degli ammortizzatori differenti. Permetterebbe dignità alle persone, un reddito minimo, permetterebbe di non rimanere senza soldi, che purtroppo ancora ci servono molto. Poi se hai un sistema di collocamento lavorativo, esci dal reddito minimo nel momento che accetti un lavoro. Secondo me è necessario fare questo ragionamento. È un tema che forse 10 anni fa non sentivamo. Nei paesi anglosassoni è consolidato.
W: Perché secondo te è una cultura che ancora qui non c’è?
Cipressi: Perché per fare il reddito minimo bisognerebbe togliere soldi al sistema.
W: In pratica i soldi si perdono in struttura e burocrazia…
Cipressi: Non si perdono, ad esempio, per darti 200 euro ti devo chiedere l’isee eccetera.., coinvolgendo un professionista che mi faccia i calcoli. Quindi i soldi del welfare vanno prima di tutto al professionista per fare queste azioni. Se potessi usare gli stessi soldi per darli direttamente (ad esempio con il reddito minimo di 500 € al mese), il professionista dovrebbe concentrarsi sull’offerta di lavoro da proporti e sulla verifica dell’accettazione del lavoro. Se dopo 6 mesi hai rifiutato 3 lavori, allora non ti erogo più il reddito minimo perché vuol dire che non vuoi integrarti. Almeno così i soldi andrebbero a chi ha bisogno e non si perderebbero in struttura.
W: secondo te quali sono le urgenze?
Cipressi: il lavoro. Il lavoro prima di tutto, perché è dignità e identità. Io ho qualche anno più di voi, ero conosciuto in paese come il figlio del fabbro, neanche il nome di mio padre, ma il suo lavoro. Oggi sono ancora in grado di avere un’identità lavorativa, mia figlia può ancora dire “sono figlia di Mario che fa quel lavoro”. Ma se uno non ha un lavoro, chi è? Non è sufficiente oggi chiamarsi per nome e cognome. È così importante al punto che forse anche un lavoro finto è importante, non so se mi spiego. Riempire le buche nelle strade. In realtà il lavoro non è che manchi, è che nessuno lo paga. Basta che piova tre giorni, i fossi lungo le strade si riempiono e vanno di sopra. E chi è che li pulisce? Nessuno. Bisognerebbe riconcentrare attenzione e risorse sul fatto che esistono ambiti di lavoro ritenuti inutili e che quindi oggi nessuno paga. Sono utili perché abbassano le tensioni sociali e danno dignità. Non è possibile che si debba aspettare la piena del fiume per capire che il fiume è da pulire!
W: ci vorrebbe un rapporto meno conflittuale tra lavoro e volontariato? A volte si delegano a volontari delle mansioni che avrebbero la dignità di vero e proprio lavoro.
Cipressi: Dunque, sono anche presidente di un’associazione di volontariato. A volte ho dei pensieri che vanno da un estremo all’altro. Quando il volontariato ruba il lavoro alle persone, non è un volontariato. Oppure, quando il volontariato diventa anche un’attività per avere delle risorse economiche, non è più volontariato. Il volontariato per come lo conosciamo dovrebbe essere così fatto: io ho un lavoro, ho del tempo libero e lo uso per fare appunto volontariato. Adesso, invece, sta diventando una porta d’accesso per i giovani per trovare un lavoro, una porta di sostegno ulteriore per gli anziani che casomai integrano con altre risorse.
Faccio un esempio, il tema dell’illegalità sull’autobus: è un problema legato all’azienda che non ci mette sopra il bigliettaio o ci dovrebbe essere un volontario per il controllo dell’ordine pubblico? Io penso che dovrebbe essere il primo, se sei un’azienda devi garantire il controllo del biglietto, se non ci metti il controllore non puoi prendertela con chi non paga. Fai crescere questo malessere poi gridi al lupo. C’è chi dice: potremmo mettere dei volontari a fare questo lavoro… , ma non è mica un compito da volontario quello del controllore!
