Signor Giudice, «Francesco aveva perduto la madre cinque anni fa, e suo padre, da quattro, aveva perduto il suo impiego. Vivevano, tutti e due, in una assoluta miseria, ma insieme! Il Tribunale (dei Minori), avvertito da un’assistente sociale molto zelante, ha pensato che la miglior soluzione, perché Francesco fosse meglio nutrito, meglio vestito, meglio allevato, fosse quello di toglierlo provvisoriamente a suo padre, e collocarlo in un Centro. Sono andato a vederlo, al Centro; lo trovai docile. Sono andato a visitare il padre; l’ho trovato rassegnato. Ma l’uno e l’altro avevano lo stesso sguardo smarrito. Ho avvertito il Tribunale, invano: uno sguardo non è un fatto nuovo… Il padre è morto l’altro giorno di dispiacere e solitudine; Francesco si è ucciso stanotte. Franceso lo ha raggiunto (…) Bisogna che il Tribunale sappia che i ragazzi muoiono d’amore. [1]
Da Muggia a Chieti la cronaca registra eventi nuovi nei fatti ma con un’eco ricorrente e consolidata nel tempo, alimentata da atteggiamenti ripetuti, nei quali il Servizio socio-sanitario appare più come strumento di potere che come pratica di cura. Stando a quanto i mass-media riportano giornalmente a cascata, non sorprende la drastica decisione del Tribunale dei minori, riguardo alla famiglia che vive nel bosco di Palmoli. Uno dei tanti episodi che diventano occasioni di riflessione, dal tono amaro e forse polemico, che da anni porto dentro di me.
Eventi che nascono dall’adozione di decisioni prese per le persone coinvolte e non con loro, soprattutto quando si tratta di soggetti senza diritto di parola, come i minori. In questo modo si rinuncia ad ascoltare e comprendere la realtà olisticamente, con consapevolezza e buon senso, liberi da superficialità. Così si ignorano le conseguenze profonde che incidono più sulla personalità dei soggetti che sul loro benessere materiale.
È ancora bruciante lo sgomento, insieme al trauma collettivo, provocato dall’omicidio efferato di un bambino per mano della madre, in Friuli Venezia Giulia, indirettamente innescato da una decisione molto discutibile, già di per sé, assunta dai Servizi sanitari e sociali. Nonostante i dinieghi del fanciullo, i rilievi del padre, e la conclamata patologia psichiatrica della madre, pur in fase di apparente quiescenza ma costellata da precedenti preoccupanti, fu permesso un primo incontro non protetto del minore con la donna. Il tragico epilogo richiama, appunto, quelle superficialità, che si badi non scaturiscono né da ignoranza né da noncuranza, bensì dall’applicazione rigida di diagnosi manualistiche, avvalorate dai rapporti dei Servizi sociali, che generano in diversi casi eccellenti mostruosità, capaci di violentare le esistenze, all’insegna delle buone intenzioni.
Purtroppo, non è la prima né sarà l’ultima della quale si legge; altre le ho vissute in prima persona o di riflesso in quanto da diversi decenni lavoro nel disagio, nelle dipendenze e in ambito pedagogico, in quella terra di nessuno collocata fra i Tribunali, i Servizi sociali, ASL e i cittadini “brutti e cattivi” o “inadeguati”.
Quando si è chiamati a lavorare per l’uomo e con l’uomo se non ci si ammanta di umile intelligenza e non ci si nutre di sensibilità, attenta alle variabili che ogni caso presenta, per dovere di umanità, rimane difficile riuscire a capire che dentro ad un minore c’è un mondo e se lo tocchi con una carezza o con un provvedimento seppur “doveroso” tocchi e scombussoli, forse traumatizzi, quel mondo, in modo più indelicato e nocivo di ciò che preme correggere, fosse anche uno stile di vita che appare fuori dai canoni del “normale” e opposto all’ammaliante “Mulino bianco”, come nella vicenda in questione.
Alterare la relazione che lega genitori e figli, laddove non esistono indici di sopraffazione della dignità del minore da parte genitoriale/adulta o che sviliscono “l’attaccamento” [2] o violino i dettami costituzionali, significa toccare l’architrave della crescita psicofisica e affettiva del minore, soprattutto se ancora infante, con conseguenze a breve e lungo termine traumatiche, che nessuna autorità potrebbe permettersi soprattutto se dettata da superficialità, ipotesi di reato e supponente emergenza.
Si rappresenta, preliminarmente, indispensabile il motivo e l’obiettivo del provvedimento da adottare, così come di ogni buona pratica tesa a far crescere la società, che dovrà in primis e sempre cautelare la persona nel suo bisogno intimo, nella sua fragilità assunta come necessità, contrapposta o gregaria alle contingenze del vivere.
