I recenti fatti di cronaca ci propongono una realtà che ci pone domande, ma non ci offre risposte. La Dottoressa Rosa De Angelis ha svolto una tesi sulle madri che uccidono i figli, con la supervisione del Prof. Giorgio Bressa e del Prof. Andrea Castiglione Humani. Nella sua indagine, documentata e dimostrata, si trasferisce il problema in questione dall’abituale “normalità” della cronaca nera alla patologia: ed è qui che troviamo la chiave per interpretare i fatti. Smontando questo meccanismo psicopatologico, si supera la convenzionale antinomia fra l’individuo sociopatico e la società che induce alla devianza i propri membri, riattribuendo a ciascuno il proprio ruolo.

Prof. Andrea Castiglione Humani

estratto di tesi della dr.ssa Rosa de Angelis con la supervisione del Prof. Giorgio Bressa e del prof. Andrea Castiglione Humani

 

L’infanticidio e il figlicidio

L’ultima di una serie innumerevole di tragiche notizie che hanno come protagonisti bambini innocenti, riguarda Loris Stival, 8 anni ritrovato cadavere il 29 novembre 2014, lo stesso giorno in cui è scomparso. Il primo pensiero che ha attraversato la mente degli abitanti di Santa Croce Camerina in provincia di Ragusa è stato quello del mostro ma in questi casi, purtroppo, spesso il mostro si nasconde all’interno della famiglia e ha le sembianze di una mamma. Quella stessa mamma che è ed appare distrutta dal dolore e che riesce a cancellare o perlomeno allontanare dalla sua mente ciò di cui oggi viene sospettata fino al punto di negarlo con tutte le sue forze. Veronica Panarello si è “resa responsabile dell’omicidio del proprio figliolo, con modalità di elevata efferatezza e sorprendente cinismo”: così scrivono i PM di Ragusa nel decreto di fermo indicando “gravi indizi di colpevolezza” nei confronti della mamma del piccolo Loris, scrivono inoltre che la donna avrebbe provocato la morte di Loris per soffocamento “aggredendolo mediante azione di strangolamento portata con l’uso di una fascetta stringi cavo in plastica”. In seguito a questa precisazione alla donna viene contestata anche l’aggravante della crudeltà ulteriormente accentuata se si pensa che il bimbo era ancora vivo quando è stato abbandonato in un canalone e che la donna è riuscita a recarsi subito dopo ad un corso di cucina.

Spesso la cronaca ci impone fatti che difficilmente si riesce a comprendere e tollerare, che suscitano in noi incredulità, ansia ed orrore a causa dei valori morali e sociali della cultura attuale più attenta ai diritti umani ed in particolare alla tutela dei minori di età. Si tratta di madri che uccidono i propri figli con modalità simili ma sempre diverse perché ogni storia e ogni situazione è diversa dall’altra. Si va dall’abbandono nei cassonetti dell’immondizia messi in atto in modo particolare da giovani madri che hanno tenuta nascosta la loro gravidanza alla famiglia, al compagno e molto spesso anche a se stesse negandola fino a farne sparire il frutto nel modo più drastico, di fatto fecalizzandolo.

Tali fatti vengono scoperti solo quando queste donne, si presentano in ospedale con un’emorragia in atto e da lì partono le indagini che conducono a tante macabre scoperte. Tuttavia si deve considerare che il numero di bambini ritrovati rappresenta solo la punta di un iceberg dato che spesso non si verificano complicazioni tali da far ricorrere le donne a cure mediche e perciò è impossibile valutare l’entità reale del problema.

I mezzi di comunicazione non fanno che ripetere che c’è la possibilità per qualsiasi donna di poter partorire in ospedale senza incorrere in nessun caso in problemi giudiziari o altro e poi lasciare il bambino affinché sia dato in adozione.

Si è parlato anche di rispolverare un antico sistema di soccorso utilizzato nel passato per i trovatelli “ La ruota degli Innocenti “ che in effetti era stato un modo per salvare numerosi bambini dalla morte per freddo e fame.