W: Per fare una cosa che è un potenziale lavoro non è giusto che ci siano volontari, sarebbe anche un po’ degradante per gli stessi…
Cipressi: Ci sono sistemi in cui il concetto di volontario è visto in un’ottica di risparmio, un modo per pagare meno i servizi offerti. Il volontariato ha senso in una struttura dove è di supporto a qualcun altro, non dove lavora al posto di qualcun altro. Poi ci sono situazioni critiche come una scuola che ha pochi insegnanti e, ad esempio, un insegnante in pensione si offre di dare una mano, quello è vero volontariato. Il volontariato corre rischio di esser tirato per la giacchetta in momenti di crisi.. a me a volte viene voglia di chiudere l’associazione, però tendiamo a non fare cose di questo tipo.
W: C’è spazio per l’innovazione nel campo del welfare?
Cipressi: Assolutamente si! Se ci fosse un po’ di coraggio… penso alla zona stazione di Reggio, ad alta densità di popolazione straniera, con appartamenti, palazzi trattati male a causa delle rotazioni frequenti, e penso al tasso di disoccupazione di muratori, falegnami e giardinieri, sempre nella stessa zona. Se fossi il comune, anziché dare soldi agli amministratori di condominio, che avranno sicuramente i loro circuiti di conoscenze, farei una cooperativa di disoccupati per tenere in ordine il palazzo e pagherei loro.
W: Al comune mancano idee, coraggio o risorse?
Cipressi: Secondo me mancano le idee. Quando mi dicono che mancano i soldi mi viene un pò da ridere. I soldi li facciamo noi. Il tema diventa allora come si usano i soldi. Questo tema andrebbe ricontestualizzato. Per alcune cose si vede che i soldi ci sono e per altre no. L’allocazione delle risorse è un tema, poi bisogna avere idee. Le amministrazioni che accettano il principio dell’immigrato delinquente, in quanto irregolare. La legge dice che tu non puoi accogliere uno straniero se non in un centro di prima accoglienza. Perché non fare una legge in questo senso? Un altro tema calzante è quello del creare occupazione con le persone che ne hanno bisogno. I soldi anziché darli alle grandi aziende, che magari la manutenzione la fanno dopo un anno perché ne hanno troppe da fare, si potrebbero dare a queste persone che lo fanno subito.
W: Anche perché comunque queste persone in difficoltà si rivolgerebbero allo stato per avere un sostegno. Tanto vale darglielo in cambio di un lavoro.
Cipressi: Per arrivare a dare 10 a chi ne ha bisogno, di fatto ne spendi 80 nel sistema. Bisognerebbe invertire il sistema. Se riesco a dare 60 a chi ha bisogno, faccio già un’operazione di equità. Secondo me è una questione di pensiero, di idee. Ad esempio le slot machines: il commerciante che non mette nel proprio locale le macchinette fa un’azione di ordine pubblico. Io politico, come posso favorire il barista a non mettere macchinette, che incentivo gli do? La movida legata ai bassi costi degli alcoolici in certe aree della città: perché non faccio un cartello con i venditori locali per stabilire un prezzo minimo per dare le bevande e quelli che ne vanno al di sotto vengono “puniti”? ci sono pensieri da mettere in campo, questo sarebbe il lavoro da amministratore.
W: Ci vuole un passaggio ulteriore, da chi come te ci lavora tutti i giorni e che vede la realtà, si fa delle idee, a chi amministra la città.
