A partire dall’esperienza concreta e dalla storia di un’associazione che lavora da più di trent’anni sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle dipendenze, il libro intende mostrare il valore dell’auto-mutuo aiuto attraverso la narrazione dei vissuti di quanti lo hanno sperimentato.

“Scrivere la sofferenza è sfidare l’indicibile. E’ anche nutrire fiducia nella persona e nelle sue capacità di comprensione profonda, di empatia e di trasformazione”.

di Alessandra Augelli in collaborazione con “La Ricerca Onlus” Piacenza, Editore Franco Angeli, pp. 104, € 14

E’ la convinzione di fondo che ha accompagnato il laboratorio di scrittura autobiografica realizzato da Alessandra Augelli, docente di Pedagogia della Famiglia presso l’Università Cattolica – con i gruppi di auto aiuto genitori di un’associazione – “La Ricerca onlus” di Piacenza -, impegnata da più di trent’anni al fianco dei giovani con problemi e delle loro famiglie.

Alessandra Augelli, che da anni svolge attività di formazione sui temi delle relazioni affettive, privilegiando metodologie narrative autobiografiche, ha saputo coinvolgere in un percorso di scrittura durato alcuni mesi genitori e familiari di giovani con problemi legati alla dipendenza da sostanze. Ne è uscito un libro speciale e ricco di spunti, pubblicato da Franco Angeli editore, nella collana “Vita emotiva e formazione”. Proposto, e già adottato da docenti universitari presso Facoltà di psicologia, sociologia, scienze della formazione, il libro offre più chiavi di lettura: è un saggio valido per assistenti sociali, educatori, facilitatori di gruppi di auto-mutuo aiuto, operatori socio-sanitari e volontari (schede di lavoro illustrano il percorso di scrittura autobiografico fatto con i genitori e si offrono come spunto formativo), ma al contempo anche una raccolta di testimonianze, dense di emozioni, narrate dai diretti interessati, utili a quanti stanno vivendo la complessa esperienza di essere genitore.La sua originalitàsta proprio nella capacità di affrontare un tema delicato e spinoso com’è quello delle dipendenze, attraverso lo sguardo dei genitori che lo raccontano, delle loro emozioni e attenzioni, delle paure e delle speranze. Ne scaturisce un approccio sistemico non puramente teorico, ma ancorato all’esperienza, da cui giungono orientamenti preziosi per aver cura della famiglia.

S’intitola “Quando le formiche spostano un elefante…”. Sottotitolo: “Genitori di gruppi di auto-mutuo aiuto raccontano le dipendenze e la cura familiare”. Nero su bianco si pone come la dimostrazione riuscita della forza “terapeutica” della scrittura, di quanto esprimersi, raccontarsi e raccontare il proprio vissuto, le proprie emozioni, aiuti a uscire dall’isolamento, ritrovando risorse in se stessi, scoprendo la fiducia che viene dalla condivisione. Una forza impensabile, specie quando si vive il trauma di avere un figlio, un fratello, una sorella con problemi di dipendenza: si tende ad isolarsi, in una prigione fatta di sensi di colpa, di paura del giudizio, dello stigma. “Chiudersi, tacere, nascondersi. Se in una prima fase – scrive nella prefazione Vanna Iori, curatrice della collana – il silenzio è, forse, indispensabile per familiarizzare con la difficoltà e per rielaborarla, man mano diventa un pericoloso avversario di cui occorre liberarsi per aprirsi a condividere con altri l’attraversamento di una lotta con un male inafferrabile dell’anima che devasta le relazioni e sconvolge le esistenze di tutti i componenti del nucleo. Accorgersi che ci sono anche gli altri e potersi aprire all’aiuto è un passo indispensabile”. Il titolo richiama dunque non solo la fatica di spostare ciò che è pesante e opprimente, ma anche l’importanza di portare alla luce qualcosa di grosso che, alle volte, la società preferisce non vedere.

La salvezza arriva proprio dall’incontro con gli altri, dal volerlo questo incontro. Ed è quanto hanno vissuto in prima persona i genitori che qui raccontano come hanno affrontato la grande impresa per uscire dall’isolamento: a cominciare dalla primissima difficoltà, probabilmente la più difficile da superare:  quella di  varcare la soglia di un centro noto per la sua opera di accoglienza e cura delle varie forme di dipendenza, come è “La Ricerca” dove è possibile compiere un percorso di condivisione, quello dell’autoaiuto. “Qui si scardinano i ruoli tradizionali di chi offre aiuto e di chi viene aiutato – spiega la coordinatrice dei gruppi Ama (Automutuoaiuto)“La Ricerca”, Anna Papagni – perché consentono un’azione reciproca tra le persone, e tra loro e il facilitatore di gruppo, l’esperto che non è lì per dispensare consigli perché in questo contesto sono i genitori stessi che trovano insieme il modo di fronteggiare il problema che li accomuna, pur con vissuti e sfaccettature diverse”.

Un passaggio di risorse da famiglia a famiglia: è questa l’essenza del processo formativo dei gruppi Ama. Che è stata amplificata dalle potenzialità della scrittura, ulteriore occasione di scoperta di sé e di scambio con gli altri. Nella condivisione e nell’ascolto dell’esperienza altrui, si scopre la circolarità virtuosa tra cura di sé, cura dell’altro e della comunità: è quanto emerge dalle parole e dai silenzi, dai sorrisi e dalle lacrime, dai progressi e dai rallentamenti di genitori ancora in cammino, desiderosi di continuare a darsi e dare la mano.

di Tiziana Pisati – “La Ricerca” di Piacenza