I dati degli ultimi anni rendono evidente come, in Italia, il fenomeno sia diffuso, e in quali forme e con quali mezzi omicidiari tali drammi si compiano; il fatto che più sconcerta, in questi casi, è che a fare del male al bambino sia proprio la persona che più al mondo dovrebbe proteggerlo e  nei confronti della quale il piccolo nutre la più completa fiducia.

Quello che porta a questi epiloghi è spesso riconducibile non tanto a crudeltà ed insensibilità affettiva della madre ma a vere e proprie patologie psichiatriche. Una delle più frequenti è la Depressione profonda che può colpire la donna che si trova ad affrontare situazioni nuove ed altamente stressanti come la gravidanza, il parto e il suo nuovo ruolo di madre senza poter contare sul supporto da parte del coniuge, della famiglia e anche sociale. Queste donne arrivano al punto di uccidere il proprio figlio perché vivono una vita di profondo dolore e non si sentono capite dalle persone che stanno loro intorno perciò spesso vogliono morire con i loro piccoli, altre volte cercano la loro morte come se fosse una liberazione, perché quel figlio è per loro come un castigo, non lo hanno mai accettato, confessano di odiarlo, e in certi casi, quando si  tratta di psicosi grave come la schizofrenia lo identificano con forze maligne o sentono voci che gli ordinano di ucciderlo.

In alcuni casi è come se la personalità subisse uno sdoppiamento, da un lato la madre che vuole uccidere, dall’altro quella piena d’amore per il figlio.

Nel post parto si può assistere a tre forme di disturbo: il Baby Blues ; la Depressione Post Partum; la Psicosi Post Partum.

Il Baby Blues è la forma più diffusa di disturbo dell’umore che si manifesta al secondo o terzo giorno dalla nascita e colpisce una percentuale molto alta di donne, l’80% circa, è anche chiamato “lacrime di latte”: la donna avverte ansia, umore triste, sensazione d’instabilità e irritazione immotivata nei confronti del neonato, del marito e degli eventuali altri figli, difficoltà nell’alimentazione e nel sonno, si chiede se sia in grado di prendersi cura del bambino e ha frequenti episodi di pianto senza ragione. Ma questo disturbo in genere si risolve nel giro di poco tempo senza che sia necessario alcun trattamento a parte la comprensione e l’amore dei familiari e degli amici.

Altra cosa è invece la Depressione Post Partum, in un certo senso i sintomi sono gli stessi, ciò che cambia è l’intensità e la durata. Questa patologia può colpire a tutte le età e indipendentemente dal numero di figli già avuti, dal gruppo etnico di appartenenza e dalla situazione sociale ed economica, anche se questi due ultimi fattori possono provocare un aumento dei livelli di stress nel puerperio e riguarda il 10-15% delle donne. Questa patologia non è legata al carattere e non rappresenta un segno di debolezza, soprattutto non sta a significare che la persona colpita da depressione  non sia adatta a svolgere il ruolo di madre.

Un importante fattore di rischio di contrarre la patologia è rappresentato da precedenti episodi depressivi non riconosciuti o sottovalutati.

Nella maggior parte dei casi la presenza di una Depressione Post Partum non è riconosciuta né dalla malata né dai familiari. Spesso non viene richiesto un aiuto medico e ciò implica che oggi, come per qualsiasi altro tipo di depressione, solo il 20-25% delle madri colpite da questo disturbo ricevono un trattamento appropriato.

C’è infine la Psicosi Post Partum che interessa 1 donna su 1000;  in questo caso il rischio di infanticidio può essere veramente molto alto in quanto vi è una perdita di contatto con la realtà.

Nel panorama dei disturbi depressivi puerperali, la Psicosi Post Partum è il disturbo meno frequente ma più grave, è una patologia che colpisce maggiormente le primipare ma tende a ripresentarsi con le successive gravidanze.

Si manifesta in donne che hanno una storia personale o familiare di schizofrenia o di psicosi maniaco-depressiva (conosciuta come disturbo bipolare); fa si che ci sia un rischio significativo di infanticidio o suicidio da parte della donna che ne è affetta ed è quindi molto spesso consigliato il ricovero. Una delle cause biologiche della Psicosi Post Partum potrebbe essere un’ipersensibilità alla dopamina indotta dalla rapida caduta degli estrogeni.

