Forse dovremmo chiederci se il Covid sia la sola disgrazia planetaria, pur nel suo manifestarsi eclatante e mortifero, soprattutto secondo criteri quantitativi e di allarme sociale.
E se gli si possa attribuire il primato di flagello dell’umanità, gravido di pesanti responsabilità sulla qualità della nostra vita, rammentando remote pestilenze.
Verosimilmente, assistiamo nel mondo occidentale, oggi ben prima della pandemia, al rivelarsi di fragilità dovute ad una “zona grigia”, descritte da Tramma (1) come situazioni non così problematiche di disagio e di vita infelice, in cui non siamo sufficientemente felici ma neanche sufficientemente infelici. Caratterizzate, però, da una quantità e qualità di malessere che non è così visibile da essere etichettata o da richiedere per forza l’intervento dei Servizi.
Si tratta, potremmo dire, di una sindrome già segnalata tanti anni fa: l’assenza o la caduta di valori, che crea una depressione esistenziale.
Non sappiamo godere. Vogliamo sempre qualcosa di più o ci lamentiamo sempre di qualcosa. Perdiamo di vista le cose davvero importanti; più abbiamo e più vogliamo e questo ci porta a vivere un continuo malcontento interiore, contrappuntato da frenetico antagonismo contro l’indefinibile. Il consumismo ci divora, adescandoci con insaziabile desiderio che sedimenta insoddisfazione, rancore, frustrazione, secondo il motto “tutto, qui e ora”; così sopravviviamo, illudendoci per di più di educare con criterio le nuove generazioni.
Seppur non paragonabile all’attuale situazione di crisi, non per questo è innocua o trascurabile per la salute dell’uomo e della società ma “l’onda anomala” della pandemia per il momento la sovrasta, impedendo di scorgerne i tratti comuni con qualsiasi crisi che attenta al benessere e la sorgente: l’uomo stesso col suo essere fragile.
La pandemia che stiamo vivendo in questo preciso momento storico fa esplodere situazioni di ribellione, depressione e attacco alle istituzioni, generate da paura, livore e frustrazione che trovano uomini impreparati ad assorbire, metabolizzare e reagire ai cedimenti della fragilità, non soffermandosi sui vincoli ma promuovendo le risorse personali e sociali, rompendo la “clausura ontologica” che indebolisce ancor più.
Se, diversamente, fossimo allenati da una sana educazione capace di farci conoscere e gestire la nostra fragilità, fronteggiare sia limiti del nostro essere ed esistere, sia la frustrazione, quale inevitabile ma non per questo mortifera compagna di vita e di scelte, forse riusciremmo a cogliere il nesso, oltre la preoccupazione per il sintomo, che può presentarsi in guisa di disagio, malessere o malattia o….
Nasciamo tutti fragili, e spesso crediamo che la fragilità sia un handicap da tenere nascosta o una manifestazione di debolezza che mina la nostra immagine. Infatti, quando incontriamo l’altro, che ci fa da specchio, ci rivela le nostre fragilità che ci inquietano, cerchiamo di difenderci e mascherarci.
Affrontare la fragilità umana vuol dire affrontare un paradosso, che vede scontrarsi la ricchezza del bagaglio umano con la presenza inalienabile del limite, che la fragilità ci rinfaccia, castrando desideri di onnipotenza.
Da sempre l’uomo sperimenta questa condizione e più progredisce maggiormente avverte il paradosso del limite che costituisce il proprio essere, nel suo manifestarsi incontrastabile con la morte o, con minore tragicità, attraverso le varie forme con le quali si può svelare il disagio. Numerosi testi sapienziali antichi, come la Sacra Scrittura, ci ammoniscono in tal senso.
Solo metabolizzando la propria fragilità e le frustrazioni o sofferenze che ne derivano, nonché accettando l’impotenza, senza soccombere ma percependola come base di partenza e non stazione di “fine corsa”, seppur paradossale, possiamo contrastare il paradosso esistenziale.
Diversamente si apre la strada alla paura e all’angoscia o si scivola nella depressione, dando vita a comportamenti di ribellione, il più delle volte autolesionistici o antisociali, rinforzando in tal modo e inconsapevolmente la fragilità personale e/o sociale.
Le cronache contemporanee nel narrare dei “no vax”, illustrano proprio tale situazione.