Cipressi: Allora adesso siamo in una fase politica in cui non è chiaro quello che sta succedendo e che succederà. Io sono più vecchio di voi e ho visto amministratori concentrati sulla loro città, poi c’è stata una fase in cui attraverso la città si arrivava ad altri livelli della politica e, quindi, era un passaggio obbligato e non un dato di interesse. Oggi non si capisce, molti dalla politica nazionale sono poi andati a fare i sindaci. Ma perché c’è un rinnovato interesse al locale o per altri interessi di potere/soldi? Ci sono assessori che sembrano molto concentrati sul loro lavoro più che su altro, altri invece sono concentrati su altro o non concentrati per niente. Tu hai un mandato di 5 anni in cui dovresti creare le condizioni per fare delle cose nel tuo posto; se questi servono come trampolino di lancio può essere che il ritardo sia legato a questo. Penso che sia così, se ne vedono troppi che inseguono la carriera politica seguendo le solite tappe. E lo scandalo è che negli ultimi anni c’erano parlamentari che erano contemporaneamente assessori, consiglieri, sindaci, con sovrapposizione di incarichi. Questo crea molto sospetto su dov’è la tua attenzione … Sul tuo compito o sulla tua carriera? Ci sarà anche qualcuno che riesce a tenere tutte e due come attenzione, però i cittadini vedono quali sono gli assessori e sindaci legati al territorio. Il problema sta lì, accettare il lavoro per cui si stati eletti con le responsabilità e le difficoltà del caso. Se devi parlare coi commercianti di alcool, che con quelle vendite ci vivono è chiaro che devi essere in grado di mediare e non fare provvedimenti che vanno bene solo a te. Il lavoro è quello: avere un piano e creare le condizioni per il raggiungimento degli obiettivi, oltre che rendicontare ciò che si è fatto. Voi siete giovani, non so se avete visto qualche assessore o sindaco che non sia solo alle inaugurazioni..
W: C’è anche il problema che alcune persone fanno due o tre mandati nello stesso ruolo e annullano un po’ le prospettive di evoluzione e cambiamento?
Cipressi: Questo governo di larghe intese ha dimostrato che questa classe politica durerà per altri anni, le elezioni di febbraio non hanno avuto un grande esito di cambiamento. Anche i grillini iniziano ad avere problemi, sono entrati in un sistema che li sta cambiando.
W: Servizi flessibili: chi cerca aiuto non ha mai un solo bisogno uguale per tutti, ma i servizi sono strutturati in modo da dare risposte standard.
Cipressi: La flessibilità è un lusso per chi se lo può permettere! Io per natura credo che i servizi siano l’ultimo luogo dove andrei a chiedere se avessi bisogno. Io vengo da un’altra generazione in cui molti dei problemi non si risolvevano con il comune o con l’assistente sociale, ma con il vicinato, che adesso è anche molto cambiato. O le reti familiari, amicali e lavorative creavano una certa solidarietà e avevano un grosso valore. Il ricorso allo specialismo ha tolto questo valore, è come se si dicesse alle persone che non sono in grado di farcela e che hanno necessariamente bisogno dei servizi specifici. Se la flessibilità è la capacità del tecnico di rinforzare le energie della persona allora va bene. Perché se vado dallo psicologo, certamente mi trova almeno 10 difetti e quindi mi può generare la necessità di 10 o più soluzioni, ma il problema non è questo. Come io sto al mondo con questi miei difetti: posso rispondere a questi con una rete che non è necessariamente professionista. Dovreste chiedere alle assistenti sociali se volete parlare di welfare, ma chi si rivolge ai servizi lo fa principalmente per la casa e per i soldi. Anche il welfare stesso ormai significa soldo, e in questo il modo di fare welfare ha le sue responsabilità. I servizi si stanno interrogando su questo: come non dare subito risposta a un bisogno, ma come emanciparti dal servizio potenziando te e la tua rete. Il problema è la testa e come dicevamo anche i soldi.
W: C’è una dipendenza dai soldi.
Cipressi: siamo in un periodo di crisi e le uniche industrie che funzionano a pieno regime sono quelle di alcool, droga e gioco d’azzardo, guarda caso. Come mai? Qualcuno i soldi ce li ha, e li trova soprattutto in chi li spreca, che si rivolge alla malavita.