Primo Greganti da anni ormai vicino alla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche. Oggi vive a Torino.

Affrontiamo insieme il tema della crisi economica e dell’occupazione e soprattutto alcune strategie che, secondo Greganti, possono essere utilizzate per rilanciare l’economia e l’occupazione giovanile, con una attenzione particolare nel riattivare le energie vitali anche di quelle persone che spesso vengono considerate di “fascia debole”

Greganti, come vedi, oggi, la situazione economica e soprattutto l’occupazione giovanile?

Da settimane si parla e si riparla della necessità di interventi urgenti per favorire la ripresa dell’occupazione, che unita alla gravità della situazione economica complessiva, precarietà, crescita dei costi di tasse e servizi, aumenta di giorno in giorno l’esasperazione. Quasi 10 milioni di cittadini vivono in condizione di grave povertà che sempre più frequentemente determina episodi di incontrollata rabbia contro tutto e tutti. Poiché tali sacche di povertà si concentrano prevalentemente nei quartieri degradati delle grandi città, contestualmente alla sfiducia verso lo stato si corre il rischio che in queste aree si annidino forme di malavita, di attività illecite e focolai di violenza che purtroppo sono fonte di attrazione per i giovani

In risposta a questa situazione, secondo te, finora, ci sono state proposte adeguate?

Io ritengo che questa realtà sia stata sottovalutata. Le proposte di cui si parla risultano “pannicelli caldi” assolutamente insufficienti e poco adatte ad invertire la tendenza negativa. E per di più si scontrano con la mancanza di risorse: quindi,parole, parole, soltanto parole!

Come si è arrivati a questa fase di stallo?

Le attività manifatturiere e l’edilizia, che sono stati i motori della nostra economia in passato, espellono ogni giorno occupati e, nel caso delle costruzioni, l’occupazione si è completamente arrestata. Gli interventi “Fornero”, art. 18, pensioni, precarietà, facilitazioni ai licenziamenti, e quant’altro, non sono serviti nè potevano servire ad interrompere una “decable” occupazionale che aveva ben altre motivazioni. Alla nostra incapacità di integrazione in una nuova economia globalizzata, si è così aggiunta una rapida restrizione dei consumi interni.

Quindi tutto sbagliato quello che è stato fatto finora?

Forse no, ma certo molti errori sono stati fatti, e rischiano di farne molti altri, ad esempio: le facilitazioni per l’assunzione dei giovani di cui si parla in questi giorni non creeranno, a mio avviso, nessun nuovo posto di lavoro. Dopo averci detto per anni che gli anziani dovevano andare in pensione a 67 anni, poiché la vita media si era allungata, oggi si parla di staffetta con i giovani; il risultato è che il pensionato uscirà dal lavoro con una pensione falcidiata; il giovane viene assunto con meno diritti e meno costi per l’impresa. Altro che aumento dell’occupazione! Altro che ripresa del mercato interno!

Quali interventi sono possibili allora per rimettere in moto il sistema?

Secondo me dobbiamo puntare e agire su due settori:

1.nell’industria: investimenti, ricerca, rapporto fra scuola e lavoro, formazione e brevetti in nuovi settori dell’economia moderna, senza tuttavia farsi l’illusione che in pochi anni si possa rovesciare la tendenza negativa in atto

2.nell’edilizia, se si pensa che la ripresa possa avvenire con le vecchie logiche di detassazione delle rendite, condoni , speculazioni sulle aree e consumo del territorio (quindi logiche del passato), si faranno solo altri danni e il settore non si rilancerà.

In Italia abbiamo milioni di appartamenti e case invendute e disabitate, come si può rilanciare questo settore?

L’edilizia può riprendere solo con grandi programmi pluriennali con veri e propri piani, non di banali ristrutturazioni, ma con veri e propri abbattimenti e ricostruzione secondo le logiche dell’efficientamento energetico, con nuove tecnologie e metodologie costruttive che sono meno onerose delle ristrutturazioni e consentono risultati molto maggiori. I quartieri dormitorio delle grandi città, costruiti nella seconda metà del secolo, prima delle norme antisismiche, con massiccia utilizzazione dell’amianto e derivati, sono oggi molto costosi per le manutenzioni (che il più delle volte risultano inutili e non consentono efficientamenti energetici), e quindi non recuperabili con la logica della semplice ristrutturazione.

Quindi? Spiegaci meglio…

L’abbattimento e la ricostruzione di questi agglomerati fatiscenti, necessita di una programmazione pluriennale che si approssima a costo zero e consente risposte alle condizioni di vita delle sacche di povertà, al rilancio dell’occupazione, con particolare riferimento all’utilizzo dei cassaintegrati e dei disoccupati che abitano in quei quartieri , ovviamente con apposita formazione.

Ciò costituisce anche una importante opportunità per lo sviluppo di attività professionali nuove in grado di dare risposta alla disoccupazione giovanile.

Quali sono secondo te i percorsi da seguire, da rilanciare e su cui investire?

Le nuove tecniche di costruzione, in uso già massicciamente in altri paesi europei, vedono la sostituzione del calcestruzzo e derivati con un ampio utilizzo del legno ed uno spinto inserimento di sistemi tecnologici, impiantistici e informatici (domotica, copertura di rete, trasmissione dati). I vantaggi di tali sistemi in tempi di costruzione, in costi, in possibilità di raggiungimento di classi energetiche A e A+, in termini di riorganizzazione dei servizi e rapporti con i vari Enti, rappresentano un nuovo punto di equilibrio tra le compatibilità economiche e i servizi necessari che miglioreranno sensibilmente anche la qualità della vita…Applicando la domotica e la copertura di trasmissione dati si potranno avere notevoli diminuzioni dei costi e un enorme miglioramento dei servizi (basti pensare solo al sistema sanitario, quasi tutta la diagnostica potrà essere effettuata a domicilio)

A questo va aggiunto che l’utilizzo del legno (ad esempio) può riattivare un percorso virtuoso di filiera e cioè una politica tesa ad interventi di rimboschimento e riassetto idrogeologico (negli ultimi tre anni sono costati 30 miliardi di euro per l’emergenza dovuta a frane e smottamenti), tale da consentire una ripresa anche nei settori dell’agricoltura, del turismo e della economia delle montagne. Si pensi che oggi si importano dall’estero 5 miliardi di legnami da costruzione per ogni anno.

Tu cosa suggeriresti al governo in questo momento?

C’è bisogno di una politica governativa che sia capace di coniugare le emergenze con una politica di medio e lungo termine di trasformazione e di cambiamento di cui il paese necessita, evitando il rischio di scivolare in eccessivi interventi di carattere assistenzialistico

 

di Elisabetta Piccioni