La percentuale maggiore del mio lavoro al Centro di Soldarietà – nell’ultimo anno e mezzo- è stata la gestione di un gruppo di profughi inseriti nella cosiddetta “Emergenza Nord Africa”. Un progetto di accoglienza ed integrazione, iniziato nella primavera del 2011 e gestito dalla Protezione Civile, avente come target persone in fuga dalla Libia insanguinata dalla rivolta contro Gheddafi ma nativi di altri paesi africani; in particolare il gruppo in carico al Centro era costituito da persone originarie soprattutto della Nigeria e della Somalia.

 

 

Qualche numero per dare la dimensione dell’emergenza: da febbraio a maggio del 2011 si registrarono circa 65.000 migranti sbarcati in Italia; moltissimi usarono il nostro paese solo come trampolino verso altri paesi europei, poco meno della metà si fermò chiedendo asilo politico in quanto provenienti da paesi- Mali, Somalia, Nigeria, Togo, Ghana- dove erano in atto guerre tra opposte fazioni. Questo numero si ridusse ulteriormente e il progetto operò su uno zoccolo duro di circa 22.000 persone tra adulti e minori di ambo i sessi. Nell’ambito dell’”E.N.A.” sono approdati al Centro una 50 di migranti tra adulti e minori. Il nostro lavoro di questi mesi traguardava sostanzialmente questi obiettivi: la regolarizzazione della loro presenza in Italia, l’apprendimento della lingua,  orientarli e accompagnarli nella conoscenza delle risorse territoriali a cui accedere per il loro inserimento nella nuova realtà.

Chiaramente per le due fasce d’età vi erano attese diverse, per gli adulti l’esigenza primaria era guadagnare dei soldi per aiutare i familiari rimasti al paese d’origine. Obiettivo assolutamente condivisibile ma di difficile realizzazione che si è scontrato contro una montagna di problemi.

Una prima, grande difficoltà derivava dalla loro modalità di arrivo in Italia: non vi era un preciso progetto migratorio, quindi la consapevolezza e la preparazione alla nuova realtà derivanti da una scelta ponderata. Queste persone si erano trovate sbalzate  (molti senza volerlo ma costretti a forza) in un nuovo paese con lingua, cultura e regole diverse. Se a questo si aggiunge il fatto che, diversamente da chi solitamente fa una scelta di migrazione per migliorare la propria condizione di vita,  la loro dotazione di risorse culturali era piuttosto scarsa (alcuni dei nostri ospiti non erano mai andati a scuola in vita loro), ecco che appare evidente come sia stato arduo affrontare un discorso di relazione. L’altra grande difficoltà era quella delle reali capacità professionali: molti di loro avevano fatto mille lavoretti per sopravvivere ma non avevano acquisito una reale capacità professionale di qualche tipo; chi invece poteva vantare un professionalità ottenuta attraverso un lavoro duraturo, possedeva capacità ormai sorpassata dall’innovazione.

Queste due problematiche vanno inserite nel contesto temporale e normativo per avere una maggiore chiarezza della realtà in cui ci si è trovati ad operare: l’arrivo dei profughi è avvenuto nel pieno di una crisi recessiva che ha investito il nostro paese (e non solo) causando la perdita di miglia di posti di lavoro; impedimenti burocratici vari hanno rallentato ulteriormente l’avvicinamento al loro obiettivo. Un esempio per chiarire quanto detto sopra: nel momento che si richiede lo status di rifugiato politico, viene concesso un permesso di soggiorno provvisorio che non permette di lavorare; solo dopo l’audizione presso la commissione territoriale e il relativo responso la questura rilascia un permesso valido per il lavoro. Pensate che i primi nostri ospiti sono arrivati a luglio 2011 e le prime audizioni in commissione sono datate marzo 2012 con  risposte a giugno: un anno perso!

Nel frattempo noi abbiamo utilizzato una opportunità consentita dal progetto, la cosiddetta “attivazione sociale”, ovvero l’opportunità di un primo contatto con il mondo del lavoro per un numero limitato di ore sul modello degli stages formativi. Questa iniziativa è servita per fargli capire in modo pratico la differenza sostanziale tra il nostro mondo del lavoro con le sue regole e quello che era il loro background di esperienze lavorative. Va detto che solo una minima percentuale di loro ha risposto in modo soddisfacente a questa esperienza.

Per capire meglio la situazione, facciamo un salto nella realtà dei migranti già residenti da tempo in Liguria e il loro rapporto con il lavoro.

Durante una seduta della consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri, la Dott.ssa Erminio, ha presentato una serie di dati utili a comprendere una realtà complessa come quella dell’immigrazione, numeri che , oltre al mero dato statistico, rappresentano esseri umani con aspettative, diritti e doveri .

In Liguria vivono 136.000 persone di cittadinanza straniera che partecipano al mondo del lavoro, della scuola e della vita sociale nel suo complesso. Gli occupati sono 83 mila e gli imprenditori 11 mila; 108.000 sono i titolari permesso di soggiorno  e di questi più della metà (58.000 circa) sono permessi di lungo periodo, segno di una stabilizzazione e radicamento al territorio. Per chiarire maggiormente “il peso” di questi nuovi cittadini, pensate che l’annuario statistico del Comune di Genova dice che siamo scesi a 580.000 abitanti e, di questi, 44.000 sono nati all’estero, all’interno della scuola dell’infanzia la percentuale di figli di immigrati è il 70% del totale.

Se guardiamo solo al mondo del lavoro le percentuali si invertono: in Liguria la crisi economica- periodo 2008/2011- ha prodotto una perdita di posti di  lavoro di quasi 2.3 punti percentuali tra gli italiani ma sale a 5 punti per gli stranieri. E teniamo conto che la grande maggioranza continua a ricoprire ruoli professionali poco qualificati : manovale edile, bracciante agricolo, addetto in imprese di pulizie, colf…

Da quanto detto sino ad ora, sorgono alcune riflessioni: se si vuole veramente dare opportunità di integrazione ai migranti, occorre snellire al massimo le pratiche burocratiche  (molto utile anche per gli italiani), che permettano un approccio alle risorse del territorio; aumentare la possibilità di formazione professionale non solo per chi intende restare in Italia ma anche- attraverso trattati bilaterali- costruire competenze per chi vuole svolgere un lavoro di qualità al proprio paese. Fare una mappatura dei bisogni reali per veicolare il tipo di formazione a cui indirizzare le persone.

Le ultime due considerazioni riguardano la notizia che sempre più persone hanno iniziato un “rientro” ai paesi d’origine invitando gli italiani ad investire in quelle nazioni;  l’altra è inerente al fatto che, girando per Genova, vedo sempre più negozi di frutta e verdura gestiti da cittadini nordafricani o sudamericani e mi chiedo: ha ancora un senso chiamarli stranieri in un mondo che è sempre più globalizzato?

Abbiamo girato la pagina del nuovo millennio sul calendario, vale la pena farlo anche nella vita di tutti i giorni  rendendoci conto che la realtà è mutata e i nostri comportamenti devono farlo di conseguenza, la globalizzazione non è solo quella dei social network, deve essere soprattutto quella della vita reale.

Ramon Fresta