I fattori che concorrono all’acutizzarsi di una particolare vulnerabilità e predisposizione allo sviluppo di queste patologie nel post parto sono diversi: psicologici fisici e ambientali/familiari.

Come uccidono le madri assassine

• Alcune madri ricoprono il loro ruolo in maniera passiva e negligente e la morte del figlio avviene a causa della loro incapacità a provvedere alle sue necessità vitali. In tali casi la morte del bambino avviene a causa di alimentazione inappropriata o insufficiente, malattie trascurate, incidenti mortali che all’apparenza possono essere imputati alla fatalità.

• Ci sono madri che usano abitualmente violenza sui figli in maniera inadeguata, urtate magari dal loro pianto. Queste si possono accanire sui loro bambini con un oggetto contundente, accoltellandoli, soffocandoli o gettandoli dalla finestra senza aver premeditato l’omicidio ma avendo come intenzione quella di usare loro violenza. In molti casi provengono da famiglie cariche di problemi dove sono state a loro volta sottoposte ad abusi e violenze.

• Vi sono madri che per compiere vendetta nei confronti del marito uccidono il figlio, vogliono provocare danno a colui che realmente o presumibilmente le ha ingannate o tradite. Si tratta della “Sindrome di Medea”, così definita perché nella sua dinamica si rintracciano similitudini con il relativo mito. Qui la donna che sente di aver rinunciato a cose importanti, come ad esempio i vincoli familiari e a tutta se stessa per il compagno, contraddicendo anche a regole sociali e morali, è da lui abbandonata e cerca vendetta servendosi dei figli che diventano per lei un bene materiale, un mezzo al quale lei ha dato la vita e grazie a un suo “sentimento di onnipotenza” può toglierla. In questa sindrome c’è inoltre una componente quasi biologica in quanto si uccide il figlio anche per togliere la discendenza al marito.

•Alcune madri uccidono dei figli che non hanno desiderato e lo fanno in modo cosciente. In questi soggetti la presenza del figlio è dolorosa perché gli ricorda momenti brutti della loro vita: violenze sessuali, problemi economici, abbandono da parte del loro compagno, episodi depressivi.

• Ci sono casi in cui le madri percepiscono il figlio come causa della rovina delle loro esistenze. Imputano a lui i motivi per cui hanno perso la loro forma fisica (oggi così importante e perseguita anche a causa delle sollecitazioni dei media), e il fatto che devono vivere in un ambiente a loro sgradito, accettare un compagno non amato e sono costrette a  rinunciare ad una vita sociale attiva

• Ci sono madri che fecalizzano il neonato uccidendolo o abbandonandolo nei cassonetti dell’immondizia al momento della nascita, in genere si tratta di ragazze molto giovani, che non possono contare sul padre del bambino e dipendono ancora dalla famiglia. Il parto avviene in solitudine e in condizioni clandestine e subito dopo il bambino viene eliminato, dimenticato, annullato in una discarica. Altre volte invece lo abbandonano in luoghi pubblici sperando che sia salvato da qualcuno.

• Alcune delle madri che uccidono i loro figli sono state a loro volta vittime delle loro madri, le quali non gli davano sicurezza, non le rispettavano e non si comportavano con loro in modo corretto. Questa “madre cattiva” non ha permesso a tali donne di sviluppare una adeguata identità materna e pur volendo comportarsi in maniera del tutto diversa dalla loro madre tendono a ripetere i suoi stessi errori. Spesso l’odio che queste donne hanno nei confronti della loro “madre cattiva” le porta ad uccidere il figlio, sul quale spostano, attraverso meccanismi psichici complessi, i loro desideri di distruzione destinati alla madre.

• Un altro caso è quello delle madri che si uccidono insieme al figlio, si tratta di un suicidio allargato dove la madre, affetta da una depressione senza speranza vuole morire ma non può lasciare solo suo figlio in un mondo tanto ostile.

• Ci sono infine le madri che provocano nel figlio danni anche gravi, somministrandogli farmaci o altro, al fine di simulare una malattia ed ottenere l’attenzione del medico. Si tratta della sindrome di Munchausen per procura.

di Rosa De Angelis