L’uomo terrorizzato dal Covid sta esprimendo eccessi di violenza e cattiveria per sopravvivere, nascondendo la sua fragilità. Il risultato della mancanza di cura della fragilità offre spazio solo alla reazione paurosa e aggressiva, invece di comprendere le situazioni e ricercare quindi la risposta adeguata.
Il rifiuto, siglato da un infantile “no”, nel suo significato profondo va interpretato come rivolta irrazionale contro una minaccia, che però invece di sanare può trascinare al limite estremo alimentando la pandemia.
Paura e angoscia diventano ribellione estrema e insensata, “auto-giustificata” dal diritto di decidere personalmente della propria vita, contro la società percepita impotente e incapace di difendere dal virus, sia dal suo esordio che ora.
L’emotività prende il sopravvento, cumuli di paure e di risentimenti, confezionati dalla frustrazione dell’impotenza, danno voce a risposte emotive, in specie all’aggressività, svolta a scaricare la tensione, mediante comportamenti, anche lesivi e di attacco, indipendentemente dal raggiungimento di uno scopo.
Fantasie pervadono la personalità in preda alla confusione perché non riesce a trovare una via d’uscita; implicite richieste di aiuto non vengono svelate e si traducono in fantasmi persecutori, che cercano fondamento nella complicità della fazione omologata dalla ideologia del “no”.
La manipolazione e la strumentalizzazione dell’ignoranza scientifica cui molti risultano inconsapevolmente esposti, veicolati impudicamente dai mass-media, da canali politici e interessi mercantili, suggellano l’attribuzione del ruolo di vittima e fomentano il circolo vizioso della negazione della realtà, che trova nella psiche umana un meccanismo di difesa specifico col quale viene disconosciuta o eliminata dalla coscienza qualsiasi realtà sgradita, per proteggersi da conflitti o esperienze troppo dolorose o traumatiche, disconoscendo portata e conseguenze.
Si ammutolisce così il vero bisogno: quello di ascoltare ed essere ascoltati, nell’attesa di una rassicurazione, attraverso la ricerca di una comprensione ed una sintonia che vadano al di là del limite, accettando i tempi lunghi della ricerca di soluzioni, dando possibilità al saper aspettare, costruendo strada passo dopo passo.
Nel vivere una storia o un trauma si può preferire invece non fare nulla, rimanere nella cosiddetta zona grigia, fino poi esordire nel livore contro l’esistenza stessa e la società.
Ma gli esseri umani in quanto esseri sociali avvertono comunque il bisogno di appartenenza all’umanità, che, soprattutto nei momenti di estremo bisogno, può trovare compimento nella solidarietà, la quale permette di percepirsi come corpo unico, collegati gli uni agli altri intimamente.
Risulta fondamentale per essere persona, il prendere coscienza di questa realtà, la cui sorgente è reperibile nello sviluppo del sentimento sociale, come definito da Alfred Adler, fattore psichico che alimenta le capacità di cooperazione, di collaborazione e di adattamento sociale, responsabili del benessere individuale e collettivo.
Uomo e società sono intimamente uniti, non esiste uomo fuori dal mondo e non esiste società senza relazioni e … senza conflitti.
In una rete di relazioni, come il nostro mondo, convivere gestendo anche il conflitto è fondamentale; soprattutto oggi, laddove assistiamo a situazioni di aggressività e quindi di conflittualità mal gestita, che si corre il rischio di degenerare, si deve educare alla gestione del conflitto.
L’uomo pacifico non esiste, la pace assoluta non ci sarà mai, o meglio, si realizzerà nella misura in cui continuiamo a ricercarla, gestendo pacificamente il conflitto.
Ogni giorno a livello fisico e psicologico, anche se non ne abbiamo coscienza, in ogni essere vivente si scatena un silenzioso duello interiore, fra vita e morte – Mors et vita duello conflixere mirando (2)– affinché vinca sempre la vita.
Occorre dunque un’educazione alla gestione del mal essere, della frustrazione e del conflitto perché sono elementi consustanziali alla fragilità umana e stimoli per rinnovare reti solidali, capaci di contrastare il limite e la morte.
Una società è saggia se è capace di riconoscere e metabolizzare la propria fragilità.

Nicolò A. Pisanu, Direttore Istituto Superiore Universitario di Scienze Psicopedagogiche e Sociali “Progetto Uomo”

(1) Tramma Sergio, Pedagogia Sociale, Angelo Guarini & associati, Milano, 1999.
(2) Testo della Liturgia tratto dall’inno “Victimæ paschali”.