La dipendenza affettiva è diventata ormai da tempo una preoccupazione sociale, un campanello d’allarme che ci sta avvisando che oggi, più di prima, dilaga un insicurezza dell’individuo sempre maggiore.

Spesso questa insicurezza porta ad uno stato di disperazione e di frustrazione, in quanto i nostri bisogni e il nostro benessere vengono dopo quelli dell’altro.

Amare non è fusione, ma separazione; amare non è coercizione, ma libertà

Infatti nella dipendenza affettiva, l’”amore” verso l’altra persona presenta delle caratteristiche differenti rispetto alle dipendenze in generale; in particolare, la differenza sostanziale risiede nel fatto che la dipendenza in questo caso si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Tale dipendenza è stata oggetto di studio, discussione e prevenzione già dagli anni ’40 con lo psicanalista Fenichel che nel suo Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amori dipendenti per  indicare le persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga in maniera compulsiva e patologica, per sentirsi bene, per riconoscersi, per affermarsi e sentirsi vivi.

E’ l’unico modo che conoscono per entrare in contatto con se stessi e con le proprie emozioni, anche se è da quelle che in realtà fuggono, manifestando appunto la patologia.

Il dipendente conosce solo un modo per amare e relazionarsi: “Fondersi con l’altro perché senza l’altro lui non esiste, non vive”. Questo perché il soggetto dipendente da bambino ha imparato e introiettato comportamenti e atteggiamenti in base alla credenza che lui da solo nell’ambiente esterno non può sopravvivere, se non con la protezione dell’altro.

Diventato adulto questo bambino se non sarà stato in grado di differenziarsi, metterà in atto, lo stesso copione passato che viveva all’interno della famiglia, la quale ha ostacolato la crescita personale e l’autonomia.

Il dipendente dedica sempre tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il benessere altrui e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi che non sono più soltanto donne, ma anche  uomini,  nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini più profonde, primitive. Il meccanismo della dipendenza infatti, nasce da una mancanza del sé, da un vuoto affettivo dell’infanzia. Il partner infatti, in questo cornice, assume il ruolo di un salvatore che diventa lo scopo della sua esistenza; la sua assenza anche temporanea dà la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva a causa della paura dell’abbandono, della separazione dall’oggetto d’ amore, e della solitudine, tende a negare i propri bisogni e  desideri, a discapito degli altri, perché da piccolo ha imparato che per essere amato deve soddisfare i bisogni, le richieste e le aspettative degli altri e non di se stesso, indossando la maschera del bravo, dell’altruista, di colui che si prodiga ad aiutare l’altro.

Per questi motivi, spesso questo tipo di personalità dipendente sceglie partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perché l’altro ha bisogno di essere aiutato. In questo modo però continua a darsi la conferma che per essere amati bisogna offrirsi all’altro totalmente e sacrificarlo nel significato letterale e originario della parola, dal latino sacrificium, sacer – facete, “rendere sacro”.

In queste relazioni patologiche, “malate” l’uno rafforza la dipendenza dell’altro, in modo tale da tenerlo legato a sé. Entrambi i soggetti della coppia sono dipendenti, ma quello affettivo occupa una posizione d’inferiorità, anche se non è escluso che possa avvenire un’alternanza di ruoli con il conseguente alimentarsi delle patologie di entrambi i partner. Entrambi i soggetti non sono in grado di uscire dalla relazione, nonostante a volte siano in grado di riconoscere che si tratta di una relazione distruttiva, ma non riescono a farne a meno, perché sviluppano una resistenza al cambiamento, ne hanno paura e si sentono più sicuri nella loro patologia, nella loro dipendenza, perché la conoscono.

La dipendenza può portare all’insorgenza di vari sintomi come: ansia generalizzata, depressione, insonnia, disturbi alimentari, idee ossessive….

Bibliografia
Psichiatria Psicodinamica,  Gabbard Raffaello Cortina Editore 2007
Fisiologia del Comportamento, N. R. Carlson Piccin 2002”

di Camilla Bonomo