Primo pomeriggio di giovedì 14 ottobre, clima mitissimo nell’atrio del primo piano al Palazzo Ducale di Genova, giorno inaugurale dell’Istituto decennale, organizzato sotto il titolo “The future of TC in the Changing Wolrd”.
Tony Gerlomino, animatore e formatore del Ceis di Roma negli scorsi anni Ottanta, ora presidente della WFTC, ci viene incontro e si siede in mezzo. Gli sto alla destra e don Mariano Ronconi, presidente del Centro di Vicenza, alla sinistra.
Ma cosa sta cambiando?
La conversazione si avvia con i ricordi, gli eventi personali e le battaglie degli inizi, con ferite e vittorie. Don Mario Picchi ha una parte importante.
Il confronto con l’oggi è logico e stringente. Persino la crisi economica influenza l’andamento mondiale delle comunità terapeutiche. Eppure le CT hanno un ruolo e un futuro, oltre che un passato.
Tony parla come un uomo saggio che sta imparando a fare il nonno per i suoi nipoti. Vale la pena ricavare gli spunti principali e la filosofia del tempo che passa.
1° – Le vicende storiche delle origini, gli episodi fondanti e la formazione meritano di essere raccontati, perché altrimenti non si misurano i passi compiuti, sia nel bene che nel male.
2° – Il cambio di cultura è sempre difficile, perché lo stile di vita è qualcosa di profondo. “Proprio così. Dopo mesi di incontri, gruppi, formazione all’inaugurazione delle comunità i tappi di spumante saltavano in aria, usciti dalle bottiglie nascoste dai genitori nelle borse. Questione di cultura. Come si può far festa senza stappare un vino di qualità?”.
3° – Ogni cambiamento, se è effettivo, richiede assunzione di rischio personale e sociale. Non c’è mai cambiamento senza rischio. E il rischio reclama responsabilità.
4° – Se si sta dentro le strutture fissate e prefissate non c’è cambiamento, non c’è miglioramento, non c’è creatività. Attenzione alle buone prassi codificate. Si finisce in paralisi.
5° – La società – come la comunità – cambia nella misura in cui ciascuno dà il proprio contributo in positivo e negativo. Anche l’errore ha un ruolo importante, perché misura la differenza tra il bene e il male.
6° – Il rischio attuale è che la storia vada perduta, perché i risultati sono legati alla personalità dei protagonisti, al lavoro di consapevolezza degli utenti, alla partecipazione di tutte le componenti, che sono tutte le persone. Vanno ricordate le persone e la loro storia, non le strutture operative.
7° – La CT funziona quando, nell’eventuale foto di gruppo o nel momento del lavoro terapeutico, operatori psicologi medici preti sembrano residenti e i residenti sembrano preti medici psicologi operatori. Vale a dire: l’appartenenza nel percorso di cambiamento e riabilitazione è proprio di tutti, alla pari.
La comunità porta una filosofia di vita e di convivenza prima di qualsiasi struttura e prestazione professionale. Tutto in comunità, ancora oggi, può e deve far centro sulle persone e la loro storia individuale, familiare e sociale.
Questione di storia e di esperienza. Basta un’ora e mezza di conversazione con un protagonista e la “storia diventa questa, di oggi”.