“Crescere è la nostra vera ragione di vita (…). Oppure moriremo condizionati ed impotenti, profughi senza casa nel nostro stesso mondo” (Carkhuff).
Oggi, gli interventi educativi, la medicina e la farmacopea, pur con differenti approcci, salvano i corpi, curano il malessere e sedano le paure sociali… tanto che il disagio e alcune sue manifestazioni, come la tossicodipendenza, sono entrati gradualmente a far parte del tessuto connettivo della società. Le ideologie poi, e non solo esse, mediano una concezione parziale della salute e di conseguenza del prendersi cura della salute dell’altro, puntando alla salvaguardia della salute del corpo… soprattutto dei cosiddetti “sani” e “normali”. Questa ottica si spiega, appunto, con un concetto riduttivo del “prendersi cura”, legato alla salvaguardia sia del male corporale sia di una maggioranza del corpo sociale. Laddove si dovrebbe riflettere sulla molteplicità e profondità del dettame etico del “prendersi cura dell’altro” che non può eludere la salvaguardia della “qualità della vita” per tutti.