Durante questi mesi caratterizzati dalla previsione di molti tagli al welfare, si sente spesso citare il modello del Nord Europa, in particolare del sistema implementato nei paesi scandinavi. Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca, infatti, sono nazioni caratterizzate sia da tassi di disoccupazione molto bassi e da redditi elevati, sia da livelli di tassazione elevati e da un welfare definito “universale”, per via della sua pervasività.

L’immaginario comune, quindi, è portato a credere che il sistema presente in questi stati e che si trova alla base del loro successo sia di tipo socialista e, quindi, diametralmente opposto a quello presente in economie liberali e di mercato. Il fraintendimento, effettivamente, è giustificabile dato che le notizie che ci giungono su quanto accade nell’estremo Nord dell’Europa sono frammentate e, spesso, piegate dalla propaganda politica che finisce col distorcerne la natura. Con questo articolo cercheremo di fare un po’ di chiarezza, andando prima di tutto a vedere se effettivamente si possa parlare di modello nordico e, nel caso, se ne delineeranno i tratti. In secondo luogo, riassumeremo i risultati di queste politiche. Infine, tenteremo di capire le ragioni del successo di queste policy rintracciandole in alcuni importanti aspetti sociologici che caratterizzano le popolazioni scandinave.

Per quanto possa sembrare difficile da credere data la sua risonanza mediatica, parlare di un modello nordico, in particolare riguardo agli aspetti puramente economici, risulta improprio. Come sottolineato da Klas Eklund, professore aggiunto alla Lund University durante il World Economic Forum, le differenze tra i paesi scandinavi, da questo punto di vista, sono troppo rilevanti per potere affermare l’esistenza di una “Nordic Way”. La differenza maggiore si registra dal lato della produzione, in quanto la Norvegia si basa principalmente sulle proprie risorse di petrolio e gas naturale, la Danimarca ha una agricoltura molto florida, la Finlandia e la Svezia, invece, fanno affidamento sulle tecnologie IT e su un comparto manifatturiero molto avanzato. Questa eterogeneità delle fonti della ricchezza è tale che l’attuazione di un piano unitario sia impossibile, dato che politiche identiche non possono risultare vincenti in nazioni che si basano su settori economici diversi. Nonostante la terminologia d’uso comune sia dunque inappropriata, un concetto resta valido e riguarda l’esistenza di alcuni minimi comuni denominatori che, naturalmente declinati opportunamente a seconda del paese nel quale vengono applicati, costituiscono le fondamenta del successo che i paesi scandinavi stanno registrando negli anni 2000: libero mercato, meccanismi di welfare state e di condivisione dei rischi (v. Andersen et al., 2007).

La lettura del primo punto può generare una sensazione di disorientamento in molti, in quanto l’esempio scandinavo rappresenta la bandiera di quanti desiderano uno stato sempre più presente nell’economia. Nulla di più sbagliato dato che nel Nord Europa vige un sistema che ha abbracciato il libero mercato da moltissimo tempo, a tal punto da fare rientrare le sue economie nella top 10 di quelle maggiormente liberalizzate al mondo (Heritage Index). Le ragioni di politiche volte alla creazione di un sistema basato sul free trade risiedono in due punti: uno atavico ed un altro più recente. Il primo deriva dalla natura di questi stati caratterizzati dalle piccole dimensioni, dalla posizione periferica e da economie basate sulle esportazioni. In una situazione del genere, l’apertura ai mercati esteri risulta un presupposto importante per adattarsi ai cambiamenti esterni al fine di incrementare le esportazioni, fattore centrale per finanziare la crescita dell’economia interna. Il secondo riguarda il fatto che i paesi nordici hanno avuto modo di apprendere molto delle crisi economiche importanti che hanno vissuto negli anni ’80 e ’90. Le reazioni alle crisi di quei tempi sono state diverse, ma hanno concorso ad una forte modernizzazione delle economie nazionali che erano diventate maggiormente chiuse in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Nel dettaglio, negli anni ‘80 vi è stato un processo di “posa delle fondamenta” attraverso un grande sviluppo dei mercati finanziari e dei capitali, anche grazie alla parallela fioritura delle tecnologie IT che nei paesi scandinavi hanno trovato un terreno fertile grazie a massicci investimenti. Negli anni ’90, invece, si è dato inizio ad una stagione di deregolamentazione che ha riguardato sia la finanza, con l’abolizione di molte leggi che regolamentavano i mercati e le banche, sia l’economia reale con l’inaugurazione di liberalizzazioni in molti settori, sia il mercato del lavoro nel quale la contrattazione centralizzata ha lasciato il passo a forme maggiormente decentrate. Contemporaneamente, lo scopo principale della politica monetaria è divenuto il garantire la stabilità dei prezzi, senza però mai perdere di vista l’obiettivo del basso tasso di disoccupazione. I paesi scandinavi, quindi, sono stati sia in grado di trasformare in punti di forza quelle che erano delle debolezze storiche, sia di imparare dalle crisi economiche e di rinascere più forti. Tutto questo ha portato ad una economia che presenta alcuni tratti comuni che possono essere così riassunti: presenza di target per quanto riguarda i tassi di inflazione (anche in Svezia e Norvegia che hanno banche centrali indipendenti); politiche di bilancio rigide; liberalizzazioni e deregolamentazioni in moltissimi settori; tassazione molto elevata (anche se negli ultimi anni si è abbassata, assieme alla spesa pubblica).