Per comprendere quale sia realmente il bene del minore, non è sufficiente ricorrere a misure standardizzate, spesso celebrate nei protocolli tanto cari ai Servizi sociali, né affidarsi a un singolo referto medico o a un rapporto carico di apprensione: è necessario identificarsi colle persone e col “caso”, sentire con consapevolezza sulle proprie spalle il peso della misura da dottare, rese curve per la responsabilità verso il minore, aborrendo atteggiamenti rigidi e ostentati, magari agiti con violenza.
L’attenzione delle istituzioni è sovente catalizzata dai bisogni emergenziali e dalle deviazioni da modelli precostituiti. Concordando con quanto espresso pubblicamente di recente da Paolo Crepet, mi chiedo perché le stesse istituzioni, invece di inseguire lo straordinario non si dedichino con maggior costanza a monitorare l’ordinario vivere, intervenendo almeno su ciò che compromette il benessere dei minori, anche se vivono in un comodo alloggio: intossicazioni o obesità da merendine, bevande e cibo “spazzatura”, distribuito anche nelle scuole di ogni ordine e grado (ma le industrie alimentari sono più potenti di due ingenui o disarmanti genitori) nonché le seppur sporadiche intossicazioni per cibo consumato nelle mense scolastiche, preparato da certificate ditte alimentari; carenze di aree verdi destinate ai minori, soprattutto nella aree suburbane; minori di ogni status sociale che si perdono sui videogiochi o sui social mentre “genitori e adulti dabbene” se ne disinteressano; fallimenti o cattive gestioni di adozioni, affidamenti, suscitati dalle presunte necessità di accasare un minore a tutti i costi senza soppesare con attenta riflessione i requisiti e motivazioni di chi accoglierà e le caratteristiche personologiche e sociali del minore che talvolta sta meglio proprio dove si trova. E questo, oggi, non è affatto trascurabile.
Mettere invece che togliere, cioè fornire appoggi e aiuti, anche concreti, che aiutino a sopperire alle lacune degne di segnalazione e veramente compromissorie del benessere del minore, nella sua intrinseca necessità di crescere come persona, grazie alla sinergia di mente, cuore e relazioni laddove un bagno da ristrutturare o un’intossicazione alimentare non costituiscono né elementi fatali né tanto isolati nella compagine sociale “normale”; mettere più tempo e risorse nella formazione permanente degli operatori, senza ridurla a obbligo compulsivo di aggiornamento con ECM a distanza ma contemplando anche momenti gruppali di supervisione, per le varie categorie, atti a chiarire le dinamiche personali e professionali che si sviluppano nel delicato mestiere della “cura”.
Esistono studi, filoni culturali che si ispirano a stili di vita alternativi, senza eccedere in scelte stravaganti o rigidamente ideologiche e alienanti, che coniugano sobrietà e natura per contrastare l’urbanesimo massiccio, l’inquinamento, la dispersione scolastica, le pressioni mass-mediali e dei social e promuovono il benessere; mentre si moltiplicano le seconde case in luoghi ameni, magari nella vecchia casa dei nonni, oggi si allontanano dalla loro casa bambini adusi alla vita in natura e con animali veri, felici nella sobrietà.
I concetti di integrazione e inclusione, oggi tanto coniugati in vari ambiti politici e sociali, attendono proprio a queste situazioni per essere adottatati, contro le divisioni e le deportazioni: portare “il bosco nel mondo e il mondo nel bosco” cioè creare situazioni di incontro frale persone, soprattutto i bambini, in genere più pronti e sfacciati nella socializzazione, invece di guardare da fuori con curiosità e pregiudizio, la famiglia nel bosco, come soggetti da zoo.
Uscire dagli stereotipi che una madre è sempre “buona” perché è mamma, rinforzando il senso o vizio dei padri di proporsi come gregari, soprattutto nei casi in cu il papà si mette in gioco.
Realizzare educazione, educazione alla cittadinanza, che incontra le culture, confronta e modifica i modi di vivere e pensare, non li assolutizza, e forma gli uni e gli altri rigenerando il tessuto sociale.
Questa è la vera e impegnativa arte del cambiamento che dovrebbe ispirare i servizi preposti alla educazione e “cura”: costruire alternative rispettose dell’uomo e della sua vita, come pretende una società complessa, multietnica e disorientata nel suo comprendersi, la nostra.
«Il paternalismo consiste nel fare sforzi meritori per procurare agli altri, non la felicità che desiderano, ma quella che si desidera per essi» [3]

Nicolò A. Pisanu

Note:
1 Cesbron G., Cani perduti senza collare, B. U. Rizzoli, Milano, 1997, pagg. 309-310.
2 Holmes J., La teoria dell’attaccamento, John Bowlby e la sua scuola, Raffaello Cortina, Milano 2004.3
3 Cesbron G., Cani perduti senza collare, B. U. Rizzoli, Milano, 1997, pag. 302.