Luogo di cura dove la persona può fare un percorso verso il benessere, distaccata a tempo ben definito dal mondo abituale di vita, poiché questo alimenta la patologia e i sintomi comportanti aggravamento e distruttività. In varie patologie personali la comunità residenziale (CR) è una risorsa fondamentale e inevitabile, quindi va tenuta presente in qualsiasi piano sanitario e sociale. Ed è importante che le comunità siano di diversa natura e struttura, proprio per la diversità delle situazioni personali e sociali vissute dal paziente.

Questa la sintesi venuta alla luce, con chiarezza, nel convegno organizzato a Jesi dall’associazione Oikos (“una casa per crescere”) per celebrare i 25 anni di attività.

Il presidente don Giuliano Fiorentini ha con due sole parole indicato immediatamente quali sono ragioni, fine, metodo e utilità oggettiva della CR: “offre interazione e integrazione ben ordinate e gestite; e ciò non ha niente a che fare con ideologie o polemiche, che ancora imperversano sulle comunità”.

Tale chiara affermazione è stata poi ripresa dalla prof. Marta Vigorelli che ha elencato in ottima successione i fattori terapeutici delle CR. Vigorelli da psicoterapeuta vanta una grande esperienza di formazione e supervisione delle comunità (sia per adulti che per minori) e lavora all’Università Milano-Bicocca. Ha aggiunto: “La chiave di volta sono le relazioni nuove, diverse dal contesto patologico, che possono portare alla remissione più o meno totale dei sintomi e cambiare in meglio lo stato personale”.

Enorme la ricchezza dei contenuti e delle esperienze presentate al convegno. Su tutte ampia attenzione dedicata alla valutazione dei processi e degli esiti, quindi all’efficienza ed efficacia nel lavoro in CR, non solo nell’area delle tossicodipendenze, pur presa come riferimento principale.

Spunti assai interessanti sono venuti dagli interventi del gruppo degli psichiatri presenti (Ciccioli, Correale, Clerici). In ristretta sintesi, le idee: la difficoltà della psichiatria e dei suoi servizi di farsi carico delle dipendenze, pur rientrano nel suo ambito, e quasi mai prive di aspetti patologici assai gravi; grave omissione di un compito, dalla riforma Basaglia in poi, quello di interessarsi del contesto in cui nascono e si sviluppano i meccanismi patologici, fermandosi alle prestazioni individuali; esigenza che ogni piano di trattamento, anche psichiatrico, tenga conto da chi e come sono tenute le relazioni con la persona recante i sintomi, perché questo sta alla base di ogni impianto terapeutico; necessità e urgenza che i piani socio-sanitari tengano conto delle offerte comunitarie sul territorio, tutte le volte che le relazioni familiari e sociali del paziente sono fonte di patologia. E il piano di intervento va coordinato e integrato, con comunicazioni e valutazioni iniziali e lungo il corso, come ha mostrato si debba fare il dr. P. Lamonaca (commissione paritetica Area Vasta Romagna) tutte le volte che è richiesta la CR. “Anche il budget deve essere precedente e previsto, non si fa se ci sono i soldi”, ha detto con franchezza.

Effetto finale di tante considerazioni: cosa serve parlare di valutazione e ricerca se poi, finito l’intervento sanitario o il percorso riabilitativo, la persona è lasciata di colpo in abbandono terapeutico?

In merito alla valutazione sui percorsi terapeutici in CR, i numerosi interventi hanno cercato di fare la sintesi sia dell’attuale letteratura sia entrando nel merito (Blasi, Landi, Clerici, Lamonaca, Serpelloni). Il tutto risulta difficile e complicato, per vari motivi: la varietà del tipo di CR; la velocità di cambiamento degli assetti relazionali al loro interno per l’influsso anche di un solo soggetto (sia residente, che operatore, che specialista); l’impossibile comparabilità tra una comunità di un certo tipo e un’altra di confronto, compresa una comunità che non contempla i sintomi di un’altra.

Possono comunque essere enumerati e paragonati i fattori di cambiamento e miglioramento, dati proprio dalle relazioni nuove che si instaurano tra soggetti in CR. L’intersoggettività in contesto diverso e non patogeno (anche se la CR non è priva di problematiche) è comunque sempre un’opportunità e un beneficio per il residente.

In video conferenza è intervenuto pure Giovanni Serpelloni, Dipartimento politiche antidroga del Consiglio dei Ministri, che si è soffermato con forza sulla valutazione iniziale, nel momento dell’“in put”, non solo nell’“out come”, precisando che l’in put riguarda il momento e gli enti della presa in cura del soggetto e quindi del percorso. Da lì partono e si possono applicare i criteri della valutazione finale, sia esiti che risultati. Non si possono che misurare le conseguenze di quanto fissato nelle premesse e nel coinvolgimento degli operatori dedicati.

Gigetto De Bortoli