Il secondo punto è, forse, più importante del primo e riguarda il welfare state o, come è chiamato in un lavoro del Research Institute of the Finnish Economy, il meccanismo collettivo per la condivisione dei rischi. Paesi come la Finlandia o la Norvegia hanno la fama di presentare contemporaneamente dei sistemi di welfare state universali molto presenti e una tassazione molto elevata. Per quanti riguarda i primi, ci si riferisce al fatto che i cittadini di queste nazioni godono, in quanto tali, di una serie di “protezioni” finanziate dallo stato centrale che li tutelano in caso di malattia e di impossibilità di lavorare e, oltre a questo, includono anche sistemi diretti molto efficaci di redistribuzione della ricchezza, che si traducono nel fatto che i paesi scandinavi presentano le diseguaglianze in termini di reddito più basse in Europa. Il settore pubblico, poi, ricopre un ruolo di primo piano anche nel sistema sanitario, nel sistema pensionistico e nell’istruzione (sono gli unici paesi a spendere il 3-4% del PIL nell’educazione infantile, ndr.). Per quanto riguarda, invece, le tasse queste variano tra il 40 e il 50% del PIL a seconda della nazione.

Dopo avere descritto a grandi linee quelle che sono le caratteristiche di base presenti nei paesi scandinavi, bisogna vedere i frutti di questo modo di fare politica ed economia al fine di valutare sia la consistenza o meno del clamore che suscitano, sia la convenienza di apprendere qualcosa da loro.

Il primo fattore da considerare è la produttività del lavoro e il tasso di occupazione, entrambi su valori ottimali. Per quanto riguarda il primo aspetto, il risultato dipende sia da un sufficiente livello di ore lavoro (es. 90 in Danimarca contro le 100 negli USA), sia per via del livello di PIL pro capite per ora (90 in Danimarca contro i 105 della Francia). Il tasso di occupazione, poi, risulta elevato soprattutto per via della partecipazione femminile, favorita dall’innata concezione tipicamente nordica della parità dei sessi e dell’eguale diritto al lavoro (le prime leggi a riguardo vennero emanate dopo la prima guerra mondiale ed erano molto più avanzate rispetto a quelle di qualsiasi altra nazione).

Il secondo fattore da tenere presente riguarda lo sviluppo delle tecnologie, in particolare di quelle IT. Un indicatore che misura la diffusione delle stesse e la spesa che le riguarda a livello europeo, sviluppato dalla Banca Mondiale, mostra senza possibilità d’errore quanto queste nazioni siano più avanzate rispetto alle altre, in quanto occupano quattro tra le prime sei posizioni.

Il terzo elemento riguarda il livello di uguaglianza sociale. Il coefficiente Gini, che misura la disuguaglianza tra i redditi dopo i trasferimenti, ci conferma che l’eguaglianza è una realtà nei paesi scandinavi, in quanto questi, nella classifica 2006, si collocano agli ultimi posti sia per la disuguaglianza attuale che per quella intergenerazionale (mentre l’Italia è tre le ultime tre, ndr.).

Riassumendo quello che ci viene detto da tutti i suddetti indicatori, i paesi scandinavi presentano dei livelli di produttività e di uguaglianza sociale superiori rispetto alle altre nazioni europee e ne consegue che, probabilmente, bisognerebbe fare attenzione alle loro politiche per cercare di replicarle anche in Italia.

L’ultimo punto dell’articolo non è di carattere economico ma crediamo, comunque, interessante in quanto riconduce il suo successo del sistema economico e di welfare scandinavo alla conformazione sociale che caratterizza quei paesi. Henrikk Berggren e Lars Tragardh in un loro articolo (Social trust and radical individualism) collegano il tutto alla fiducia che la popolazione ha negli altri e nell’operato delle istituzioni, fiducia che dipende sia dalla generale accettazione della legge, sia dall’interiorizzazione della stessa che viene elevata a norma sociale. Il tutto deriva dalla particolare conformazione della “dinamica di potere” che si ha in questa regione del mondo e che vede l’alleanza tra le figure dell’individuo  e dello Stato. L’individualismo marcato, infatti, si associa ad una visione delle istituzioni quali strumento per rafforzare tutti e non solo per aiutare i più deboli. Il tutto è rafforzato dalla cosiddetta “Teoria svedese dell’amore”, che si trova alla base della cultura scandinava e che afferma che veri rapporti d’amore e d’amicizia possano esservi solamente quando i soggetti si trovano in una situazione di totale parità. Si comprende immediatamente, quindi, che l’individualismo ha favorito strutture economiche concorrenziali e liberali, mentre la “Teoria dell’amore” e la visione dello Stato quale alleato comune hanno portato alla strutturazione di un welfare tanto pervasivo e di carattere redistributivo.

Volendo tirare le somme, la “Nordic Way” è un riuscito esperimento di economia di mercato che cerca, anche e soprattutto, di tutelare al meglio i propri cittadini. E’ un modello che, però, non è immune da problemi, come hanno insegnato le crisi degli anni ’80 e ’90 e, soprattutto, è perdurato fino ad adesso per la cultura che caratterizza le nazioni del Nord Europa, che credono nelle istituzioni e vogliono un sistema caratterizzato dall’equità sociale e generazionale. Indubbiamente potrebbe essere una fonte di grandi insegnamenti, ma sorge spontanea una domanda: siamo sicuri che in Italia vi sia la cultura per accettarla?

fonte: the Fielder